Ni vivos ni muertos: la strategia del terrore in Messico

Ni vivos ni muertos. La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore, di Federico Mastrogiovanni, Derive Approdi, 2015, affronta una delle situazioni più drammatiche e urgenti del mondo di oggi: i rapimenti e le morti che dilaniano il Messico di oggi.

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Dopo gli attentati francesi di venerdì 13, insieme alle molte e accorate reazioni e manifestazioni di solidarietà, sono circolati tanti e comprensibili richiami alle guerre e alle violenze che sconquassano da decenni luoghi di mondo meno visibili della ville lumière. Presentare proprio ora un libro come quello di Federico Mastrogiovanni, Ni vivos ni muertos. La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore, non significa accodarsi alla lista dei «Ma allora Beirut?», «¿Y Ayotzinapa qué?», «E allora qualsiasi altro sud del mondo dove la media dei morti quotidiani supera quella delle numerosissime, comunque troppe, vittime di Parigi?». La risposta a potenze e poteri che istituiscono da decenni una scala di valori tra le vittime non si può dare solamente ribaltando la stessa scala di valori. Una reazione di questo tipo rischia di fare il gioco di chi distingue tra “guerre giuste” e “violenze barbare” e sostiene che la soluzione al “terrorismo” passi dal creare altro terrore: estendendo illimitatamente la militarizzazione e lo stato di emergenza – anche “qui” – o bombardando – solo “lì”.

La scelta di presentare proprio ora questo libro viene dalla necessità di condividere strumenti di lettura del tempo presente che permettano di comprendere il mondo in cui viviamo. Comprendere, con-prendere, “prendere insieme”. Il libro di Federico Mastrogiovanni, giornalista italiano trapiantato in Messico, mostra in maniera rigorosa come la teoria per cui la maggior parte delle sparizioni (più di 27.000, secondo dati del Governo messicano) siano interne alle guerre tra gruppi opposti della criminalità organizzata o, in alternativa, degli eventi totalmente casuali e non legati tra loro, non faccia altro che creare un alone di confusione e di sospetto intorno alle vittime e impedisca di comprendere (“prendere insieme”) i fili rossi della violenza: «…se si prova ad esaminare con più attenzione le singole storie dei desaparecidos, ci si rende conto di come le circostanze nella maggior parte dei casi non siano né semplici né chiare» (p.23). E ci si rende anche conto che le istituzioni messicane hanno un ruolo centrale nel rendere tali circostanze ancora meno semplici e ancora meno chiare.

Per “prendere insieme” i fili rossi della violenza, Federico Mastrogiovanni dà la parola a uomini e donne, familiari di desaparecidos e alcuni (pochi) sopravvissuti, ad avvocati, attivisti e giornalisti. Da Alan (un ragazzo sparito da un campetto di calcio a mano di un gruppo di sicari, “ricomparso” nella stazione di polizia di un’altra città e poche ore dopo fatto sparire di nuovo), a “Daniel” (migrante centroamericano che è stato rapito in una delle tappe messicane della lunga traversata verso il sogno americano, tenuto in prigionia e obbligato a prostituirsi per mesi con la complicità delle autorità migratorie), fino a Nepomuceno Moreno (figura di spicco del Movimento di familiari di vittime e strenuo sostenitore della legge sulla sparizione forzata di persone, ucciso in circostanze poco chiare e di cui le istituzioni si sono incaricate di far risaltare un inesistente passato criminale), le storie tratteggiate in Ni vivos ni muertos esplorano le responsabilità dello Stato messicano nel fenomeno delle sparizioni forzate e nella criminalizzazione delle vittime.

A scaldare il cuore e chiarire la mente di Ni vivos ni muertos è l’onestà intellettuale con cui l’uomo, dietro il giornalista, condivide i percorsi che l’hanno portato a incontrare i suoi interlocutori e a scoprire legami e linee di intelligibilità laddove la narrativa egemonica vede solo eventi casuali e terribili fatalità. In poco più di 170 pagine, Federico Mastrogiovanni affronta la questione della sparizione forzata di persone allo stesso tempo come un attualissimo strumento di terrore e come espressione di logiche e dinamiche di respiro storico e politico. I tredici capitoli che compongono il libro alternano le voci e le storie individuali, insieme a squarci storici e geopolitici sull’utilizzo strumentale di questa tecnica del terrore ben al di là del Messico. Con la precisione di un reporter che conosce i metodi della sociologia (sua disciplina di formazione) e la sensibilità di chi vive un paese dal di dentro e sa ascoltare le donne e gli uomini che lo abitano, Mastrogiovanni tratteggia capitolo dopo capitolo i contorni di un fenomeno che ha portato il Messico sulle prime pagine di tutto il mondo poco più di un anno fa: un ultimo capitolo aggiunto alla edizione italiana è interamente dedicato al caso della sparizione forzata dei 43 studenti della scuola normale rurale di Ayotzinapa e alle gravissime responsabilità e mancanze delle autorità giudiziarie messicane non solo nella desaparición dei ragazzi ma anche nel confondere e inquinare la giustizia.

Il fenomeno delle sparizioni forzate, ci dice Federico Mastrogiovanni, ha ramificazioni e radici ben più lontane. Le più recenti, risalgono all’epoca delle “guerre sporche” latino-americane: il «Ni vivos ni muertos» che dà il titolo al libro è una citazione del dittatore argentino Jorge Rafael Videla. E un intero capitolo del libro è dedicato alle sparizioni forzate e ai massacri perpetrati tra gli anni ’70 e ’90 nello stato del Guerrero (rurale, indigeno, tra i più poveri del paese… lo stesso di Ayotzinapa) come strategie di contro-insurrezione finalizzate a spezzare il profondissimo sostegno popolare che le guerriglie rurali avevano tra i contadini indigeni. Ma l’utilizzo della sparizione forzata come strumento di terrore ha origini più lontane e tocca la storia europea: uno degli ultimi capitoli del libro fa emergere così gli elementi di continuità con il programma «Notte e Nebbia» messo a punto nella Germania nazista per eliminare, in segreto, oppositori del regime che avrebbero dovuto essere protetti dalla convenzione di Ginevra in quanto prigionieri di guerra.

Oggi come allora, la scelta di mantenere i prigionieri senza la possibilità di comunicare e di non dare informazioni sulla loro localizzazione ai parenti e al resto della popolazione permette di generare insicurezza e terrore. L’ipotesi centrale sostenuta dal giornalista è che queste “strategie del terrore” servano a favorire importanti interessi economici. Il territorio di alcuni stati nel nord-est del paese dove lo Stato messicano sostiene di aver perso il controllo in favore di uno dei gruppi criminali più sanguinari (conosciuti come “Zetas” e costituitosi intorno a alcuni ex-militari dei gruppi di élite formatesi alle tattiche della guerra di contro-insurrezione) è, infatti, anche uno dei più ricchi in idrocarburi (petrolio ma soprattutto shale gas o gas d’argille, di cui rappresenta la quarta riserva mondiale del mondo). I cicli della violenza – in cui al terrore fanno seguito trasferimenti forzati, e all’arrivo di forze militari (e paramilitari) per riportare la “sicurezza” si accompagna la presenza di imprese transnazionali (soprattutto compagnie miniere nel caso messicano) – parlano di interessi geopolitici e suonano terribilmente familiari a chi cerca di comprendere gli attacchi terroristici attuali al di là dei cliché. Come scrive Mastrogiovanni a proposito della situazione messicana:

Ciò che sta succedendo – le sparizioni di massa, le decine di migliaia di assassinii, il terrore, le decapitazioni – non si dà in maniera casuale, bensì come metodo per mantenere la società paralizzata dal panico, per poter portare avanti riforme assolutamente antipopolari, come ad esempio una legge federale del lavoro che va contro i lavoratori, o una legge di sicurezza nazionale che implicherebbe la possibilità di stati di assedio militari ed equiparare le proteste sociali al reato di “terrorismo”.

Le parole di Federico Mastrogiovanni non potrebbero essere più attuali. Con-prendere. “Prendere insieme” vuol dire quindi anche pensare insieme le realtà nella loro dimensione storica e politica, ma anche più semplicemente umana. Ché di uomini e donne si tratta. Sia quelli che uccidono (di persona o con le loro politiche) che quelli che muoiono. E anche quelli che scrivono. Sono uomini e donne, non individui completamente autonomi, né meri corpi morti, non semplici marionette né individualità illuminate. Sono storie e traiettorie, scelte e condizionamenti. A questo proposito, forse, Federico Mastrogiovanni, insieme al suo splendido libro, ci lascia un piccolo rammarico: quello di non aver portato il suo sguardo sensibile e acuto ancora più in là, verso le famiglie di quegli uomini e di quelle donne che in qualche modo erano coinvolti in attività illegali e che sono rimasti, anch’essi ingiustamente (in Messico la pena di morte non c’è, fino a prova contraria…), vittime delle strategie del terrore.

Immagino che non sarebbe stato facile, in un paese dove i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata vengono uccisi impunemente. In molti momenti del libro e del documentario tratto dalla stessa ricerca e realizzato insieme a Luis Ramírez Guzmán (visibile on-line) si percepiscono chiaramente i rischi e i limiti imposti dalla necessità di vegliare alla propria sicurezza per chi va alla ricerca d’informazioni su violenze che coinvolgono reti di potere così forti. La criminalità organizzata è comunque ben presente nel testo: con le sue reti trasversali alla società e con la sua meticolosa capacità di morte e distruzione. Il caso del “pozolero” (raccontato da Mastrogiovanni con dati e documenti, ma soprattutto attraverso le parole di uno dei padri di un’associazione di familiari di desaparecidos di Tijuana) ne è un macabro esempio: incaricato di sciogliere in acido i corpi delle vittime, ha confessato di aver “cucinato” (“pozolear” in messicano, dal “pozole”, zuppa tradizionale) più di 300 corpi dal 1983 fino al gennaio 2009 (quando è stato arrestato dalla polizia messicana). In momenti come questo, in cui dire “narcotrafficante” (o “terrorista”) significa giustificare violenza e controlli anche contro persone “sospette”, capire da dove vengono e chi sono potrebbe aiutarci a comprendere le diverse cause e dinamiche della violenza.

Difficile trovare una strada alternativa alla guerra e alla violenza che non parta da questo, dall’umanità dei corpi e dei percorsi, e dalla condivisione di strumenti di comprensione che permettano di cogliere questa stessa umanità nella sua complessa stratificazione di disuguaglianze e rapporti di potere, esperienze vissute e desideri, modelli e filtri di lettura della realtà più o meno consci o acquisiti. Il libro di Federico Mastrogiovanni ci aiuta a farlo, anche grazie a un’accurata traduzione di termini, luoghi, nomi e istituzioni che potrebbero sembrare oscuri a chi non frequenta il Messico (un ottimo glossario è stato aggiunto alla versione italiana). In questo processo di traduzione e comprensione, Ni vivos ni muertos ci invita ad essere attenti agli schemi di lettura troppo facili e alle etichette pericolose, perché:

La guerra si semina, come i desaparecidos. La prima tappa di un processo di guerra è il pregiudizio sociale, l’ultima il genocidio. Non tutte le guerre finiscono in genocidio, ma può succedere, e in Messico oggi c’è una situazione genocida, perché è in corso uno sterminio di massa della popolazione con decine di migliaia di morti e desaparecidos.

 

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