Per uscire dal dominio della lotta: personaggi di Houellebecq e personaggi di Carrère

Il protagonista di “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq e un personaggio di “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère permettono un confronto sul tema dell’infelicità e della malattia.

Le riflessioni che seguono sembreranno a molti un’appropriazione indebita di due libri che, per vari motivi, sembrano troppo lontani per qualunque confronto. Ma a volte, mentre leggiamo un libro, capita che un personaggio ci ricordi con le sue devianze il percorso di un altro, conosciuto nel romanzo di un autore letto in precedenza. La convergenza iniziale delle loro storie viene incisa da una scelta o una circostanza che le porta a separarsi, a correre l’una accanto all’altra parallele.

Per chi ha letto Vite (Einaudi, 2011), l’ossessione spontanea con la quale Carrère decide di iniziare a scrivere la storia di Étienne Rigal è perfettamente comprensibile e condivisa. Il personaggio del giudice zoppo arriva dopo la prima parte del libro – la presenza fortuita dell’autore insieme alla compagna e ai rispettivi figli allo tsunami nel sudest asiatico nel 2004 – già di per sé talmente intensa che sembra non ci si debba aspettare altro.

Quando conosce Étienne l’autore ammette di aver provato una sorta di disagio: è il timore reverenziale che si prova ad avvicinarsi a una personalità enorme e complessa che senza preavviso decide di schiudersi completamente, come se ci avesse scelto e ci mettesse a parte del suo essere fuori dal comune. Tra Étienne e Carrère accade esattamente questo sin dal loro primo incontro e l’autore decide di dedicargli il suo lavoro successivo. Il suo timore diventa quello di riuscire a raccontare la vicenda personale del giudice e della sua malattia senza aggiungere e togliere altro alle sue rivelazioni.

Étienne era il collega di Juliette, la sorella di Hélène, compagna dello scrittore. Juliette è stata colpita da un cancro, anche lei è zoppa: due giudici zoppi, straordinariamente agguerriti e temuti. Tuttavia, il cancro di Juliette torna per ucciderla. Subito dopo la sua morte Étienne invita nella propria casa Hélène e il compagno. Qui parlerà del loro rapporto personale e professionale, ma ciò che interesserà Carrère sarà la figura di Étienne, un uomo che da giovane era uno sportivo e al quale i medici hanno diagnosticato un tumore all’età di diciotto anni.

L’episodio chiave è la prima notte di Étienne, appena maggiorenne, ricoverato d’urgenza in ospedale. Insonne, il ragazzo solleva la coperta e si guarda la gamba sinistra malata, nella quale «c’è quella cosa che lavora alla sua distruzione» (p. 90). Poco tempo prima il ragazzo aveva letto 1984 e la scena che lo aveva colpito maggiormente era stata quella del protagonista, Winston Smith, torturato dalla polizia. Gli agenti cercano di scoprire la sua paura più grande, perché «una volta identificata la paura primaria di un uomo, sei a cavallo. Non c’è più eroismo che tenga […]» (ivi). La paura più grande di Winston è che gli si avvicini al viso un ratto e che una volta fatto uscire dalla gabbia inizi a mordergli la faccia.

Quel ratto diventa lo stesso incubo per Étienne e per tutta la notte ne è ossessionato. Il ratto lo sbrana da dentro, risalendo nel suo corpo fino al cervello. Il giovane supererà la notte lasciando che il ratto continui ad aggirarsi nel dormiveglia, fino a placarsi del tutto. Il giorno dopo conquista una consapevolezza: «Tu sei quelle cellule tumorali. Loro non sono un corpo estraneo, un ratto che si è introdotto nel tuo corpo. Fanno parte di te» (p. 91). Carrère ugualmente dirà di possedere il proprio ratto, ma nel suo caso è una volpe, frutto di un aneddoto ascoltato a scuola: il piccolo spartano che ruba una volpe e la nasconde sotto la tunica. Pur di non confessare il furto davanti a tutti, le permette di divorargli le viscere fino a ucciderlo. Anche Carrère era divorato dall’interno, lo era ancora ai tempi del racconto di Étienne. «Oggi» dice «mi lascia in pace, o dorme oppure, me lo auguro, se n’è andata per davvero» (p. 92).

Più avanti lo scrittore cita Pierre Cazenave, psicanalista malato di tumore che si definì «canceroso», e non «malato di cancro»: affetto cioè da un male di vivere che anticipa la malattia fisica, la quale costituisce l’occasione ideale per guarire dalla prima: «Quando me l’hanno diagnosticato, dice, ho capito che l’avevo sempre avuto. È la mia identità» (p. 105).
I cancerosi sono afflitti da un’angoscia risalente all’infanzia mai rivelata «e per un individuo è questa la cosa peggiore: non essere mai stato visto, mai stato riconosciuto […]» (ivi).
La stessa angoscia sembra affliggere il protagonista di Estensione del dominio della lotta (Bompiani, 2013) di Houellebecq, un individuo che dichiara uno stato di mancanza sin dall’infanzia e che rimarrà invariato per il resto della sua vita:

Allora: osserva un bambino di sette anni che gioca coi soldatini sul tappeto del salotto. Ti chiedo di osservarlo attentamente. Dopo il divorzio dei genitori, quel bambino non ha più padre. Vede pochissimo la madre […] Questo bambino, non c’è alcun dubbio già soffre un po’ di mancanza d’affetto; e tuttavia: quanto sembra interessargli il mondo! Voi pure, vi siete interessati al mondo. Parlo di tanto tempo fa; però vi prego di provare a ricordare. Il dominio della norma non vi era più sufficiente; non potevate più viverci, nel dominio della norma; e così vi trovaste a dover entrare nel dominio della lotta (p. 15).

La malattia, si è detto, esplode quando la vita vuole «vivere» a tutti i costi, come se l’ospite umano fosse per sua natura refrattario all’istinto di sopravvivenza che gli è proprio, e la malattia giungesse per costringerlo a prenderne atto. Pierre ed Étienne hanno conosciuto questo atto di forza e, nonostante le implicazioni fisiche del cancro, sono spiritualmente guariti. Per il protagonista di Estensione, invece, questa conquista non è contemplata, la sua depressione conoscerà un climax fino al pensiero del suicidio. Carrère a un certo punto paragona la figura di Étienne a quella di Fritz Zorn e del suo romanzo:

Ho riletto Marte, di Fritz Zorn, che quando uscì nel 1979 mi lasciò sconvolto, come tanti altri lettori. Ecco le prime frasi:«Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. Ho avuto un’educazione borghese e mi sono comportato bene per tutta la vita. Naturalmente ho anche il cancro, il che, dopo quanto ho detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale. La faccenda del cancro ha però un duplice aspetto: da un lato si tratta di una malattia organica di cui con molta probabilità morirò quanto prima, ma alla quale potrei però anche sopravvivere; dall’altro è una malattia dell’anima, e posso considerare una fortuna che sia finalmente esplosa». Ed ecco l’ultima: «Mi dichiaro in stato di guerra totale» (p. 104)

Il protagonista di Estensione sembra fargli eco, ma in senso opposto:

Il problema è che non basta vivere secondo la norma. A vivere secondo la norma infatti ci riesci (talvolta per un pelo, per un pelo quasi invisibile, ma tutto sommato ci riesci). Le tue dichiarazioni dei redditi sono sempre in ordine. Le fatture le paghi alla scadenza. Non vai mai in giro senza carta d’identità […] Tuttavia non hai amici (p.14).
Ho appena compiuto trent’anni. Dopo un avvio caotico, negli studi sono riuscito a cavarmela dignitosamente; oggi sono un quadro medio. […] Insomma posso dirmi soddisfatto della mia posizione sociale (p. 17).

Anche lui corrisponde al profilo del «canceroso» ma è come se in lui non ci fosse abbastanza desiderio di vivere, tale da far esplodere una malattia. Sarà questa la sua paradossale condanna: fisicamente sano, ma in esilio perpetuo nel dominio della lotta.

Lo strappo emotivo dell’infanzia, in lui, non si è mai rimarginato: da adulto disprezza e rifiuta cinicamente la società che lo circonda, comprendendo quanto la meschinità sia intrinseca alla natura umana (meschinità alla quale egli stesso infatti non si sottrae). La sua infelicità non riesce a coagularsi, a tradursi in un male fisico definito e riconoscibile. Non c’è mai un ripiegamento su se stesso che gli permetterebbe di trasfigurare le sue angosce, semmai coincide con il ratto e la volpe: sarà lui a ossessionare, a farsi nevrosi, spingendo un suo collega a commettere un omicidio, fallito il quale questi deciderà di uccidersi. Pur essendo un giovane adulto fisicamente sano, è in aperto contrasto con la quiete e la completezza di Étienne, straordinaria per quest’ultimo proprio per il fatto di essere zoppo.

Alla fine del libro, il protagonista di Estensione dirà: «È da anni che cammino accanto a un fantasma che mi rassomiglia, […] Per molto tempo ho creduto che mi convenisse raggiungerlo. Ora basta (p. 152)». A differenza dunque dello sdoppiamento virtuoso del personaggio di Carrère, quello di Houellebecq è rigidamente compatto, chiuso in se stesso, inaccessibile:

Avanzo ancora un po’ nel folto della foresta. Al di là di questa collina, dice la mappa, ci sono le sorgenti dell’Ardèche. Non mi interessa più; ma procedo ugualmente. E neanche so più dove siano le sorgenti; in questo momento, tutto si somiglia. Il paesaggio è sempre più dolce, amico, lieto; il che mi sconcerta. Sono al centro del baratro. Sento la mia pelle come una frontiera, e il mondo esterno come uno schiacciamento […] ormai sono prigioniero in me stesso (ivi)

Il cambiamento auspicato coincide con la permeabilità del proprio essere rispetto al mondo, ma l’osmosi fallisce ed egli continua a rimanere un corpo estraneo, un dominio a sé: «La fusione sublime non avverrà; lo scopo della vita è mancato. Sono le due del pomeriggio» (ivi).

Nel libro di Carrère sembra dominare uno stato di demolizione del mondo, fisico e umano, ma nonostante si intraprenda una lettura lastricata di morti e mancanze – dalla violenza dello tsunami allo sfilacciarsi della propria relazione con Hélène – Vite che non sono la mia è sicuramente un libro che invoca la possibilità: di salvarsi; di avere una relazione duratura; di avere un figlio che sarà amato; di avere una vita appagante, tutto sommato felice.

Carrère teme di rimanere solo e di fallire come compagno, ipotesi ancora più insopportabile dal momento che «amare Hélène è davvero facile» (p. 4). L’evento catastrofico che ha luogo mentre è in vacanza con lei e i loro figli diventa banco di prova del loro rapporto. Così come è la vicenda del giudice a interessargli perché è la storia di un dolore ingiusto e totalizzante a cui Étienne ha saputo rispondere mettendo a segno una vittoria evidente: la guarigione dalla propria angoscia primordiale e l’abbandono del dominio della lotta.

Alcuni libri sembrano votati al massacro del lettore, altri invece sembrano avere una vocazione umanitaria rispetto ai primi. Ho letto Estensione del dominio della lotta seguito da Vite che non sono la mia. L’ordine di lettura è stato casuale ma è stato possibile pensarli come due fasi distinte dello stesso evento: la lettura di Houellebecq è stato il colpo, quella di Carrère il sollievo; del primo ferisce l’orizzonte mentale asfittico del protagonista, il secondo testimonia lo sforzo per aprire quello stesso orizzonte e dargli ossigeno. Forse lo si potrebbe pensare sin dai rispettivi titoli. Nel primo s’intuisce quasi una minaccia: le parole «estensione» e «dominio» trasmettono una quiete sinistra, ci si sente sopraffatti da un male che avanza lentamente, che sembra non avere fretta (tanto è sicuro di raggiungere il proprio scopo), nel secondo si invita a guardare altrove per trovare una possibilità, consapevoli che esistono altre vite delle quali vale la pena interessarsi e raccontare.

Ma forse anche questo è un altro azzardo del lettore.

carrere_houellebecq

Print Friendly, PDF & Email
Close