A spasso nel Presente Italiano

Percorso tra le strade e i film del festival di cinema italiano contemporaneo a Pistoia.

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«Pensando a un festival a Pistoia ho pensato come primo input alla geografia pistoiese, a un centro relativamente piccolo e a questi luoghi, disposti come una specie di triangolo culturale che potesse creare un percorso sia per chi voleva spostarsi da un luogo del festival all’altro sia per chi voleva vivere la città». Mentre Michele Galardini racconta l’idea di Presente Italiano, il festival di cinema italiano contemporaneo che ha ideato e di cui è anche direttore, ci troviamo alle spalle della splendida Piazza Duomo, scelta di recente come location dalla produzione internazionale del chiacchieratissimo Medici: Masters of Florence e storica sede del Pistoia Blues, in una delle viuzze che si snodano dagli angoli della piazza. Qui, in via del Presto 5, c’è il Teatro Bolognini, uno dei tre vertici geografici di Presente Italiano in cui si tiene l’omaggio al cinema italiano curato dal critico Roy Menarini.

Quest’anno al centro della retrospettiva c’è il comico, «da sempre rubricato come se fosse una cosa sola, precisa e riconoscibile» e che, nelle parole dello stesso Menarini, «ha invece decine di sfumature diverse, ognuna segnata da antecedenti storico-artistici ma anche dal periodo (produttivo, sociale, collettivo) nel quale i film sono stati girati». La selezione dà vita a un dialogo tra alto e basso, tra commedia sociale e parodia, che si riflette nella scelta eterogenea degli otto titoli e, evitando volutamente figure ingombranti come Totò, Fantozzi e Sordi, mira a commistioni particolari. Così Signore e signori, buonanotte di Comencini-Monicelli-Loy-Magni-Scola convive con L’esorciccio di Ciccio Ingrassia, Vedo nudo di Dino Risi con Il merlo maschio di Pasquale Festa Campanile, La patata bollente di Steno con Casotto di Sergio Citti. Perché la commedia?, chiedo a Galardini:

È un momento in Italia in cui la commedia sta avendo di nuovo un certo successo, non solo nei film di Zalone, ma anche in una certa commedia più ricercata e particolare come per esempio La buona uscita, uno dei film in concorso, che è difficilmente inquadrabile. È una commedia molto atipica, che ti lascia inizialmente anche un po’ sconcertato, come una cosa che non hai mai visto. Sono contentissimo di avere questi otto film, perché sono la dimostrazione di un cinema popolare che però è anche cinema d’autore.

 

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Ci allontaniamo a piedi dalla viuzza del Bolognini, che ben rappresenta l’idea del festival, contenuto ma diffuso, e che, come il grande regista pistoiese da cui il teatro prende il nome, partendo dalle vie del centro storico della piccola città di epoca romana si confronta con il cinema di tutta la penisola. Camminiamo lungo le strade del centro, sotto l’arco e per le scale di vicolo degli Armonici giù fino all’angolo tra Piazza Gavinana e via di Buti dove due piccoli orsi, simbolo di Pistoia, battono l’ora su un globo di metallo. Infilandoci nella stradina arriviamo alla libreria

Lo Spazio di Via dell’Ospizio, secondo dei tre punti focali di Presente Italiano, dove durante il festival si tengono gli incontri con gli autori e che quest’anno, sulle pareti della saletta principale, ospita la mostra “Lo disegnavano Jeeg Robot”. Bellissime opere di illustratori da tutta Italia, che hanno voluto omaggiare il lungometraggio di Gabriele Mainetti, avvolgono il pubblico che durante i 9 giorni di festival può incontrare i registi dei film in concorso: Marco Santarelli (Dustur), Ferdinando Cito Filomarino (Antonia.), Giuseppe Gaudino (Per amor vostro) e Enrico Iannaccone (La buona uscita). Non essere cattivo del compianto Caligari completa il sestetto dei film in concorso insieme a Loro chi? di Fabio Bonifacci, che partecipa in veste di sceneggiatore (Notturno Bus, Diverso da chi?, Si può fare) alla tavola rotonda sul cinema italiano faccia a faccia con Giacomo Manzoli, professore di storia del cinema italiano all’Università di Bologna, e con Roy Menarini, qui moderatore.

L’incontro, dal titolo Ridere per ridere, affronta dal punto di vista storico e concettuale il comico italiano e muove dai fenomeni recenti (tra cui ovviamente il già citato Zalone) riflettendo sulle opere degli autori della commedia contemporanea, da Giulio Manfredonia a Luca Lucini, da Umberto Carteni a Riccardo Milani fino allo stesso Bonifacci. Per affrontare la spinosa distinzione tra comico e commedia, Manzoli segue all’indietro le orme dei generi risalendo persino a Chaplin e a I dimenticati di Sturges, ricordando come la contaminazione che viene rimproverata a tanta commedia contemporanea – e di cui vive anche Loro chi? di Bonifacci – abbia dato vita nel cinema a effetti straordinari: «In Roma città aperta, film che più drammatico non si può, Anna Magnani che viene uccisa dal soldato tedesco mentre insegue il camion su cui c’è il marito che sta venendo deportato e due minuti prima Aldo Fabrizi ha fatto ridere tutta la sala tirando una padellata in testa a uno mentre fingeva di dargli l’estrema unzione». Questa commistione la fa propria il festival stesso, che unisce documentari e corti d’animazione, film d’autore e cinema sperimentale, coinvolgendo nella selezione Giulio Sangiorgio di FilmTv, Francesco Grieco di Mediacritica e Marzia Gandolfi di MyMovies. Tutto questo per permettere al pubblico di scoprire attraverso sguardi molteplici le mille sfaccettature del cinema italiano, vivo e quantomai variegato.

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L’incontro sul cinema comico italiano alla libreria Lo Spazio di Via dell’Ospizio, sulle pareti la mostra “Lo disegnavano Jeeg Robot”

Ci spostiamo da via dell’Ospizio e attraversiamo via Cavour, passando accanto alla splendida fiancata della chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, composta con l’alternanza di marmo bianco e serpentino verde tipica delle architetture della piana fiorentina. «Ho pensato che fosse interessante muovere tutta la città, trasformare la città in una casa del cinema italiano», racconta Galardini mentre camminiamo verso il Cinema Roma, la sala che è il cuore del festival e dove tutti i giorni due volte al giorno il pubblico può vedere i film in concorso. C’è un occhio di riguardo, per il pubblico, a Presente Italiano. L’opera vincitrice viene infatti decretata da una giuria popolare selezionata prima del festival. È giusto far decidere al pubblico il film vincitore?, ci si chiederà. Non si rischia di premiare le opere più commerciali? A smentire subito i legittimi dubbi c’è la decisione finale della giuria di questa seconda edizione, che assegna il primo premio al documentario Dustur, girato nel carcere Dozza di Bologna, con i detenuti che partecipano alla stesura di una nuova costituzione.

Dustur affronta tematiche attuali, pungenti, senza trascurare o porre in secondo piano il messaggio che portano i protagonisti, “gli stranieri”, agli spettatori.  È un film profondo, umile e toccante. La religione cristiana viene accostata con delicatezza e semplicità ad una religione, e ad una cultura, diametralmente opposta come quella araba. Per queste motivazioni Dustur, pensando anche al titolo del festival, è quanto mai Presente Italiano.

Dustur di Marco Santarelli, che ha dedicato la vittoria alla memoria di Claudio Caligari, vince il miglior film, premiato insieme a Gianclaudio Cappai, miglior opera prima con il suo noir Senza lasciare traccia, con le opere donate dall’artista pistoiese Federico Gori.

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La riunione a porte chiuse della giuria popolare per decidere il vincitore del festival

Nella grande sala Teatro Bolognini, da cui eravamo partiti, si proietta Io sono un autarchico di Nanni Moretti a quarant’anni dall’uscita. È l’ultima serata del festival, e Fabio Traversa, attore simbolo del primo Moretti, racconta la rottura che il film fu per quell’epoca: «In quel periodo il cinema italiano si era un po’ regionalizzato. I prodotti italiani circolavano solo in Italia ed erano sempre più regionali – c’era il film di Franco e Ciccio Ingrassia, c’era il film di costume di una certa zona eccetera. Non esisteva uno sguardo sul mondo dei giovani che partisse veramente dal di dentro. E lì Nanni è stato bravissimo, geniale, perché riusciva a raccontare veramente quella società, quel tempo, quelle realtà e il modo di pensare di quegli anni». In sala si ripercorre la particolare genesi del film, autoprodotto e autodistribuito, venne messo in programmazione al Filmstudio con Nanni Moretti che tutti i giorni nella sua borsa di pallanuoto portava avanti e indietro le bobine di Super8 gonfiate per la proiezione. Si pensava che Io sono un autarchico sarebbe rimasto in quella sala al massimo una settimana, ma al Filmstudio ci rimase cinque mesi e portò Moretti dalla piccola sala cittadina alla ribalta nazionale, con tanto di presenza su Rai 2 da Arbasino per un faccia a faccia sul cinema direttamente con Monicelli. Aveva 23 anni. Presente Italiano di anni ne ha due, e ancora tanta strada da fare, ma anche se non sarà la rivoluzione morettiana ha qualcosa da dire. E in un periodo in cui la stessa regionalizzazione mal vista negli anni Settanta sembra la vera chiave per rivitalizzare il nostro cinema, il festival pistoiese, con il suo sguardo plurale sulla realtà cinematografica italiana, può aiutarci a scoprirla.

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