Per una fenomenologia della rete

Recensione al libro di Adriano Ardovino “Raccogliere il mondo. Per una fenomenologia della rete” edito da Carocci.

Copertina del volume "Raccogliere il mondo. per una fenomenologia della rete"Adriano Ardovino pubblica per Carocci un importante testo su internet. L’obiettivo del volume è quello di raccogliere «riflessioni di ordine filosofico intorno alla quotidianità della rete, sostituendo all’approccio quotidiano un approccio filosofico», che in questo caso è quello fenomenologico, inteso come ricerca per la descrizione della realtà e delle sue condizioni di possibilità, nell’orizzonte di un quadro storico ben determinato.

Sin dalle prime pagine l’autore si preoccupa di indicare con precisione cosa vada inteso per “rete”, procedendo così a differenziare il termine da altri che altrettanto comunemente vengono usati. Se con il termine “internet” si indica propriamente l’infrastruttura tecnica che permette la connessione di più dispositivi mentre con il termine “web” una delle sue possibili applicazioni multimediali, «rete», dice Ardovino, indica più che altro «una forma di mondo» (p. 15), «la forma tecnologicamente raccolta di comunità e linguaggi estremamente disparati» (p. 17). La descrizione di questa forma di mondo che tecnologicamente si raccoglie è la posta in gioco del libro, che si articola in due parti: la prima, più strettamente filosofica, propone una ricognizione di alcune categorie utili in vista di un inquadramento delle pratiche del web; la seconda si articola attraverso i contributi più importanti dell’ultimo ventennio intorno al fenomeno di internet. Vale la pena dire fin da subito che proprio in questo sdoppiamento del lavoro risiede uno dei meriti più visibili del testo: il dialogo proposto nella seconda parte tra testi provenienti dagli ambiti del sapere più disparati (teoria dei media, studi culturali, sociologia ecc.) risulta proficuo grazie alla preliminare messa a punto concettuale condotta nella prima parte.

Il primo capitolo indica fin dal titolo, Disposizione e appropriazione, l’orizzonte filosofico di riferimento da cui l’autore prende le mosse. La tesi di Ardovino appare ben esplicitata: la rete non può essere tematizzata «al di fuori del quadro ontologico epocale che definisce il mondo contemporaneo, la cui descrizione è affidata da Heidegger all’elaborazione della domanda sull’essenza della tecnica» (p. 27). Qui Ardovino, che ha dedicato importanti studi al pensiero di Heidegger, propone, dunque, una ricognizione serrata e teoreticamente impegnativa delle famose riflessioni heideggeriane intorno alla tecnica. Il Ge-stell, la disposizione, è l’essenza della tecnica, che per Heidegger è una forma del disvelamento della verità, cioè la modalità in cui tutto è presente. Tutto, finanche l’uomo, è presente in quanto disposto, ma la disposizione non è riconosciuta in quanto tale, bensì avvolta dall’ovvietà e dall’oblio di un rapporto uomo-tecnica per lo più inteso in maniera strumentale. Tuttavia il massimo pericolo può avere anche carattere di salvezza. L’Ereignis, che Ardovino traduce con “appropriazione”, significa la possibilità che il presente giunga a quanto gli è davvero proprio, a un’appropriazione della disposizione. Tra appropriazione e disposizione dunque vige un rapporto di coappartenenza che si gioca sul concetto di rete. La disposizione ha un carattere reticolare, in quanto qualcosa che va intessendosi e irretendosi fino a dimenticarsi, mentre l’appropriazione è il raccogliere in una rete «a cui l’ultimo dio si afferra» (p. 88), le quattro regioni, cioè la totalità del mondo, nel suo gioco di assenza e presenza.

Questa idea della raccolta trova un ulteriore approfondimento nel secondo capitolo (Dalla raccolta all’essere comune) che può essere diviso in due parti. La prima è dedicata a quella che Ardovino con parole heideggeriane chiama “genealogia essenziale della disposizione” (p. 29), ossia un percorso a ritroso che dal dispositivo tecnico moderno arriva al logos eracliteo. L’autore dunque sembra condividere la stessa premura del filosofo tedesco, quella cioè di mostrare la necessità di un’analisi teorica che si sottragga alla linearità storica, anch’essa frutto dell’oblio moderno, per muoversi in maniera sincronica tra passato e futuro. Nella seconda parte invece questo complesso nucleo teorico costruito intorno al concetto di raccolta viene affidato alla rielaborazione in chiave comunitaria da parte di Reiner Schurmann e Jean-Luc Nancy.
Messo a punto questo orizzonte concettuale, l’autore procede con l’analisi di teorie esplicitamente orientate sul fenomeno internet.

Il terzo capitolo (Quarto spazio e collettività intelligenti) è dedicato ai testi di Pierre Levy. La linea seguita da Ardovino parte dalla teoria topologica proposta dal filosofo francese. La rete è la «costellazione tecnica di tutti gli spazi antropologici» (p. 33): dopo terra, mercato, territorio, viviamo lo spazio del sapere e dell’intelligenza collettiva, che non si presenta semplicemente come l’esito di una storia lineare, ma come ciò che oggi «ha assunto un carattere vincolante, fondante, raccogliente-disponente, in un quadro di irreversibilità storica» (p. 179).

Qual è la caratteristica di questo quarto spazio? Bisogna guardare al tempo e al linguaggio. Non è semplicemente il preponderante aspetto tecnologico, dato che lo sviluppo delle tecnologie del mondo reale appartenevano già allo spazio delle merci. Ciò che cambia nel quarto spazio è che il tempo reale, possibile tecnologicamente, diventa il tempo dell’interscambio interattivo tra tempo interiore e tempo condiviso. L’interattività non è la multimedialità, ma la sincronizzazione «delle intensità di pensiero, di apprendimento, di vita» (p. 181). Tutto ciò è prodotto e a sua volta produce un nuovo modo di comunicare, che mette in relazione un pensare, un sentire e un immaginare comune (l’intelligenza collettiva), che non è, dice Ardovino, integralmente pre-disposto dal dispositivo (p. 190).

Nel quarto capitolo (Transitorietà e localizzazione) l’autore prende in considerazione riflessioni di ambito sociologico attraverso i testi di Castells e Rheingold. Una delle domande che oggi più che mai ci poniamo con una certa urgenza è quella che riguarda il ruolo di internet nei mutamenti e nei conflitti sociali e politici. In merito Castells, teorizzatore della network society, da un lato riconosce il fatto che la struttura reticolare appartenga già di per sé alle comunità politicamente o socialmente orientate, dall’altro rileva la centralità sempre più evidente di internet nella creazione di valori culturali e politici in senso ampio. Pertanto, aggiunge Ardovino, l’appropriata possibilità di cambiamento («nel doppio senso della sua appropriazione e dell’essere definite dal proprio della rete, dal suo logos raccogliente e aggregante» p. 228) non va tanto ricercata nel rapporto tra internet e l’apparato politico-istituzionale, quanto nella riconfigurazione del concetto tradizionale di comunità grazie a un’inedita mobilità. Mobilità e fluidità di una comunità ormai fatta, ed è su questo che si concentra l’attenzione di Rheingold, da «esseri umani tecnologicamente equipaggiati» (p. 241), scrive l’autore, in cui cioè si assiste a una progressiva integrazione tra biologico e tecnologico.

Nell’ultimo capitolo (Ipertesto, lettura, rimediazione) l’autore propone un’analisi ravvicinata del linguaggio proprio della rete, in quanto sua specificità, quella che nel terzo capitolo viene chiamato surlangue. Qui il discorso viene articolato passando dal concetto di “ipertesto” di Levy a quello di “rimediazione” di Bolter e Grusin. Il punto di partenza di Ardovino è molto chiaro: pensiero, memoria, linguaggio non trovano nella tecnica un mero correlato pratico, un potenziamento o un’estensione, ma delle condizioni di possibilità che li determinano storicamente. E se oggi più che mai è evidente il carattere collettivo dei dispositivi, allora aspetto tecnico e aspetto sociale sono indissociabili. Da qui l’importanza cruciale di un concetto come quello di ipertesto che funziona bene per descrivere il carattere di raccolta della rete. L’ipertesto non è una semplice somma di contributi tra di loro collegati, ma la «forma di raccolta della documentalità e di ogni pratica informaticamente assistita di scrittura» (p. 259), un programma comune e collettivo di rielaborazione «che non si arresta alla semplice ricezione, registrazione, conservazione, ma include dinamiche di filtro e di selezione e soprattutto di continua ricomposizione fondata sull’interazione intersoggettiva, in cui sono decisivi il tempo reale e la condensazione sul presente» (p. 265).

Ardovino individua con estrema precisione quello che a tutti gli effetti può essere così considerato il motore della vita della rete, in cui continuamente si sviluppa un processo di rimediazione, che attiva un gioco sempre aperto tra immediatezza e rimediazione, tra consapevolezza e dimenticanza della rimediazione stessa (p. 288).

Il testo, corredato da tre glosse – in cui l’autore descrive tre esperienze pratiche del web attraverso le categorie esposte – e dà un’importante e utilissima bibliografia, raggiunge sicuramente un risultato importantissimo, quello cioè di sottrarre la rete a quella che l’autore chiama «conoscenza puramente procedurale e antiriflessiva del learning by doing» (p. 26), fornendo al lettore italiano una preziosa ricognizione critico-bibliografica e mostrando non solo la necessità che la filosofia si occupi del nostro presente tecnologicamente disposto, ma anche la possibilità di fare ciò in maniera proficua.

[La recensione è già apparsa sulla rivista scientifica Aisthesis. Pratiche, linguaggi e saperi dell’estetico, Vol. 5, No 2 (2012)]

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