“Parkland”: il corpo di Kennedy e l’etica dello sguardo

Ovvero, il mancato film su Abraham Zapruder.

Parkland in concorso alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, racconta i drammatici giorni dell’assassinio del Presidente Kennedy.

I giorni tra il 22 e il 25 novembre del 1963 sono i più drammatici della storia americana fino all’undici settembre. Parkland, opera prima del giornalista Peter Landesman, racconta quei tre giorni, incastonati da due drammatici omicidi: quello del Presidente americano in carica John Fitzgerald Kennedy e quello del suo presunto assassino Lee Harvey Oswald. Il film, presentato in concorso alla settantesima Mostra del cinema di Venezia, è soprattutto la storia del tentativo da parte di uomini e donne, medici e infermiere del Parkland Memorial Hospital, di rianimare dei corpi già morti.

Il corpo di Kennedy dopo l’attentato è un corpo intatto, tenuto in vita soprattutto dalla speranza di milioni di americane e americani. Il suo volto maciullato da tre pallottole sparate da un Carcano calibro 6,5 non è mai mostrato sullo schermo, per decenza, pudore e rispetto. Le immagini del suo corpo nudo, steso in sala operatoria tra lenzuola bianche sporche di sangue, si aggiunge alle rappresentazioni dei cadaveri di alcuni dei più grandi personaggi del novecento affermatesi nell’immaginario storico contemporaneo. A partire da quello di Mussolini, appeso a testa in giù a piazzale Loreto, passando per Che Guevara, fotografato morto su una barella di legno come fosse il Cristo del Mantegna, fino a quelli di Lenin e Stalin, imbalsamati ed esposti al pubblico nel mausoleo della piazza Rossa, il corpo di Kennedy diventa subito un oggetto sacro dell’immaginario. Non è un corpo come gli altri, come sostiene il coroner che vorrebbe sottoporlo all’autopsia di prassi: è il corpo di milioni di americani che nel giro di poche ore vedono le proprie speranze nel futuro perdersi in un soffio, non rianimabile neanche dal defibrillatore del Parkland Hospital.

La stessa sala operatoria del medesimo ospedale accoglie anche il suo possibile carnefice, Lee Howard Oswald, assassinato in diretta televisiva dal proprietario di un locale notturno di Dallas per vendicare dall’omicidio del presidente. Il corpo di Oswald non rimane però intatto: la sua carne viene tranciata dal bisturi nel tentativo di riportarlo in vita e ottenere una confessione, ma la sua morte non verrà riconosciuta pubblicamente. La mano di Jack Ruby che ha sparato a Oswald è, anche qui, quella di milioni di americane e americani, sollevati dalla morte del presunto omicida del loro amato presidente. Il suo cadavere, a differenza di quello “sacro” di JFK, può così essere sottoposto a regolare autopsia, e relegato al pubblico oblio. Il tentativo di proporre una storia intima dell’omicidio di Kennedy costringe Landesman a fare i conti con la dimensione pubblica e privata del trauma. Il corpo del presidente nella bara, spinto verso l’alto sul carrello dell’aereo presidenziale da decine di uomini, sembra quasi ascendere, mentre quello di Oswald viene sotterrato dal fratello in un funerale privato.

La stessa madre del carnefice richiede polemicamente di seppellire il figlio accanto al presidente, perché la storia di quella drammatica giornata è anche la sua storia. Il tema della trasmissione generazionale delle colpe dei padri viene traslato così nel tormento ingombrante vissuto dal fratello di Oswald. Un senso di colpa nei confronti di un’intera nazione che va oltre la vergogna di portare quel cognome, che deciderà comunque di non cambiare mai.

Parkland vorrebbe però essere anche un film su Abraham Zapruder, il sarto ebreo che decide di andare a riprendere con la sua cinepresa amatoriale in 8 mm la visita a Dallas di Kennedy. Nonostante sia quella meno declinata dal cinema e dalla letteratura sul tema, pur non essendo nel film approfondita nel modo che dovrebbe, la sua storia presenta alcuni stimolanti spunti di discussione teorica sul rapporto tra storia, immagini e rappresentazione visuale della morte. Zapruder, infatti, finisce per riprendere visivamente la morte di Kennedy senza volerlo, ritrovandosi tra le mani un video unico e prezioso, tra i più riprodotti, visti e oggi cliccati sul web.

La storia di Zapruder ci regala comunque uno dei momenti più suggestivi del film. Dopo il suo difficoltoso sviluppo in un laboratorio specializzato, la pellicola 8 mm viene infatti mostrata in anteprima all’autore stesso e agli agenti della CIA. Davanti agli spettatori ansiosi e spaventati, partono però delle immagini a colori in cui nipotini di Zapruder giocano in un prato, alla visione delle quali il sarto si imbarazza, probabilmente perché girate a casa per provare la sua nuovissima cinepresa Bell & Oswell, che dopo quel maledetto giorno non utilizzerà più. Quelle immagini così gioiose e vitali ne anticipano altre, riprese dall’alto della strada, del percorso che Kennedy fa in automobile, fino ad arrivare al momento della sua morte “in diretta”. Proprio perché arcinote e parte dell’immaginario pubblico, le immagini non ci vengono mostrate. Assistiamo all’omicidio del presidente, infatti, attraverso il riflesso della proiezione sugli occhiali di uno Zapruder sconvolto, come assalito dai sensi di colpa per ciò che ha ripreso, anche solo per il fatto di aver istintivamente continuato a girare dopo i tre spari di fucile. Il sarto non sa bene cosa fare delle immagini terribili che lui stesso ha catturato inconsapevolmente, ma chiede a un giornalista di LIFE, a cui sta per venderle, di tagliare i fotogrammi dell’omicidio.

È moralmente giusto mostrare la morte di un uomo ammazzato attraverso immagini di archivio? Werner Herzog nel suo splendido documentario Grizzly Man (2005), dopo aver ascoltato l’audio di un branco di orsi che sbranano il suo protagonista, un esploratore che convive con loro in Alaska per tre anni, chiede ai suoi collaboratori di distruggere il documento, perché non è moralmente utilizzabile a fini cinematografici. Ed è quello che farebbe Zapruder se potesse: bruciare quella maledetta pellicola di cui si vergogna. Esattamente come nel finale viene bruciata la cartella dell’FBI relativa a Oswald. Perché le prove servono per i processi, e il processo non si farà perché ad uccidere Oswald ci ha già pensato qualcun altro. I documenti, quindi, possono anche bruciare, e l’impossibilità di fare giustizia condanna la storia stessa all’oblio. Oswald, per la storia, rimarrà un presunto omicida e di fronte ai documenti che bruciano la storia stessa assiste, inerme, alla sua fine.

Landesman non sembra interessato a riflettere sul rapporto tra storia, verità e giustizia, preferendo concentrarsi sull’incidenza del trauma macrostorico all’interno delle storie individuali. In questa intenzionale coralità, Parkland ricorda Bobby(2006) di Emilio Estevez, tentativo di ripercorrere l’assassinio di Bob Kennedy, fratello di John Fitzgerald, dal punto di vista delle vicende intrecciate di uomini e donne comuni.

Landesman, nonostante gli spunti di cui sopra, ci sembra però aver perso una buona occasione per raschiare sul fondo dei suoi personaggi e per comporre un mosaico di microstorie “dal basso”, che rimane in questo modo fin troppo sbiadito e incompiuto. Tutto ciò fa di Parkland un’opera soltanto immaginabile, schiacciata dal confronto con un macigno come JFK (1991) di Oliver Stone e narrativamente asservita a un’essenzialità cronachistica del tutto inadatta alla complessità della vicenda.

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