#Occupy Casa Pound

di Philip Hesku [*]

Pape Diaw è senegalese. A Firenze rappresenta la comunità del suo paese ed è molto conosciuto, sia tra i senegalesi che tra gli italiani. Da tanti anni chiede la chiusura di Casa Pound. Dopo il duplice omicidio di Samb Modou e Diop Mor da parte del nazista Casseri, organico al circolo di Casa Pound Pistoia, Pape ha chiesto la chiusura delle sedi dell’associazione fascista davanti a migliaia di persone in piazza Santa Maria Novella a Firenze. Sullo stesso palco dopo di lui ha parlato Enrico Rossi, presidente della regione Toscana, il quale ha lamentato “eccessiva tolleranza” delle istituzioni verso certe associazioni.

Roberto è un compagno di Bologna. Per lui i fascisti sono stati giudicati dalla storia, inutile e rischioso riproblematizzare la questione. Quelli di Casa Pound sono fascisti – seppur nuovi, del nuovo millennio, ripuliti – quindi gli si deve impedire con ogni mezzo di portare avanti i loro deliri. Senza troppe seghe. Se viene provocato con qualche distinguo distribuisce patenti di antifascismo, ed è molto severo. Come scrisse sul “Manifesto” Valerio Evangelisti “la libertà non può essere anteposta all’antifascismo”.

Piero Sansonetti fa il giornalista e per lui il problema è semplice: Casa Pound dev’essere libera di manifestare le proprie idee perché io non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita…. eccetera. Dice che “Il diritto di manifestare liberamente e pacificamente è una pietra angolare della democrazia: deve essere difeso e garantito sempre, indipendentemente dal giudizio che si dà sui contenuti o sui promotori delle singole manifestazioni”. Come lui ce ne sono altri che andrebbero alle iniziative di Casa Pound con larghi sorrisi, pacche sulle spalle e finte al basso ventre.

Paolo Emilio Taviani partecipò alla resistenza. Anticomunista di ferro, inossidabile fede atlantica, da ministro della Difesa tenne a battesimo Gladio. Da ministro dell’Interno nel 1973 scrisse il decreto che metteva fuori legge il Movimento Politico Ordine Nuovo (il pezzo del Centro studi ordine nuovo che non seguì Rauti nel rientro nell’Msi). Una forzatura Costituzionale, non un atto dovuto ma un “atto politico” come scrisse Taviani stesso nelle sue memorie [1]. Il processo contro Mpon per ricostituzione del partito fascista, messo in piedi dal pubblico ministero Vittorio Occorsio (ammazzato dai Nar tre anni dopo), era ancora all’appello. Nonostante la contrarietà di Rumor, Piga e Moro, Taviani andò dritto e il consiglio dei ministri diede l’approvazione. Ma non bastò un decreto per tamponare il neofascismo. Se possibile servì a radicalizzare ulteriormente centinaia di giovani che, senza più un tetto comune e riconosciuto, entrarono nel mondo del partito armato [2]. All’epoca si respirava un’aria pesante: la strategia della tensione imperversava, decine di appartenenti a gruppi di estrema destra comparivano nelle carte dei magistrati in episodi di stragismo. E non era solo questo: c’erano anche i rapporti di certi neofascisti con certi apparati dello Stato, con pezzi di criminalità comune e mafiosa, con logge coperte. Insomma, il neofascismo degli anni ’70 faceva paura.

Gianluca Iannone muove i primi passi in politica nell’Msi. Fonda un gruppo musicale, gli Zetazeoalfa, e nel 2003 un centro sociale, Casa Pound. Coordina decine di occupazioni a scopo abitativo e al suo centro sociale sono collegati pub, palestre, librerie, radio. Nel 2006 fonda anche un collettivo studentesco che si sparpaglia con modesti risultati su tutta la penisola e lo chiama Blocco Studentesco. Secondo Iannone Casa Pound non è estrema destra, sfugge dalle categorizzazioni e la definisce “un’associazione di promozione sociale che si articola sullo sport, la cultura, l’interessa della polis e sulla solidarietà” [3]. Nel frattempo dentro i manifesti e le iniziative del centro sociale, oltre a temi, simboli e persone care alla destra, troverete Peppino Impastato, Jrr Tolkien, Rino Gaetano, Che Guevara, Bobby Sands e varie simbologie del movimento operaio e della sinistra rivoluzionaria nell’operazione che Wu Ming definisce “mélange confusionista”.

A questo punto possiamo fare molte cose: ne estremizzo due. Possiamo chiedere al ministro dell’Interno o ad un magistrato di chiudere Casa Pound sperando che basti questo a disperdere nel nulla quello che Casa Pound rappresenta. Possiamo invocare la legge Scelba, uno dei ministri dell’Interno più repressivi che la Repubblica ricordi. Oppure prendere la cosa sul serio e rispondere politicamente e culturalmente, colpo su colpo. Fare un dossier sulle loro attività, un libro bianco, un’inchiesta. Lavorare sul disvelamento del loro retroterra e portarlo alla luce, riprendere e risemantizzare (mettendo in luce le varie “passate di mano”) storie, libri, persone e simboli. Cominciare – o ricominciare – a lavorare su questioni come il diritto alla casa e gli spazi di socialità, temi enormi sui quali CPI investe tempo e risorse e raccoglie proseliti. Rimettere l’antifascismo nell’agenda di tutti. Cittadini, partiti, associazioni, collettivi. Concretamente. Riportarlo nelle scuole e farlo vivere ogni giorno uscendo dalla retorica della memoria una volta all’anno. Riprenderci gli spazi, i temi e i tempi che ci siamo lasciati sottrarre. In due parole #Occupy CasaPound. Contemporaneamente è necessario tenere la guardia alta rispetto al “circolo ermeneutico dell’esclusione”: dalla naturalezza con la quale anche esponenti politici con ruoli di governo si espongono in malcelati attacchi a persone per la loro etnia o per la religione che professano, a certe campagne politiche di partiti moderati che hanno come priorità “attenzionare”, per usare un linguaggio ministeriale, i lavavetri, o asfaltare i campi rom. Il fascismo e il razzismo che diventa ambiente e che accettiamo ogni giorno.

Note


[*] Philip Hesku è diritto all’abitare. È integrazione sociale. Compagno di banco di Steve Workers, Philip Hesku opera prevalentemente su Pisa, dove fronteggia il sindaco del Pd che tutta la destra ci invidia, Marco Filippeschi.

[1] Paolo Emilio Taviani, Politica a memoria d’uomo, Il Mulino, Bologna 2002, p. 384.

[2] Giorgio Cingolani, La destra in armi, Editori Riuniti, Roma 1996.

[3] Qui il video.

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