Quell’ultima onda (Lettera aperta a un giovane assassino suicida)

di Gian Balsamo

[Pubblichiamo la lettera di Gian Balsamo ricevuta nella casella di posta della redazione. Balsamo ha insegnato letteratura a Stanford University, Northwestern University, e ultimamente alla American University del Cairo. Vive a Palo Alto in California. È l’autore Joyce’s Messianism, Rituals of Literature ed altri libri.]

Al Signor Adam Lanza
Newtown, Connecticut, USA

Ti scrivo in memoriam, povero Adam, perché da qualche giorno non esisti più, né in cielo né in terra. Come te, non esistono più i venti bambini tra i cinque e i sei anni d’età che ti sei portato dietro. Se devo essere preciso, non c’è né un “dietro” né un “avanti,” né un “prima” né un “dopo,” nel luogo inesistente dove li hai portati.

Vittime e carnefice, il viaggio che avete intrapreso da due posizioni opposte ma anche complementari vi ha condotti alla stessa destinazione. Pertanto, questa lettera è una fiction, destinata ai miei lettori, e magari proprio anche ai genitori di quei venti bambini, invece che al destinatario. Non ti scrivo da quello stesso vuoto dove hai voluto finire. Ti scrivo da un luogo ed un momento preciso della memoria, il 1998, quattordici anni fa, da una cittadina di nome Evanston, ch’è un sobborgo di Chicago disteso lungo la riva sud-ovest del lago Michigan. L’acqua di quel lago è notoriamente gelata anche d’estate, ma i residenti locali, quelli che hanno la fortuna di abitare vicino alla spiaggia, imparano ad adattarvisi. Proprio come avevamo fatto mio figlio Tito, nato nove anni prima in Massachusetts, ed io, che quell’anno insegnavo scrittura creativa alla locale università. Un mattino di maggio siamo andati in spiaggia, malgrado il vento ci spirasse contro gelido e feroce mentre coprivamo i cento o duecento metri che separavano la nostra casa dalla riva. Nel cielo, d’un blu di smalto che rendeva brillanti poche nuvole brade, il sole brillava come se quella fosse l’alba del mondo, e luce, sabbia, ed acqua fossero appena state inventate. La spiaggia era deserta. Ci siamo spogliati e siamo entrati in acqua.

Avevo quarantanove anni ed ero nel pieno del vigore. Tito ne aveva nove ed era grassottello; l’acqua gli faceva la pelle, bianca e glabra, scivolosa come quella di una foca. Le onde erano alte, brevi, e sbandavano a seconda dei capricci del vento, come tarantolate. Di spingersi al largo non se ne parlava quel giorno, nemmeno per un nuotatore provetto come me. Ma non ti dico il piacere di sguazzare col mio bambino sulla linea dove l’onda si incrinava con un ultima impennata per poi distendersi in una lingua lucente di schiuma. Un piacere che sembrava non dover finire mai e a cui né lui né io intendevamo porre fine. Siamo andati avanti a lungo giocando a quella maniera, spaccando l’onda col petto, saltando insieme all’inarcarsi dell’acqua, lasciandoci trascinare verso la sabbia dalla schiuma o verso la prossima onda dalla risacca. Ma a un certo punto mi sono accorto che lui non accompagnava più le mie grida di giubilo con le sue. Era diventato pallido e verdastro, soffriva d’un attacco di mal di mare. In un attimo ho capito che non avrebbe più opposto resistenza alla risacca. L’acqua mi arrivava alla gola, e lui non toccava il fondo. L’ho immediatamente afferrato, prima per le spalle, poi intorno al petto, ed ho cominciato a tirare verso riva; tiravo con tutte le mie forze ma la risacca tirava con forza maggiore verso il largo. Non avevo ragione di dubitare della mia forza fisica a quel tempo, ma era una forza che misuravo sul metro dei pesi della palestra e delle miglia che nuotavo in piscina; era la prima volta che mi cimentavo direttamente con la Natura. La tarantella delle onde s’era improvvisamente mutata in un tragico flamenco. E comprendevo con una stretta al cuore che il corpo inerte di Tito era forse davvero troppo scivoloso per le mie risorse. In quella, nel flashback d’un istante, ho ricordato un incidente di due o tre anni prima. Tito ed io eravamo nel campetto giochi di un MacDonald a Nashville. Da un albero era caduto uno strano baccello. Tito lo aveva raccolto sotto i miei occhi, e questo baccello si era subito aperto in due; conteneva delle larve di insetto ma anche qualcosa di un tantino più grande, una creatura alata resa invisibile dalla velocità, che aveva punto la mano di Tito prima di eclissarsi. Nella pelle eburnea s’era aperta una crepa rossa e il mio bambino, il volto distorto dal dolore, aveva implorato: “Papà, papà, mandalo via. Mandalo via, papà.” Era la prima occasione in cui afferravo l’inevitabile e patetica messa in scena della paternità. Proprio com’era successo a me con mio padre Agostino, mio figlio vedeva in me il Titano capace di debellare ogni minaccia, ogni pericolo, ogni dolore. Ed io non potevo far altro che soffiare sulla pelle lacerata e sussurrare parole di conforto; comprendendo meglio ad ogni nuovo soffio che una volta svanito il dolore, Tito avrebbe attribuito poteri taumaturgici al mio fiato. E a me sarebbe toccato incoraggiare quella sua illusione per chissà quanti altri anni; mi spettava invece, fin da subito, il triste privilegio di toccare con mano la mia impotenza di fronte alle cose che potevano recargli dolore.

Ma adesso ch’eravamo stretti l’uno all’altro in acqua, faccia a faccia col lago, annaspanti contro la presa di quelle lunghe dita ghiaccate che ci tiravano a sé, quanto più improbabile sentivo il mio ruolo di Mago onnipotente, quanto più esigua la forza dei muscoli e dei polmoni di cui andavo fiero. Trent’anni prima ero un esile militante del Sessantotto, i polmoni bruciati dalle ciminiere della FIAT e dal fumo di sigaretta che aleggiava sulle interminabili assemblee studentesche e di fabbrica, e i muscoli di gambe e braccia ridotti a sottilette Findus dalla mancanza di esercizio fisico e serenità mentale. Avevo speso gli ultimi cinque anni della mia breve vita in un collegio di Mondovi’, impegnato a pregare un Dio irraggiungibile dalla lingua in cui gli parlavo, troppo letterale o troppo figurata nelle intenzioni ma mai divina, e a celebrare ogni domenica lo stesso rito che si ripeteva sempre senza rinnovarsi mai. Come la risacca con cui mi misuravo in questo momento a Evanston, questo Dio voleva risucchiarmi in un buco nero al confronto del quale il tuo suicidio, Adam, è stato una festa. Negli anni del Movimento Studentesco ero un ganglio striminzito di ideali purissimi, appresi chissà come, e non troppo dissimili, a ben vedere, da quelli che, coadiuvato dalla mamma di Tito, non ho mai smesso di praticare o perseguire; a quel tempo, in mancanza di alternative, identificavo quegli ideali con i princìpi della Nuova Sinistra. Almeno, mi dicevo, noi della Nuova Sinistra ci differenziavamo dai Revisionisti del P. C. I., complici anacronistici d’un regime sovietico capace di crimini che farebbero impallidire anche te, Adam. Non che la Nuova Sinistra fosse un ricettacolo di stinchi di Santo. Penso al professore maoista di sociologia che mi aveva detto che, nel caso la lotta di classe subisse un’accelerata, avremmo dovuto uccidere la mia amica Ines, che non era allineata su posizioni rivoluzionarie politicamente corrette. Ho telefonato un paio d’anni fa a questo professore.

“Ciao, Carlo,” gli dico, “sono io, Gian Balsamo.” Non si ricordava di me. Proprio per niente. Per quanto gli rammentassi episodi e circostanze delle tante giornate e serate che avevamo trascorso insieme, per quanto, coll’aiuto delle mie parole, arrivasse a connettermi a Renzo, che s’era laureato con lui, e a Mario e Nicola, divenuti suoi colleghi d’università, di me non serbava alcuna memoria. Tu, Adam, non avevi che vent’anni quando, l’altro giorno, hai eseguito la Strage degli Innocenti. Eppure, se comprendo bene la ragione per cui la prima vittima è stata tua madre Nancy, devo dedurne che concordi con me sul principio che un aspirante omicida non deve mai perdere di vista la persona consapevole delle sue intenzioni. A meno che non sia un pallone gonfio di chiacchiere e vane velleità. Il che era un po’ il dramma di tanta della Nuova Sinistra, dopotutto. Mentre a destra c’era la D.C., che devastava il tessuto morale del paese intanto che, complice il Vaticano, reclamava per sé il monopolio del Buono, il Giusto, Il Decalogo dei Comandamenti, e tutte le Virtù Cardinali. È stato gradualmente, più tardi, ragionando con la mamma del bambino che adesso, fattosi anguilla, mi sgusciava tra le mani, e leggendo i grandi autori della letteratura, da Dostoievski a Bataille, da Joyce a Flaubert, da Proust Henry Miller, da Updike e Murdock, da Nooteboom a Benville a Proust, etc. etc., che ho capito che gli ideali che mi avrebbero strappato a quel buco nero non avevano nulla a che fare con la Dittatura del Proletariato. Ma nel 1968, questo non lo potevo sapere. Un anno dopo doveva venire l’Autunno Caldo delle agitazioni sindacali. Avevo vent’anni come te, Adam. Vivevo in una Torino grigia di fuliggine dove il sole non brillava mai del tutto; dove era impossibile ad un ventenne spedire un pacchetto postale, con spago e piombini d’ordinanza, senza venire mortificato dalla superbia, tanto indifferente quanto irresponsabile, dell’impiegato postale; dove era impossibile ad un ventenne incassare un assegno di banca “fuori area,” ossia firmato a più di duecenti metri dalla succursale cui si rivolgeva, senza venire respinto da ostacoli burocratici insuperabili, personificati in un’impiegata incompetente che faceva spallucce. Vivevo in una città dove ci detestavamo tutti a vicenda perché sospettavamo chiunque altro di godere della protezione e dei favori d’un Padrino più influente del nostro. Era quello il male incarnato nella Repubblica Italiana, un male contro cui la lotta di classe non poteva nulla, quando non lo alimentava. Il 12 dicembre 1969, sentii la notizia che una bomba terroristica era esplosa nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, a duecento metri dal Duomo, dalla radio della mia automobile. Ero appena uscito da una di quelle succursali bancarie inevitabilmente “fuori area” rispetto a tutte le altre, e m’ero appena scontrato con l’impiegata neghittosa di turno che non aveva voluto onorare il mio assegno. Be’, ci crederesti? Non provai né compassione né dolore per le vittime di Milano e i loro familiari.

Questa è una confessione difficile da fare, Adam, e infatti è a te che la faccio per la prima volta; non è che a un mostro ventenne della tua specie che posso confessare la mia mostruosità di allora. Ti sei creduto straordinario nel compiere quella strage di bambini, Adam, e ancor più straordinario nell’annientare per ultima la vittima designata, te stesso. Ma io sono qui, penitente e contrito, a confessarti che non sei poi troppo eccezionale, che alla stessa età, il tuo e il mio caso non erano troppo diversi l’uno dall’altro. Circostanze differenti avrebbero potuto scambiarci di posto, fare di te il padre del bambino che il gelo del lago Michigan stava reclamando per sé, e di me… meno che niente. Invece quella battaglia con la Natura è toccata a me. È lì che s’è giocato il mio destino e la mia santità.

Me li sono giocati nel momento decisivo in cui l’ultima onda omicida, inarcata su di noi, s’è abbattuta separandoci. Fino a quel momento eravamo un corpo solo, con uno sguardo solo, istintivamente rivolto al largo, di dove ci arrivava la Morte. Quando ripenso a me bambino, Adam, non riesco a rivedermi; voglio dire, non rivedo me stesso alla maniera in cui rivedo la cupola dell’Asilo Infantile verso cui correvo gioioso la mattina nel mio grembiulino a quadretti, o alla maniera in cui rivedo i miei piedi nudi quando, vestito da Angelo nel mese di Maggio, le ali bianche in spalla e l’aureola dorata in capo, spargevo, calpestandoli, petali di rosa a piene mani sul percorso della Processione Mariana; non rivedo me stesso a quel modo perché è con gli occhi di quel me stesso che rivedo tutto il suo mondo. Fino al giorno di cui ti sto raccontando, il quel maggio del 1998, m’ero illuso che Tito ed io spartissimo lo stesso unico sguardo, lo stesso punto di vista. Se pensavo a Tito in sua assenza, mi pareva di vedere non lui ma le cose su cui si posavano i suoi occhi. In questo momento, invece, strappati l’uno all’altro dall’onda, eravamo diventati due sguardi separati; lui si allontava man mano da me guardandomi con occhi né dolenti né doloranti, occhi attoniti che ancora non comprendevano l’accaduto, ed io lo guardavo allontanarsi con lo stesso sguardo immoto, che comprendeva tutto invece ma non aveva alcun motivo, o alcun pubblico su quella spiaggia deserta, per manifestare la lacerazione che mi stracciava le viscere. Avrei voluto pregare ma non trovavo le parole. Pochi secondi dopo rimaneva solo il mio, di sguardo, a spaziare sulla distesa del lago, sulle chiostre smaglianti di quei frangenti, che facevano pensare ad innumerevoli fauci insaziabili. È stato quel giorno, in quella maniera irrimediabile, Adam, che ho imparato a compatire il dolore altrui. Persino il tuo.

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Ripensandoci, no, abiuro la mia generosità post mortem. È un cliché da predicatore. Non abbiamo ancora finito, tu ed io, Adam. Questa è unafiction, l’ho detto fin dall’inizio, un artefatto letterario. Ma l’ho scritta a mo’ di litania, in un linguaggio timoroso di dire troppo o significare troppo poco; un linguaggio non dissimile da quello con cui ho pregato per anni un Dio implacabile ed illetterato, sordo alle rivalutazioni, revisioni, correzioni, incertezze, reticenze, imprecisioni, o ai ripensamenti del tipo di questa abiura, con cui narriamo noi stessi agli altri: il Dio della Bibbia e del Corano. Voglio spostarmi di campo. Seguimi, Adam, nella sfera degli unici libri sacri che ci rimangano, quella rarefatta dei capolavori letterari. Non c’è rito che si ripeta identico a se stesso, in letteratura, non c’è racconto che narri l’identica vicenda a interpreti differenti, nè lettura il cui dove manchi del come, il quando del perché, il prima del dopo.

Nell’inferno di Dante, Adam, il tuo contrappasso di assassino ti condanna ad assassinare te stesso senza requie e senza fine. E ti toccherebbe un destino analogo nell’inferno dei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, condannati a ripetere in eterno il proprio crimine più riprovevole. Nel mio purgatorio di tutti i giorni, invece, ti assegno un’esistenza alternativa a quella di cui ti sei volontariamente privato; ti offro una seconda opportunità, non per giustificare te stesso (la nostra misericordia, Adam, te la sei giocata per sempre), ma per aiutarmi a rendere tollerabile l’esistenza di coloro che ti sopravvivono.

Ti propongo insomma un nuovo breve ruolo, Adam, alternativo a quello di cui, Regista del Nulla, sei voluto morire insieme a tanti bambini innocenti. Ho il potere di farlo: sono io l’Autore, qui. Ma sta a te accettare o meno. Ricordo che i personaggi di John Fowles evadevano il controllo del proprio creatore per farsi latori di un imperativo morale. È questo il sortilegio letterario che fa al caso nostro.

C’è una persona dall’aria un po’ eccentrica a passeggio lungo il viale che fiancheggia la spiaggia di Evanston. Dà l’impressione di un predicatore abbigliato in modo troppo vistoso, dai tre anelli alle dita d’una mano alla catena d’oro che gli attraversa il panciotto al bastone da passeggio sormontato da un pomello in malachite. Lo si direbbe un ex-predicatore che in tarda età si sia scoperto la vocazione dell’impresario teatrale. Con fare casuale, rivolge gli occhi in direzione dei due unici bagnanti in acqua e comprende immediatamente di avere a che fare con una classica scena strappalacrime: due cuori infranti propulsi dal fato in direzioni opposte, due paia di occhi ancora incapaci di tollerarsi autonomi l’uno dall’altro nella propria visione del reale. Allora estrae da un taschino del panciotto un grosso orologio d’oro e con un dito spinge infinitesimamente all’indietro la lancetta dei minuti; dodici secondi per l’esattezza, quel poco che basta per squinternare le norme del realismo struggente e risospingere Tito indietro, nelle mie braccia. Affrontiamo di nuovo con un solo sguardo calcolatore quella stessa onda omicida. La quale torna ad inalberarsi sopra di noi, ma d’un guizzo titubante, inibita dal movimento peristaltico che le è stato imposto dalle rotelle scoordinate del Tempo; gonfia il petto un istante di troppo, e la mia spalla ne approfitta per fare breccia nella risacca che ci trascina incontro alla sua massa d’acqua. Spingo Tito verso la spiaggia, dò un paio di bracciate sott’acqua e gli emergo al fianco, lo spingo ancora, dò due altre bracciate per raggiungerlo; ora lui tocca finalmente il fondo, trova l’equilibrio, mi guarda con occhi che sprizzano fiducia, e ci incamminiamo sbigottiti, stretti l’uno all’altro, verso il bagnasciuga: verso il mondo fragile e irrinunciabile della Vita dove c’è chi schiva il pericolo che ha di fronte e chi se lo schiva alle spalle, chi strappa un’altra ora alla Morte e chi invece, come te, ne abbraccia il vuoto e vaga come un rivolo senza direzione, né in avanti né all’indietro, né dianzi né dipoi, schiavo d’ogni pendio, detrito d’ogni ascesa. Ancora pochi secondi, ancora qualche scivolone e una storta per me sui sassi levigati smossi dall’acqua, e ci troviamo faccia a faccia con l’impresario. Nel frattempo, riempendosi le scarpe di sabbia, questi è avanzato nella nostra direzione. Ha un’espressione ironica in volto, ma anche compassionevole, come di qualcuno che abbia sventato con successo la minaccia del pathos più straziante. Reinserendo l’orologio d’oro nel taschino, mi scruta con una certa attenzione a carattere professionale, come se si attendesse ancora qualcosa da me. Restituisco lo sguardo e, d’impulso, mi batto la fronte col palmo della mano. Non ci sei ancora arrivato! Credevo di essere stato chiaro ma vedo, Adam, che ti dibatti nel buio. Poco male, non c’è che da recitare l’ultima battuta dal copione estemporaneo di cui l’impresario m’ha reso protagonista insieme a mio figlio. Eccola: “Dimmi che accetti il ruolo, Adam. Dimmi che preferisci questo finale. Insomma, devo proprio chiedertelo? Dimmi che quell’impresario ha il tuo volto.”

Credimi, Sinceramente,

Gian Balsamo

Palo Alto, 17 dicembre 2012

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