#Venezia72: Prisma human rights photo contest

Uno sguardo tra gli scatti della prima edizione di PRISMA: tra diritti umani e libertà. Organizzato dal Global Campus of Master’s Programmes and Diplomas in Human Rights and Democratisation in collaborazione con Lightbox, il Photo Contest verrà inaugurato l’11 settembre al Lido di Venezia, durante la 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, presso il Monastero di San Nicolò. A partire dalle 16.30.

Risulta non solo difficile, ma temo anche inutilmente ridondante, sedersi a scrivere di fotografia e diritti umani dopo essersi imbattuti in rete, per l’ennesima volta nel giro di poche ore, nell’immagine del bimbo siriano annegato sulla costa turca. Perché all’interno del feroce dibattito internazionale scatenato dall’emergenza umanitaria delle migliaia di profughi in fuga da guerre e persecuzioni, una seconda diatriba si è accesa: quella riguardante l’utilità o meno della diffusione massiccia e virale di immagini di morte. In molti si chiedono in questi giorni – tematica del resto che si ripropone periodicamente nell’età delle tragedie mediatiche – se questo bombardamento visivo costante serva davvero a sensibilizzare ed a smuovere l’opinione pubblica mondiale, o se non si corra piuttosto il rischio di abituarcisi gradualmente, di assuefarsi a tal punto alla continua esposizione del dolore degli altri da diventarvi alla fine indifferenti. Qual è la vera utilità di queste fotografie se, dopo lo sgomento, lo schifo, l’indignazione momentanea, non ne segue una presa di posizione ferma che si traduca in un’azione contundente, trasformatrice della realtà? A cosa stiamo contribuendo, nel continuare a farle rimbalzare all’infinito, attraverso la rete, al di là dell’alimentare un’estetica morbosa ed un patetismo fine a se stesso?

Rena Effendi. Ala Tarasova, 68 anni. Di etnia russa, fuggì da Sukhumi, in Abkazia, 17 anni fa, dopo che suo marito e suo figlio vennero uccisi in guerra. Da allora vive sola in un campo rifugiati a Tskhvari Chamia, in Georgia, dove una nuova ondata di rifugiati è arrivata dall’Ossezia del Sud la settimana in cui scoppiò il conflitto Russia-Georgia, nell’agosto 2008.
Rena Effendi. Ala Tarasova, 68 anni. Di etnia russa, fuggì da Sukhumi, in Abkazia, 17 anni fa, dopo che suo marito e suo figlio vennero uccisi in guerra. Da allora vive sola in un campo rifugiati a Tskhvari Chamia, in Georgia, dove una nuova ondata di rifugiati è arrivata dall’Ossezia del Sud la settimana in cui scoppiò il conflitto Russia-Georgia, nell’agosto 2008.

Avendo questi interrogativi in mente, e con gli occhi ancora pieni di quell’immagine lì, diventa un’operazione complessa presentare un concorso internazionale che si propone di affrontare la tematica scottante della libertà come diritto umano fondamentale attraverso il linguaggio fotografico. È questo infatti il filo conduttore della prima edizione del PRISMA Photo Contest, organizzato dal Global Campus of Human Rights in collaborazione con Lightbox, e che si terrà al Lido di Venezia, presso il Monastero di San Niccolò, sede dello European Inter-University Center for Human Rights and Democratisation (EIUC), il prossimo venerdì 11 di settembre. Quel giorno, dopo una serie di talks e dibattiti, verranno presentati i lavori dei 20 finalisti selezionati da una giuria internazionale, ed alle ore 19 verrà annunciato il vincitore.

Rena Effendi. Base militare russa bombardata a Tshinvali, Ossezia del Sud. Conflitto Russia-Georgia. Agosto 2008.
Rena Effendi. Base militare russa bombardata a Tshinvali, Ossezia del Sud. Conflitto Russia-Georgia. Agosto 2008.

In questa particolare fase storica, dominata da violazioni sistematiche dei diritti fondamentali su ampissima scala, risulta impossibile svincolare l’evento in questione da questo più ampio contesto, che anzi lo rende di un’attualità travolgente. Ê un’estate di sangue quella che sta volgendo al termine: affrontare queste tematiche è diventato un imperativo morale, ovviarle ci rende colpevoli per omissione, occuparsi di qualsiasi altra cosa appare non solo futile, ma quasi malvagio. Il problema ora è come parlarne: come alimentare un dibattito realmente proficuo riguardo ad argomenti talmente ricorrenti nella nostra attualità di notizie usa-e-getta, da risultare velocemente triti e, per tanto, inefficaci. Talmente sbraitati, da lasciarci presto storditi ed assordati.

Rena Effendi. Felicia Owlboy, 19 anni, a casa di sua zia Jada a St. Michaels. Il tatuaggio sul suo braccio è dedicato a suo padre, che si suicidò impiccandosi. Spirit Lake, North Dakota. 2013.
Rena Effendi. Felicia Owlboy, 19 anni, a casa di sua zia Jada a St. Michaels. Il tatuaggio sul suo braccio è dedicato a suo padre, che si suicidò impiccandosi. Spirit Lake, North Dakota. 2013.

Ma se di fotografia si tratta, sarebbe opportuno lasciar parlare le immagini. Ed è qui, credo io, che si avverte la profonda differenza, lo scarto cruciale, tra una fotografia urlata, che genera un effetto tanto immediato quanto volatile, e delle immagini invece meditate, cercate, ruminate lungamente. Passiamo in rassegna i lavori presentati a PRISMA e non troviamo sangue, ne’ armi puntate, ne’ lacrime vive. Invece di volti sfigurati dal dolore, vediamo calma e compostezza. Alcuni soggetti posano davanti alla macchina, altri invece sono colti in atti spontanei, ma comunque apparentemente comuni: partecipare ad una manifestazione, scorrere lo schermo di un telefono cellulare, fare un tuffo al fiume.

Jumoke Sanwo, “Silence”, N’Djamena, Chad, 2013
Jumoke Sanwo, “Silence”, N’Djamena, Chad, 2013

Altri soggetti, direttamente, non si rivelano: il loro volto è coperto o mascherato, non sappiamo chi siano ne’ che gli sia successo. In tutti i casi però, anche in quello delle immagini a prima vista meno opache, quello che si richiede allo spettatore è di andare oltre: oltre il messaggio immediato, oltre l’evidenza, oltre l’ovvio. L’osservatore si vede obbligato a fare uno sforzo in più di comprensione, ed è proprio in quello sforzo che sta la grande differenza tra le foto che rimbalzano sui social, e i lavori che PRISMA ci propone. Perché, come ci ricordava Oliver Burkeman qualche settimana fa su Internazionale, quanto più le informazioni sono difficili da elaborare ed interiorizzare, più a fondo le capiscono le persone.

Mario Badagliacca, “Chessboard”, Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Bari Palese, Italia, 2014
Mario Badagliacca, “Chessboard”, Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Bari Palese, Italia, 2014

Questo meccanismo ha anche un nome: disfluenza cognitiva. Solo se ci prendiamo la briga di conoscere la storia che c’è dietro ad ognuna di loro, queste immagini si rivelano in tutta la loro eloquenza. Quando ci si sbarazza della retorica, resta il significato. Un significato reso ancor più potente, e questo è il secondo grande merito di un’iniziativa come questa, dal protagonismo attribuito ai singoli individui. Le tragedie vicine e lontane coinvolgono masse talmente vaste di persone che, proprio per il peso dei numeri, risultano alla fine disumanizzate agli occhi dei più. Certe efferatezze non riusciamo nemmeno a concepirle da tanto sono imponenti.

Max Bastard, “A peasant struggle”, Villaggio Sigidi, Pondoland, Provincia Orientale del Capo, Sudafrica, 2015
Max Bastard, “A peasant struggle”, Villaggio Sigidi, Pondoland, Provincia Orientale del Capo, Sudafrica, 2015

Trenta morti ammazzati al giorno, cento mila profughi, sei milioni di vittime: non sappiamo chi siano, ma sono talmente tanti da non appartenere quasi nemmeno più al genere umano. Sono solo numeri. È invece quando attribuiamo loro un volto, un’individualità, quando ci vengono raccontate le loro singole storie, che riusciamo ad empatizzare, e forse anche a comprendere.

Micheal Vince Kim, “Sung-ok Tigay”, Ushtobe, Kazakhstan, 2014
Micheal Vince Kim, “Sung-ok Tigay”, Ushtobe, Kazakhstan, 2014

PRISMA nasce con la doppia pretesa di diventare un appuntamento fisso per la comunità fotografica internazionale, e di attivare una rete di professionisti, artisti ed intellettuali interessati alle tematiche della pace e della promozione dei diritti umani.

Patrick Tombola, “Not free to be young”, Soyapango, El Salvador, 2014
Patrick Tombola, “Not free to be young”, Soyapango, El Salvador, 2014

Ci auguriamo non solo che questi propositi vengano realizzati, ma che un’iniziativa di questo genere riesca ad avere un impatto su più vasta scala, suscitando interrogativi profondi nel grande pubblico e contribuendo così sul lungo termine alla formazione di un’opinione pubblica realmente consapevole.

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