“Il Matto della Resistenza. Trasmissione intergenerazionale di un’idea” di Bruna Peyrot

Oggi pomeriggio, dalle 17.30 ad Asciano (SI) presso la mediateca “M. Monicelli”, il lavoro culturale partecipa alla tavola rotonda sul libro “Il matto della Resistenza” insieme all’autrice. Modererà il dibattito Alessio Duranti, presidente dell’A.N.P.I di Asciano.

Resistenza, resistenze. Il primo sostantivo al singolare con la maiuscola, il secondo al plurale con la minuscola.Nel suo ultimo libro uscito nel 2012 per la casa editrice Claudiana di Torino, la storica valdese Bruna Peyrot s’interroga sugli effetti che il passaggio dal singolare al plurale, dalla storia monumentale alle microstorie, produce sulla memoria individuale e collettiva.

E lo fa a partire dall’irriducibile singolarità dell’esperienza vissuta: la memoria di un padre e della narrazione dei fatti e delle scelte che tra l’autunno e la primavera del 1943 lo condussero dalle valle valdesi A la brua!, su in montagna, tra i partigiani di Giustizia e Libertà.

Tra le carte e i ricordi del padre, tra le conversazioni e l’esperienze dell’infanzia, Bruna Peyrot raccoglie la trama sparsa della memoria e ne tesse il filo spesso, ponendosi sul nodo centrale della trasmissione di questo filo. Non solo per ricostruire il modo in cui la trasmissione s’è realizzata dalla generazione della Resistenza (quella con la maiuscola) a quella dei figli, ma soprattutto per riflettere sulle vie di comunicazione delle idee e dei valori che hanno segnato l’antifascismo della Prima Repubblica per giungere alle generazioni d’oggi, schiacciate tra la liquefazione della memoria familiare e la propaganda revisionista di certa storiografia nazional-dilettantistica.

Trasmissione consapevole e télescopage silenzioso, costruzione della memoria antifascista nelle istituzioni e trasmissione carsica di scelte generazionali, s’intrecciano in una trattazione preoccupata del ritorno del mostruoso, dell’oblio ideologico.

L’Italia degli anni sessanta e settanta diventa in questo modo vittima e carnefice di un grande rimosso, di una faccenda lasciata in sospeso. Quella di un onesto interrogarsi sulla violenza fascista e sull’impossibilità di una completa conciliazione. Piazza Fontana, Moro, Tobagi, Rossa, Calabresi sono icone costruite e tradite per questa impossibile conciliazione, immolate sull’altare del grande rimosso.

Resistenza, resistenze si diceva. Perché la scoperta dell’antifascismo nel ’43, per alcuni giovani delle valle valdesi si sedimenta nell’intreccio della narrazione di una resistenza più antica ma non meno vitale, la resistenza delle comunità valdesi all’assolutismo d’ancién regime.

Il 25 aprile 1945, data simbolo della Liberazione dal nazifascismo, rifrange e acuisce il 17 febbraio 1848, la data della firma delle Lettere Patenti da parte di Carlo Alberto, la conquista dei diritti civili per quelle comunità che nel XVII secolo delle guerre di religione avevano conservato l’orgoglio della lettura autonoma del testo sacro.

I valdesi partigiani raccontati dalla Peyrot sono così quei “sassolini” della storia che s’infilano negli ingranaggi del potere, decelerandone o impedendone l’inesorabilità del corso, dimostrando la possibilità stessa di sospenderne il funzionamento, irrompendo come contingenza assoluta nell’eterno ritorno della violenza per il potere.

È questo scarto, il brivido di trovarsi di fronte allo spazio assoluto della scelta che inebriò i ragazzi del ’43. Li portò sulla vetta, gli fece assaporare il gusto mai provato dell’imprudenza.

Resistenze, imprudenze. La scelta libera e individuale diventa una componente non eliminabile, un passo in più verso la vetta con le spalle rivolte al destino di oppressione e violenza di un regime allo sbando. Aldo Peyrot portava con sé una carta sbiadita dei tarocchi di Marsiglia, la carta del Matto. Simbolo di incoerenza e insensatezza, il Matto interpreta l’imprudenza di chi abbandona il quieto vivere, l’abitudine alla cattività della gabbia totalitaria per rischiare il proprio sé e i propri affetti nel cambiamento. Di quanta imprudenza siamo ancora capaci? Come s’è tradotta questa idea nella trasmissione intergenerazionale, nello sgretolarsi della presenza viva degli autori di quelle scelte?

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