Memoji

La maschera e l’inter-faccia.

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Come orientarsi nel reticolo di usi, di tempi, di tecniche, di continue riscritture, di forme ipertestuali e co-autoriali genarati dal linguaggio delle emoticon?

As Friedrich Nietzsche once said, Emoji is dead
Memojikeyboard.com

Può esaurirsi il campo di possibilità dispiegato dalla sintassi delle emoticon? Cosa può offrire lo smartphone all’utente oltre a una lingua lineare segmentata, rivisitata dal conflitto tra parole e spazio, cosa può offrire oltre alle note vocali, le fotografie, i link? Come può espandere ulteriormente le possibilità dello scambio epistolare divenuto ipertesto?

Mentre pratiche creative inusitate trasformano lettere e simboli in un alfabeto pittografico dove uso interattivo e regola combattono in una mediazione perenne tra il suggerimento intelligente e la libertà di digitazione, il dispositivo sposta la soglia della sperimentazione ancora più in là: le emoji, le icone stilizzate prestate alla potenza evocativa delle chat, non bastano più.

Il geroglifico dona alla parola scritta la misura dell’intonazione, ne scandisce il ritmo e ne amplifica – o ne altera – il senso. In generale, pare che il ruolo primario dell’emoticon, nel suo uso basilare, consista nell’aumento quantitativo dell’espressività, un processo ritenuto necessario a supplire l’assenza di componenti extra-verbali tipiche della comunicazione vis à vis (espressione facciale, contatto visivo, gestualità).

Tale sovraccarico espressivo a volte può sfiorare la parodia, declassando la comunicazione a puro divertissement. Altrove invece l’emoticon fa violenza alla semantica: è il caso di certe pratiche scrittorie, quelle degli utenti più giovani o più anziani, in cui i simboli sembrano svincolarsi dal senso del messaggio verbale che le accompagna (l’onnipresenza di cuoricini ne è un esempio emblematico).

Gli indefinibili confini di questo linguaggio intermediale si arricchiscono quotidianamente di interazioni tra app, espansioni di contenuti, nuove grammatiche: un volatile scatto di Snapchat, un selfie, un video Dubsmash, l’introduzione del * per segnalare la correzione di un refuso. La comunità degli utenti – questa entità insieme impersonale e interpersonale, la Rete – manipola e reinventa quotidianamente le regole di questi linguaggi. Ne risulta una nuova caratterizzazione dell’ironia, del cinismo, della frivolezza, della serietà o del sarcasmo, in breve un codice sempre in divenire che descrive (e in certo modo prescrive) le nuove forme espressive della propria personalità.

Dal continuo patteggiamento tra la componente interattiva e quella normativa di questo linguaggio scaturisce il complesso fenomeno della comunicazione attraverso i nuovi media. Una comunicazione che ha il dono di unire gli opposti: proclama l’interconnessione in tempo reale ma si fonda su pratiche scrittorie che abitano il tempo differito, inchioda alla reperibilità (si pensi alla pressione sociale esercitata dalle spunte di Whatsapp) ma dissimula l’identità, persegue l’immediatezza praticando l’ipermediazione.

Come orientarsi in questo reticolo di usi, di tempi, di tecniche, di continue riscritture, di forme ipertestuali e co-autoriali?

Forse assumendo una posizione, sostenuta tra gli altri da Francesco Casetti, che considera i social media non come strumenti di comunicazione ma come dispositivi di auto-esposizione: i media identitari. A dar sostegno a questa tesi, e ad arricchire il grande dibattito sul destino della parola nell’epoca contemporanea, è comparso da qualche tempo un nuovo elemento: memoji keyboard, l’app che consente di trasformare il proprio volto in un’emoticon, facendovi inter-facciare con gli altri utenti nel senso più letterale del termine.

Basta riprendersi mentre si mima un’espressione riconoscibile, e la propria faccia diviene una gif collocata sulla tastiera, da utilizzare nelle chat alla stessa stregua di un’emoji. Più libera dell’icona standardizzata, memoji è una sorta di autoritratto dalle molteplici funzioni comunicative. Il volto diviene un simbolo plasmato con precisione isometrica, la persona torna maschera, come vuole l’etimologia (persona indicava presso i Latini – e allo stesso modo prosopon presso i Greci – dapprima la maschera indossata dagli attori sulla scena, poi anche il personaggio interpretato).

Per essere compresa, memoji impone agli utenti un rapporto di prossimità tra la creatività della propria interpretazione e l’universalità delle espressioni riconosciute: dello scivoloso rapporto tra regola e uso l’app è consapevole e infatti rassicura gli utenti: «Se gli amici non sono pronti per l’intensità della vostra Blue Steel, potete sempre utilizzare le emoji tradizionali».

screen322x572Memoji colpisce perché riassume paradigmaticamente un certo rapporto tra il soggetto e la maschera che esso indossa quando si trova in un contesto comunicativo. In una qualche misura il soggetto è costretto a uscire da sé, a esporsi e dunque a riconoscersi, già solo per il fatto di partecipare alla comunicazione, indossando una maschera grammaticale (la prima persona, ad esempio).

La persona, diceva Benveniste, non pre-esiste all’atto comunicativo, è in esso e per esso che si configura. Con memoji, la persona ingloba non soltanto l’enunciazione grammaticale ma anche il pittogramma extraverbale, l’intera ipertestualità della comunicazione online – e lo fa nella forma che gli è più propria: attraverso la rappresentazione del volto, cioè la maschera. Memoji forza il soggetto a mimetizzare la propria espressività, nel duplice senso di uniformarla al vocabolario delle emoji (sì da poter comunicare) e di renderla mimesi (intesa come finzione, rappresentazione).

Con memoji l’utente trasforma il selfie nel proprio verbo, in un simbolismo muto, che rimanda circolarmente a se stesso. Io scrivo il mio volto, interpretandomi, la mia lingua è questa stessa faccia che intanto fissa lo schermo, irraggiungibile nell’oscurità del fuoricampo.

In un certo senso questo linguaggio si scarnifica incarnandosi, facendosi corpo, fingendo di ricongiungere la comunicazione con la sua primordiale espressività: sorrido per dirmi felice, strizzo l’occhio per farmi ammiccante, accenno le lacrime per rappresentarmi triste. Al termine della performance, la tastiera di memoji sembra una raccolta di descrizioni di comportamenti stilata da un etologo.

La voce risuona (personat) silenziosa nella maschera (persona), che oggi ha la forma di una gif, mentre parola e immagine – complici nell’autoreferenzialità – sembrano ricongiungersi in un’unica formidabile soluzione tecnica.

Tanto più l’innovazione dispiega nuovi orizzonti comunicativi, quanto più essi convergono, centripeti, verso il sé, in un’egolalia che ha i suoi echi su tutti i dispositivi di cui siamo circondati: A cosa stai pensando? Scrivi qualcosa su di te, Scrivi un commento.

Ogni dispositivo sembra presentarsi come uno strumento di cui mi servo per configurare la mia identità: memoji keyboard personalizza l’espressività iconica del nuovo linguaggio intermediale. È questo dunque, il destino della parola sui nuovi media? Un ritorno al “linguaggio egocentrico” dei bambini di Piaget?

Memoji ci dice una volta di più che si sta online come sé, come se si fosse se stessi, in funambolico equilibrio tra simulazione e realtà: la comunicazione diventa un gioco simbolico, l’interfacciarsi tra identità insieme vere e fittizie.

Esco da questo vertiginoso carteggio di riscritture autobiografiche, torno offline: bloccata la tastiera dello smartphone, riflesso nel nero dello schermo spento, si intravede qualcosa. Il referente?

Forse, come scriveva Barthes nella sua biografia di Roland Barthes, non c’è un vero volto che resta, al fondo, dopo aver risalito tutte le autorappresentazioni, non c’è mai stato – e questi strumenti lo dicono con chiarezza: anche in questo teatro del mondo procediamo mascherati.

Voi siete qui (forse...). Dalla Mostra Identità virtuali,(Centro di Cultura Contemporanea Strozzina)
Voi siete qui (forse…). Dalla mostra Identità virtuali (Centro di Cultura Contemporanea Strozzina)

Il 28 e il 29 maggio si terrà a Roma il Convegno “Tecnica, medialità e nuove forme della narrazione”, organizzato dalla Sapienza Università di Roma. Il convegno interdisciplinare, che coinvolge i dipartimenti di Filosofia e di Comunicazione e Ricerca Sociale, ha l’obiettivo di proporre una ricognizione teorica sulle nuove forme di narrazione multimediale, con una parallela presentazione di casi studio.
L’hashtag per seguire il livetwitting dell’evento è #NarrazioniMediali.

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