Tre paesaggi veneti

Nella nuova guida Touring, Francesco Targhetta racconta alcuni paesaggi veneti.

paesaggi veneti
Il fiume Sile a Portegrandi (foto dell’autore)

Nella nuova Guida Verde Touring Club dedicata al Veneto, il poeta e romanziere Francesco Targhetta – autore, fra le altre cose, del romanzo Le vite potenziali (Mondadori, 2018) e del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn 2012 e Mondadori, 2019) – racconta alcuni paesaggi sentimentali della sua regione. Ecco tre di quelle descrizioni. 

La Restera

Costeggiare il Sile, il fiume di risorgiva più lungo d’Europa, equivale a prenderne subito il ritmo, lento e aggraziato: dal centro di Treviso, poco dopo il ponte Dante che celebra il passaggio del poeta nella Marca, ha inizio la Restera, lunga alzaia ciclopedonale che porta, dopo 40 chilometri modellati su ogni ansa del fiume, fino a Jesolo e dunque al mare. Percorrerla significa concedersi una possibilità ormai unica di godere di uno spaccato di Veneto quasi ininterrottamente indenne dalla violenza perpetrata sul paesaggio: a Fiera, subito alle porte di Treviso, pur essendo ancora immersi in uno scenario densamente antropizzato, si ha un’impressione di intatta armonia da antica borgata popolare, tra case basse, mulini e corti con lavatoi in pietra (come quello nella poeticissima Stradella Interna B), in un affollamento di cigni, anatre, tuffetti e folaghe, mentre già a Silea, all’altezza del ramo morto del Sile o dei laghetti verdi, l’orizzonte diventa quello rurale, dei radi vigneti e dei casolari isolati nei campi. Pur attraversando uno spazio tutto sommato modesto, l’alzaia mostra paesaggi molto diversi: nella piazzetta sul fiume di Casier o sulle passerelle in legno costruite sopra i relitti dei burci (le vecchie barche per trasportare le granaglie), così come nel borgo di Musestre, si sente ancora l’intreccio tra vita fluviale e campagna, con i falaschi e gli ontani che infittiscono la vegetazione e lasciano intravedere come miraggi i parchi e i muri delle ville, mentre appena si sfocia nel veneziano, dopo Quarto d’Altino, il paesaggio si spalanca, piatto e sgombro, lasciando comparire da un lato le Alpi e dall’altro, dopo Portegrandi, la laguna. Passato Caposile, l’alzaia interseca a tratti le stradine di campagna che già respirano l’aria salsa: Jesolo paese è ormai alle porte.

Se ha ancora un senso il mito di un Veneto d’acqua, qui è dove lo si può trovare. C’è una forma di resistenza, in questo lembo di regione, fatta di lentezza e contemplazione pensosa, giusto agli antipodi rispetto all’efficientismo altrove dilagante. Ed è difficile scacciare l’impressione, viaggiando lungo questa striscia acquatile refrattaria anche allo sfruttamento turistico (praticamente assenti i bar, se non nei centri abitati, e senza alcuna garanzia di apertura), che il suo spirito sia quello che informa la parte migliore di questa terra.

paesaggi veneti
Il tempietto tibetano agli Spiriti dell’Aria (foto dell’autore)

Lio Piccolo

Tra tutti gli angoli della laguna veneziana, Lio Piccolo rimane, nella stessa poesia in minore del suo nome (lio vale lido), quello assieme più intimo ed esotico. Ci si arriva in macchina (ma meglio sarebbe in bicicletta) da Treporti, sicché, se si volesse raggiungerla via terra dal capoluogo, occorrerebbe fare un complicato periplo della laguna di quasi un’ora e mezza. Eppure Venezia è lì: la si vede dalla cima dell’esile campanile. Basta questa strana distanza a rendere Lio Piccolo una vaga chimera, come conferma la natura sempre cangiante della sua geografia palustre: fragile emersione tra acque basse, fatta di detriti fluviali che hanno formato col tempo sottili strisce di terra, è una specie di borgo delle illusioni. La stretta strada che conduce al mucchio di case che ne costituisce il nucleo è circondata dall’acqua, sicché tutto ciò che si vede raddoppia se stesso in ogni direzione, e preziosi risultano i saltuari slarghi della carreggiata, utili non solo per farsi da parte in caso di incrocio tra auto in direzioni opposte, ma soprattutto per godere della vista dei ciuffi d’erba e delle barene che spuntano dall’orizzonte acquitrinoso colorandosi sempre di luci diverse. Quando la terra si allarga, offre la vista di qualche casolare, alcune serre, campi di carciofi e dedali di rogge, a disegnare un paesaggio che sembra appoggiato sull’acqua col pennello. E poi, dopo qualche curva a un passo dall’acqua, si arriva nella piazza della borgata.

La piazza è in realtà uno spiazzo terroso che dà un’impressione di Messico o Sudamerica impigrita, nella sequenza tra il palazzo padronale di fine ’600, sbrecciato e in abbandono, e la scalcinata chiesetta settecentesca con annesso campanile (nelle domeniche estive lo si può trovare aperto: la vista sulla laguna è splendida). Attorno, a cintura, una decina di vecchie case, per metà derelitte, tra le quali ci si può inoltrare per prendere minuscoli sentieri che subito riescono tra giuggioli e canali stagnanti. Si vorrebbe sostare di più, sedendosi a un vecchio bar, ma non ce ne sono, a Lio Piccolo, sicché si ha solo il nascondino della terra con l’acqua e se stessi, da rivedere riflessi come tutto il resto in questo tenue specchio lontano da tutto che è il lido piccolo di Venezia.

paesaggi veneti
Il lago del Mis visto da Gena (foto dell’autore)

Dolomiti fantasma

La tempesta di vento e acqua che si è abbattuta sul bellunese a fine ottobre 2018 ha fatalmente modificato la morfologia di un territorio già in sofferenza, se si pensa quanto il progressivo spopolamento, l’inselvatichimento boschivo e l’abbandono di alcuni villaggi stessero da tempo creando un divario tra la montagna al servizio dei turisti e quella per i residui valligiani. Così, mentre le passeggiate e le piste più battute delle Dolomiti bellunesi sono già al centro di interventi e cure, i paesi più decentrati e le valli escluse dai classici circuiti turistici rischiano uno svuotamento definitivo. Sarebbe importante, in quest’ottica, tornare a frequentare le Dolomiti bellunesi meno note e mondane (dall’Alpago a buona parte del Cadore, dal Feltrino al basso Agordino), comunque splendide e ricche di sentieri, rifugi, piste, spazi integri e imperturbati.

Della montagna affascina sempre la sua topografia geometricamente minuziosa, per cui ogni valletta, ogni costone, ogni minima località ha i suoi nomi e i suoi miti. Tra quelle più oscure e incontaminate ci sono la valle del Mis e la valle di San Lucano. La prima, tra Sospirolo e Gosaldo, prende il nome dal torrente che la fende (e che forma un lago artificiale molto frequentato in estate dai bellunesi) ed è ormai disabitata, anche perché si insinua stretta e aspra, fino a diventare un autentico canyon. In realtà un paio di borghi qua esistevano, ma per trent’anni, dopo l’alluvione del 1966, la carrozzabile che attraversa la valle è rimasta chiusa, sicché il loro destino è stato quello di diventare paesi fantasma. Tra essi, proprio sopra il lago, spicca Gena, cui Luigi Meneghello dedicò una pagina memorabile de I piccoli maestri («non era un paese, ma una plaga della mente, un aspetto del nostro smarrimento atteggiato in figure»): passare oggi tra le sue case in abbandono, la sua fontana e le sue strade un tempo percorse da «donzelle con le anfore» può far vibrare di quella struggente bellezza che solo certa montagna sa elargire. Poco oltre, dopo gli scenografici cadini del Brenton, si arriva a California, altro centro turistico florido nel dopoguerra e oggi ridotto a pochi ruderi: qui si estraeva il mercurio, ma per un po’ si era davvero pensato, come suggerisce il suo nome, di trovare l’oro. Non è l’unico luogo, in zona, che rimanda a esotici altrove: lì vicino, sopra Frassenè, un sentiero poco segnato e non sempre agevole porta a una località poeticamente chiamata Spiriti dell’Aria, dove, tra spuntoni e dirupi, sono stati collocati due tempietti tibetani. L’effetto straniante amplifica la meraviglia del paesaggio.

La valle di San Lucano, colpita, prima della tempesta, da un furioso incendio, è tra le meno perlustrate delle Dolomiti bellunesi: la vista sul Mulaz e la Marmolada che si ha dalla casera Campigat e lo spettacolare anfiteatro della Croda Granda di cui si gode dalla Malgonera fanno sperare che i suoi silenziosi sentieri si possano presto percorrere ancora.

Print Friendly, PDF & Email
Close