Queen Kong: è cinema o è porno?

L’incursione del linguaggio pornografico nel cinema.

Negli ultimi anni le voci di donne che consumano cinema porno si sono moltiplicate, così come quelle di coloro che affermano la volontà di farne parte, sia come spettatrici che come autrici e produttrici. Il loro ingresso nell’industria comporta inevitabilmente il cambiamento di alcune regole consolidate e apre il genere a nuove visioni ed esigenze. In diversi paesi sono nati collettivi di donne che realizzano propri film. In Italia i primi cortometraggi prodotti da Le ragazze del porno stanno avendo successo e hanno acceso interessanti dibattiti, pur non potendo contare per il momento su una distribuzione tradizionale. Anche il mondo accademico se ne occupa ed è a studiosi quali Enrico Biasin, Giovanna Maina e Federico Zecca – che si deve tanto la curatela di pubblicazioni quali Il porno espanso e Porn After Porn. Contemporary Alternative Pornographies quanto l’organizzazione di panels con relatori internazionali come quelli della MAGIS – International Film Studies Spring School a Gorizia.

In Italia il porno sembra condannato ad essere autoprodotto, in quanto anche la nuova legge esclude la possibilità che questi soggetti eccentrici possano ottenere contributi dallo Stato, a differenza di quanto accade per gli altri generi cinematografici. L’articolo 14 stabilisce infatti l’esclusione di “opere audiovisive a carattere pornografico o che incitano alla violenza o all’odio razziale”. Una svista, un cattivo utilizzo della sintassi, oppure il legislatore intende mettere i due sullo stesso piano? Lo scopriremo solo quando saranno pubblicati i decreti attuativi.

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Abbiamo chiesto a Monica Stambrini del collettivo Le Ragazze del Porno e regista di Queen Kong di immaginare quale spazio può assumere questo genere in un paese in cui dimostrazioni di misoginia, sessuofobia e violenza machista sono quotidiane.


 La domanda che più frequentemente mi viene rivolta, anche dalle persone più intime e a me vicine, è: Ma perché vuoi fare del “porno”? Cosa vuoi dire con il porno? La risposta la sto ancora cercando, e uno dei modi per farlo è anche quello di guardarsi indietro. La prima volta che mi sono eccitata sessualmente avevo sei o sette anni e stavo guardando un film, per nulla porno, che passava in televisione: Treni strettamente sorvegliati, capolavoro del regista ceco Jiří Menzel. A 15 mi sembra di ricordare di aver pensato per la prima volta che avrei voluto fare cinema, dopo aver visto Fanny e Alexander di Bergman che ai miei occhi di adolescente risultò un film pieno di mistero e anche di sesso.

Finite le scuole dell’obbligo m’iscrivo all’Università Statale di Milano con indirizzo Filosofia, semplicemente perché per entrare alla Fémis – la più bella scuola di cinema di Parigi – occorrevano due anni di università. Nel frattempo però vengo ammessa alla Scuola Civica di Cinema di Milano. Erano i primi anni Novanta. Ottenuto il diploma in Regia Cinematografica realizzo vari cortometraggi in pellicola. Nel 1995, a venticinque anni, mi trasferisco a Roma.

MoniquePublique, un cortometraggio in Super8, viene selezionato da Nanni Moretti per il Sacher Festival. Rimango abbastanza incredula perché di tutti i miei corti fino a quel momento MoniquePublique è il più difficile e osceno, dove la mia voce off svela alcune mie fantasie sessuali parecchio contorte. Moretti mi dice che il mio corto gli piace perché dividerà il pubblico, come infatti avviene: mezza platea applaude, l’altra metà fischia. Ovviamente MoniquePublique non vince nulla ma io sono emozionata e contenta perché ho l’approvazione di un maestro come Moretti e di mezza platea.

L’anno successivo (1998) un mio altro cortometraggio “Sshhh…” (una storia al limite dell’incestuoso fra padre e figlia) vince il secondo premio al Festival di Torino. È la prima volta che vengo premiata in vita mia e ne sono ovviamente felicissima anche perché, pochi giorni dopo, chiama il produttore Galliano Juso proponendomi la regia di un lungometraggio (!) tratto da un libro, Benzina di Elena Stancanelli. Benzina è un libro lesbico, hard e surreale al tempo stesso – cifra difficilissima da tradurre sullo schermo – con scene di sesso esplicito, vibratori e cadavere della madre. Io sono abbastanza incredula che un produttore mi commissioni un soggetto così, sembra che il destino mi venga proprio a cercare. Soprattutto non riesco a credere che il film potrà avere i finanziamenti da parte dello Stato su cui invece punta Galliano Juso.

Qui mi succede qualcosa di strano: negli ultimi anni ho visto almeno tre o quattro film su lesbiche che uccidono – tipo Butterfly Kiss di Michael Winterbottom e Heavenly Creatures di Peter Jackson – come se amore lesbico al cinema fosse equivalesse a follia e perversione, e comincio a credere che Benzina debba essere invece un film romantico, non demoniaco. Quindi Juso ed io cominciamo a discutere sulle scene di sesso: lui le vuole molto esplicite, mentre io voglio un film per ragazzine… un film per tutti! Dopo quattro anni e due domande presentate per ottenere un contributo statale (attraverso la produzione assistita di opere prime e seconde in base all’articolo 8 della legge allora vigente, la 153/1994) Benzina ottiene dalla Commissione consultiva per la Cinematografia all’incirca due miliardi di lire (!!!) e nel 2001 passa alla Commissione per la Revisione Cinematografica dove riesce ad avere, con mia grande gioia, il visto censura PER TUTTI.

Il mio rapporto con Galliano Juso meriterebbe un articolo a parte. Facevamo grandi discussioni sulla censura – lui era un pozzo di aneddoti, avendoci duellato tutta la vita, e aveva le idee molto chiare. Io mi divertivo molto a chiedergli cosa faceva scattare i divieti ai minori di 14 anni o di 18 e Juso aveva la risposta a tutto: La droga? VM14, ma se assunta in scena VM18. Il sesso femminile? VM14. Il sesso maschile? VM18. Anche se moscio? Sì, VM18.

Questa cosa che il sesso femminile avesse solo i VM14 mentre quello maschile i VM18 non mi va giù. Infatti, mentre mi trovavo all’ufficio che si occupa della censura ad aspettare il verdetto della commissione su Benzina, incontro Renato De Maria che stava presentando Paz, sulla vita di Andrea Pazienza, dove per evitare il famigerato VM18 aveva sostituito l’eroina con l’hashish, eppure si era ritrovato con un divieto fino ai 18 anni ed era arrabbiatissimo. Il motivo? In un’inquadratura i due protagonisti maschili erano nudi, da capo a piedi.

Benzina esce nelle sale senza divieti, ma subisce una forma di censura ancora più triste di questi tempi: una scarsa distribuzione, poca stampa, pochi festival… Ma anche grazie al fatto di essere un film lesbico (in un mercato con pochi competitori) viene venduto in molti paesi all’estero e anche distribuito al cinema negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Inghilterra ecc. Mentre in Italia arriva in sala per una settimana appena in pochi capoluoghi e il distributore home video fallisce dopo appena un anno. Per trovare un dvd di Benzina devo andare a Londra o su Amazon. Per fortuna, pochi anni dopo, lo ritrovo online su Internet, libero da scaricare e da vedere per tutti.

Fotogramma tratto da Benzina
Fotogramma tratto da Benzina

Nel frattempo io, che ancora m’illudo che dopo aver fatto il primo lungometraggio avrei avuto la vita più facile, devo presto ricredermi. Le leggi cambiano, l’Euro mette tutti in ginocchio, il cinema ormai si fa con il sostegno dei colossi televisivi (Rai Cinema, Medusa) e poco altro. Continuo a scrivere sceneggiature, sperando di riuscire a fare finalmente il mio film d’autore, ma fatico persino a incontrare dei produttori. Nel 2007 mi viene offerta la possibilità di girare un episodio di Crimini, una serie tv di Rai2. Lo faccio, mi diverto, ci metto tutta me stessa. Combatto dove posso, mi adeguo dove devo. Terapia d’urto viene bene, gli share non sono altissimi ma Rolando Ravello vince il premio come Miglior Protagonista al Roma Fiction Fest. L’anno dopo mi candido per la seconda serie ma mi dicono che no, non mi vogliono più.  Hanno già altre due registe donne. E così mi fanno capire che l’anno prima ero stata scelta perché facevo quota rosa. Per la prima volta nella mia “carriera” mi sento oggetto di discriminazione sessuale. Fino a quel momento il mio genere non mi sembrava fare alcuna differenza. Le donne facevano cinema, poche ma buone perché erano brave, determinate e avevano delle cose da dire. E ce ne sarebbero state sempre di più.

A quasi quarant’anni, avvilita dal mondo professionale del cinema, rinuncio all’inseguimento disperato del “lungo” e ricomincio da zero. Giro reportage, video d’arte per case di moda, videoclip, making-of… Qualsiasi cosa mi capiti a tiro e che mi venga commissionata. Comincio anche a fare tutto da sola: giro con le MiniDV, con le Reflex, con l’Iphone. Ma mi sento un po’ sola, appunto. Non è un caso quindi se mi appassiono all’idea di mettere insieme un gruppo di registe donne per fare dei corti porno, perché la cosa più sensazionale per me – ancora più del porno – è quella di fare squadra con altre registe.

Siamo nel 2012.

Come Ragazze del Porno ci confrontiamo subito sul taglio: erotico o porno? Che per me (grazie alla scuola Juso) al cinema vuol dire semplicemente: VM14 o VM18? Siccome siamo donne e vogliamo rompere il cliché dell’erotico soft che spesso ci viene affibbiato, decidiamo per i VM18. Non è una decisione senza contrasti: alcune di noi infatti se ne escono, altre restano. Ognuna scrive il suo cortometraggio e, con un pacchetto di 10 registe e 10 corti porno, ci presentiamo da vari produttori. Il progetto attira attenzione, e con qualche produttore cominciamo anche a lavorare, ma ben presto ci accorgiamo che il VM18 che rende così appetibile il progetto è anche il suo grande handicap. Nessuna sa dove trovare i soldi, né a chi venderlo. Persino le aziende che producono preservativi storcono il naso perché è troppo hard, mentre loro mirano agli adolescenti. Per un certo periodo saremo solo in cinque registe a lottare per il progetto convinte della sua potenzialità (anche se ma rimaniamo un gruppo fluido e la nostra composizione è tuttora in divenire). Decidiamo quindi di fare un crowdfunding e di venire allo scoperto, optando per l’autoproduzione. Il nostro coming out (avvenuto nel 2014) è un successo mediatico. La stampa ci ama, il nostro video di presentazione è cliccatissimo, fa notizia e scalpore perché grazie al magico mix di “ragazze” e “porno” abbiamo il massimo di visualizzazioni. Entusiaste e nuovamente speranzose cominciamo a organizzare varie iniziative per raccogliere fondi. Siamo come un’associazione di beneficienza e moltissima gente ci supporta per questo moralmente e economicamente, incoraggiandoci ad andare avanti. All’improvviso ci sentiamo non solo importanti ma necessarie. Le Ragazze del Porno non è più solo un progetto cinematografico ma anche politico.

Finalmente tra il 2015 e il 2016, con i (pochi) soldi racimolati in un anno, riusciamo a realizzare tre cortometraggi: Insight di Lidia Ravviso e di Slavina, Queen Kong (per lo più prodotto da me, ché i soldi non bastavano più) e Mani di Velluto di Regina Orioli (realizzato in stop motion, attualmente è in post-produzione).

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Nella foto: la regista Monica Stambrini e gli interpreti Valentina Nappi e Luca Lionello sul set di Queen Kong

La parte della protagonista femminile di Queen Kong accetta di interpretarla la pornostar Valentina Nappi (wow, una star!) mentre per la parte del protagonista maschile sono determinata a trovare un attore di cinema e/o teatro, non un performer porno. Non è facile, tantissimi bravi attori sono tentati dal ruolo ma spaventati dalle ripercussioni a livello professionale. Quando Luca Lionello accetta la parte, so di avere ottenuto la prima preziosa vittoria non scontata: finalmente il porno e il cinema si fondono sul serio. Grazie alla sua storia, agli attori, alla troupe di creativi e alla messa in scena Queen Kong non si può propriamente definire un film porno canonico – pur facendo suo il linguaggio pornografico – ossia un film in cui gli attori fanno sesso in scena e i genitali (femminili e maschili!) sono ben visibili. Io girandolo provo una grande emozione: rappresentare il sesso senza vincoli è abbastanza incredibile. Infatti su quel set sentiamo tutti di stare facendo qualcosa di pionieristico (e anche per questo riesco a coinvolgere una troupe cinematografica d’eccezione, sia pur con pochi mezzi). Sul set c’è una grande aspettativa, ma quando poi l’atto sessuale si compie davanti a tutti succede qualcosa di strano: il sesso si riduce all’essenziale, si libera dei pudori, degli stereotipi e delle sovrastrutture. Diventa normale e narrativo.

Queen Kong esordisce al Queens World Film Festival di New York e vince il premio per la miglior regia. In Italia viene selezionato alla 52° Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, presentato durante le conferenza stampa e in prima serata come “evento speciale” presso la Sala Sperimentale. L’esperienza di Pesaro è potente: la curiosità del pubblico e della critica è alta, la sala piena e – oltre alle critiche entusiaste assieme alle polemiche della stampa religiosa – il dibattito che si accende nei giorni successivi è: Siamo di fonte a cinema o a porno?

Vorrei a questo proposito fare un inciso: per porno generalmente s’intende un film che ha come fine quello di masturbarsi e – possibilmente – di orgasmare. Stando a questa definizione Queen Kong non è un film porno e potrebbe non rientrare nel calderone previsto all’articolo 14* della riforma Franceschini. A proposito di questo articolo, mi fa sempre specie che la pornografia sia spesso accostata alla violenza o all’odio razziale. Come se il sesso fosse dannoso quanto l’incitazione alla violenza, condannabile come l’odio razziale. Anche se leggendo l’articolo 14 è facile immaginare che il margine di interpretazione su cosa inciti alla violenza e cosa sia pornografico è abbastanza ampio e soggettivo.

Comunque, dopo Pesaro e dopo l’incredibile rassegna stampa che l’ha seguito, a settembre presentiamo (come Ragazze del Porno e con Valentina Nappi) al Milano Film Festival sia Queen Kong che Insight. Anche a Milano, quasi più che a Pesaro, la serata è sold out, la sala gremita – all’incirca 600 persone, molte in piedi, pagando il biglietto a prezzo pieno. Ed è stato in quell’occasione che mi sono detta: il pubblico c’è, e non è solo un pubblico di internet, solipsistico. Gli italiani sono pronti ad andare al cinema, tutti insieme, per vedere un film che usa il linguaggio pornografico, dove il sesso non è solo alluso ma raccontato, senza tagli.

Decido dunque di tornare al Ministero per chiedere il visto censura per Queen Kong, questa volta come produttrice e regista. Non ho accordi con una casa di distribuzione e il film è troppo corto per trovare uno spazio di programmazione regolare, ma credo sempre più che si possano immaginare eventi e nuove forme di distribuzione. Compilo la domanda on line, stampo i moduli e mi reco al alla sezione Revisione Cinematografica del Mibact. Appena mi presento ai vari sportelli scopro che molti conoscono Queen Kong e ne hanno sentito parlare, e sembrano entusiasti di poterlo finalmente prendere in considerazione. Questo mi fa pensare che alla Revisione Cinematografica (a.k.a. Censura) si annoieranno un sacco con tutti questi film così poco difficili di questi anni… Gentilmente mi chiedono se voglio presenziare alla commissione per cercare di ottenere il divieto ai minori di 14 anni anziché quello per i 18. Non dimenticherò mai l’espressione della funzionaria quando rispondo che no, i 18 anni sono una giusta indicazione per il mio corto. In tutti i suoi anni di carriera credo che non abbia mai incontrato nessun produttore o distributore in pace con il VM18. Perché quando scatta il VM18 la legge non consente più di fare pubblicità al film, né in TV né nei cinema, né con i manifesti. Un film VM18 subisce un’ulteriore censura, quella della non-visibilità. Per lo Stato un film VM18 può esistere ed è lecito, ma non va pubblicizzato, come se fosse qualcosa di vergognoso e di immorale. Ed è questa la grande contraddizione, a mio avviso. Prendiamo per esempio Salò di Pierpaolo Pasolini, o Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, entrambi VM18. Io credo sia giusto che ci sia un’indicazione di età, ma non che vengano penalizzati. Sono film giustamente “per adulti”, o meglio ancora suona la definizione anglosassone: per un’audience matura.

Non nego che, fino a che non mi hanno confermato il visto per i 18 anni, una piccola parte di me –essendo nata negli anni Settanta – temeva anche che il film non passasse per nulla, che venisse messo al rogo. Ma tutto ciò non succede più, siamo nel 2016, e fra l’altro non si sa ancora bene cosa succederà della Commissione Revisione Cinematografica ora che la nuova legge prevede che siano i produttori e/o distributori a dichiarare un’indicazione di età per il divieto. Saremo all’improvviso tutti adulti, in grado di autoregolarci, senza una commissione da pregare in ginocchio o con cui combattere per i tagli? Questo ci esporrà anche a maggiori litigi e polemiche, probabilmente. Non si sa ancora, si vedrà presto cosa succederà. Certo, il fatto che sparisca per sempre la parola VIETATO sembra abbastanza importante. Un grande passaggio linguistico e quindi di mentalità.

E a quel punto forse anche Queen Kong e Le Ragazze del Porno perderanno il loro tabù e dunque il loro fascino. O forse no, perché la sessualità, con o senza tabù, è legata a troppe emozioni vitali. E sono convinta che il linguaggio pornografico, da sempre così fluido e innovativo, sia solo all’inizio del suo percorso cinematografico, perché come autori, interpreti e spettatori non finiremo mai di turbarci di fronte al mistero del sesso – che non sarà svelato fino in fondo mai.

 

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