Per una medicina da re-inventare: conversazione con i “Medici senza camice” II

Dopo la prima parte dell‘intervista a “Medici senza camice” costituita da un confronto tra vecchi e nuovi paradigmi generazionali, sul piano della ricerca e su quello politico, oggi si discute del cantiere di Socioanalisi narrativa.

Attraverso la valutazione di possibili criticità, ma anche delle potenzialità creative di autoanalisi del cantiere, è possibile osservare il dipanarsi di un percorso che parte da una consapevolezza soggettiva ed arriva a fondare un immaginario gruppale, in grado di collegare le esperienze e renderle narrazione collettiva di un vissuto esperienziale .

2. Per un nuovo cantiere in medicina. L’esperienza della Socioanalisi narrativa come costruzione di un diverso immaginario sociale.

unnamed-1Reparto Agitati: Pensando all’esperienza del cantiere di Socioanalisi narrativa che avete utilizzato come analisi “in vivo” delle contraddizioni del vostro lavoro, vorrei chiedervi che tipo di esperienza è stata e quali le criticità affrontate e le domande rimaste ancora aperte. Vorrei anche chiedervi se ritenete l’esperienza del cantiere qualcosa di replicabile in altre realtà del comparto universitario e sanitario (sia in ambito formativo che di lavoro) e se avete riscontrato dei limiti operativi o teorici nell’approccio che avete utilizzato.

Alessandro: L’esperienza del cantiere è stata fatta da quattro di noi: Io, Giuseppe, Viviana e Susanna.

Giuseppe: L’esperienza personale del cantiere è stata un’esperienza fortissima. Ho vissuto il cantiere partendo da studente di medicina, da neolaureato a specializzando, quindi ha fatto parte di un passaggio importante della mia vita e questo passaggio l’ho vissuto in funzione di un’analisi che riuscivo a fare e mantenere nella mia mente, praticamente in maniera periodica, grazie al cantiere. Questo perché per un anno incontravo quelle persone, raccontavo il mio malessere, i miei disagi, le mie domande, vedevo che le domande ce le avevano anche gli altri e diventava non solo uno strumento per collettivizzare un proprio malessere, un ruolo istituzionale che poi ti viene dato quando diventi specializzando, ma anche un modo per imparare delle strategie per rimediare a questo malessere. La stessa narrazione, la stessa condivisione è uno strumento per uscire. Quindi questo sicuramente è stato un punto di forza ed uno dei motivi per i quali ogni volta che presentiamo il libro o parliamo del libro con altre persone, penso che questa esperienza sia un’esperienza estremamente positiva da ripetere in gruppi istituzionali ma anche che non stanno all’interno delle istituzioni ma che si incontrano. Insomma, quello di dedicarsi ogni tanto a raccontare il nostro malessere, raccontare quello che facciamo, parlarne in maniera libera cosi come stiamo facendo adesso noi  e riflettere su ciò che fai, su ciò che decidi, su ciò che hai deciso di fare e che non hai deciso di fare. Rispetto invece ai limiti…beh posso dire che si trattava di un cantiere-scuola[1] , quindi dovevamo apprendere un po’ lo strumento. Io personalmente avevo proprio dei limiti di resistenza rispetto al cantiere perché in medicina nessuno mi ha mai chiesto di raccontare il malessere o di raccontarmi, quindi per me entrare in questa dimensione personale, intima anche con me stesso, era estremamente faticoso. Questo fino a quando Nicola Valentino[2]  ha lavorato alla restituzione del libro, ha messo insieme le storie e ne ha estrapolato i contenuti. Ha fatto cioè un lavoro da socio-analista, le ha prese e le ha selezionate. Da quel momento ho visto il materiale e quindi mi sono appassionato molto di più ed ho iniziato anche a rileggerlo, l’ho riletto tre o quattro volte, e l’ho anche ricorretto. Credo che una criticità possa essere stata quella di lavorare in tanti poiché tutti quanti abbiamo messo mano alla restituzione fatta da Nicola, e questo presuppone un lavoro molto più impegnativo che fare una cosa di tuo pugno o di tua iniziativa. Anche  confrontarsi con gli altri ed anche avere fiducia è una cosa molto faticosa. Credo che un altro limite sia stato che a volte si utilizzava una stessa modalità, che era quella di ingrandire molto l’effetto del malessere raccontato nelle storie. All’interno della medicina mi viene da pensare che spesso viene molto amplificato l’effetto del risultato che si ottiene attraverso il metodo scientifico. Penso che una cosa simile sia avvenuta un po’ per le storie che abbiamo narrato. Cioè per acquisire quasi un senso per il lettore, per adattarle alla lettura, venivano anche un po’ modificate, diciamo con un stile letterario, per dare più senso a quella lettura. Io stesso tendevo ad enfatizzarle per renderle più efficaci. Riflettendoci ora a posteriori non so se questa enfatizzazione fosse poi cosi necessaria.

unnamedSusanna: per me il limite è che il cantiere è finito. E’stato un percorso personale molto ricco e intenso ed ha messo dentro tanta parte di me ma anche degli altri che hanno partecipato con me. In particolare in alcuni momenti c’è stata una forte condivisione di emozioni e quindi sono stati dei momenti unici, irripetibili, veramente intensi. La sensazione era di entrare, di immergersi in uno spazio dedicato voluto da tutti e che quindi era molto carico, molto denso e che personalmente mi ha messo in gioco perché ho raccontato delle storie che non avevo mai raccontato o che avevo raccontato solo a persone molto intime e quindi personalmente ti mette davanti anche a quelli che sono i tuoi limiti o comunque a delle cose che hai fatto che non avresti voluto fare , e trovare un confronto su qualcosa su cui magari in precedenza avevi evitato di confrontarti. E quindi dentro ti smuove parecchie cose. E’stato molto arricchente.

Alessandro: Anche per me è stata un’esperienza arricchente nella quale ho sentito che sono cresciuto molto in termini di consapevolezza. Secondo me un aspetto positivo del cantiere che ho notato soprattutto a posteriori, è che le persone hanno visto quanto possono essere potenti le storie, le narrazioni, mentre invece all’inizio, quando chiedevamo alle persone di partecipare al cantiere, era una cosa che sottovalutavano molto. Dicevano: “vabbeh ma che senso ha che veniamo, stiamo qua in cerchio e ci raccontiamo le storie?”, non si riusciva bene a capirne il senso. Mentre invece, dopo che è uscito il libro[3], le persone che lo hanno letto hanno visto che quelle storie messe insieme acquistavano potenza e aiutavano a rileggere il quotidiano in un altro modo. La cosa che colpisce molto del libro, infatti, è che non è un libro straordinario dove si raccontano dei fatti di cronaca in senso giornalistico, ma le persone che lo leggono, soprattutto chi fa medicina, sia come studente che come medico dice: “effettivamente è quello che è sempre successo anche a me, solo che lo consideravo normale”, quindi indaga molto nella normalità. Questa secondo me è una cosa molto interessante che rende replicabile il cantiere.  In questo senso il libro, se riusciremo a diffonderlo bene all’interno dell’università e della formazione in medicina, favorirà  molto il fatto che questa esperienza possa essere ripetuta, perché c’è già un’esperienza compiuta sulla quale le persone possono rispecchiarsi. Il limite è che, come ha detto Susanna è finito. Ma in che senso secondo me è un limite? Io credo che un dispositivo come il cantiere potrebbe essere utilizzato all’interno dell’istituzione medica e dell’istituzione sanitaria. Perché le istituzioni, in generale, per scelta consapevole o inconsapevole, non vogliono guardarsi dentro per auto-mantenersi. Io penso che proprio in questo momento di transizione, anche rispetto ai significati che noi diamo all’assistenza e alla terapia, introdurre questo dispositivo consenta alle persone di guardare alla propria pratica con un occhio diverso. Soprattutto se poi fosse messo in situazione. Cioè mi piacerebbe che nei diversi reparti degli ospedali, nei diversi servizi territoriali ci fossero dei cantieri autogestiti. Un’altra cosa che mi piacerebbe è che questi cantieri non dipendessero dal socio analista, perché altrimenti si rischia di stare sempre in una dipendenza. Cosi come il paziente dipende nel bene e nel male dal medico, il cantiere dipende da un tecnico, il socio analista. Ma sarebbe bello che diventasse una pratica condivisa, cioè che le persone che lavorano in quei servizi riescano a guardarsi all’interno attraverso le storie. Poi le storie sono solamente uno strumento, se ne potrebbero trovare altri di strumenti.

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Antonio: Per me che non ho partecipato al cantiere di socioanalisi, la forza di tutto quello che ho vissuto e che sto vivendo è di fatto l’emersione della normalità, quella di tirare fuori le tue storie che vivi tutti i giorni, che consideri normali e che poi di fatto, invece rielaborate, ricontestualizzate, ti aiutano molto a pensare diversamente la tua professione, e quindi il libro e questo cantiere che formalmente si è concluso, divengono di fatto una scintilla continua se uno le interiorizza. E’ una scintilla continua questa emersione e questa analisi del tuo quotidiano.

Viviana: C’è una dimensione speciale alla quale il cantiere secondo me ha dato risalto e che rappresenta una dimensione molto difficile da condividere : quella emotiva, la dimensione emotiva del nostro lavoro e la dimensione emotiva nel formarci a diventare medici che è una parte che il libro ha esplorato. Perché questa dimensione emotiva in realtà c’è in tutte quante le storie, sono tutte quante storie relazionali e di fatto il libro parla di relazioni. Il libro si chiama “Medici senza camice pazienti senza pigiama”, perché la centralità di tutte le storie, che le permea tutte, è semplicemente l’incontro ed è su quello che noi ci siamo concentrati e il malessere o il benessere vissuto nell’incontro è fortemente permeato dalle emozioni che provano le persone che si incontrano.  Questo secondo me però si ricollega anche alla domanda precedente sull’agire politico, nel quale la dimensione emotiva e relazionale viene sempre o tinta di sentimentalismo o non viene affrontata con la potenza grande che ha. Nel dire “io in questo incontro ci voglio mettere un’emozione positiva di riconoscenza con l’altra persona e non voglio che in quell’incontro ci sia violenza, maltrattamento, disconferma di chi ho di fronte” si esprime una forza. La forza come diceva Alessandro è proprio quella che la dimensione emotiva la puoi, la possono sentire tutti, mentre se uno avesse iniziato a fare un trattato, tipo un saggio un po’ complesso, si sarebbe un po’ persa. Una cosa che il cantiere mi ha lasciato è anche il fatto di potermi fermare a pensare alla dimensione emotiva molto grande del nostro lavoro e al fatto che essa può produrre benessere o malessere e quindi il fatto di volerla affrontare o sentire è già di per sé un atto politico.

Giulia: Riallacciandomi alla potenza della narrazione come strumento, una cosa molto carina, forse anche banale, ma per me affatto scontata è la contagiosità del voler raccontare, per cui quando ci sono state alcune presentazioni che lo consentivano, magari non troppo grandi, più raccolte, effettivamente le persone hanno immediatamente sentito il bisogno di contribuire a farlo crescere questo libro. Come diceva Alessandro, il cantiere si è chiuso ma c’è come questa sensazione che ci sia ancora qualcosa da fare, qualcosa che manca.  Si poteva leggere negli occhi e nelle parole delle persone proprio questa voglia di raccontare e di utilizzare questo strumento come uno “strumento catartico”, per se stessi e per legittimare un certo tipo di sentimenti e di sensazioni da condividere con la piccola collettività in cui tu ti riconosci di medico con altri medici, con altri studenti di medicina e poi anche per una legittimazione nei confronti di tutto quello che è il mondo esterno. Una cosa che mi è piaciuta molto è che una persona che non si occupa di medicina e che ha letto il libro ci ha detto: “grazie di aver scritto questo libro perché adesso io guardo i medici con un occhio diverso, cioè improvvisamente li ho spogliati del camice ma li vedo con una loro interezza e vedo anche tutta la loro storia, tutto quello che loro hanno potuto e dovuto passare per arrivare dove sono e mi è cambiata completamente tutta la prospettiva quando guardo una persona che sta dietro la scrivania dell’ambulatorio medico”. E questo effettivamente non si capisce con dei saggi che teorizzano, ma trasuda proprio dalle storie raccontate.
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Reparto Agitati: Quindi ritenete che questo sia stato anche, in qualche modo, uno strumento terapeutico per voi?

Pier Mario: Un anno e mezzo prima che uscisse il libro, già il solo fatto di stare vicino a persone che stavano facendo il cantiere, pur essendo persone con cui avevo un legame molto forte , lavorava su di me e quindi si può dire intanto che questo è uno strumento aperto. Uno strumento che è fatto non soltanto per essere continuato e quindi lavorare nel tempo, ma anche come qualcosa che va aldilà delle persone che ci partecipano.  Se questo sia terapeutico dipende da cosa intendiamo per terapeutico e a questo proposito mi piace poter citare una frase tratta da un romanzo che si chiama “la quinta cosa sacra” di Starrok[4] che dice “guarire è aprirsi alla speranza,  alla possibilità di cambiamento assorbendo il dolore”.  Allora se diamo questa per definizione di terapia, direi che la risposta è assolutamente si, cioè con il cantiere di socioanalisi e con tutto il lavoro che fa oltre, ci si da la possibilità in un certo senso di  assorbire il dolore, di saper stare nel malessere che si prova all’interno della relazione terapeutica, all’interno della formazione medica, ma allo stesso tempo probabilmente, anzi sicuramente, non ha cambiato una virgola dell’istituzione medica da qualche mese dalla sua chiusura, ma ha aperto infinite possibilità di cambiamento. Cioè un sacco di cose che non erano minimamente pensabili secondo me adesso sono pensabili e questo è già di per sé un cambiamento, una terapia, sia individuale che collettiva.

Antonio: E’ terapeutico nel senso che lenisce un pochino quello che può essere il malessere, però di fatto esalta un conflitto che tu hai con l’istituzione, quindi “terapeutico” non nel senso che ti fa accettare la situazione che vivi, ma perché ti permette di comprenderla meglio e di reagire con una forza diversa.

Alessandro: A  me una cosa che ha colpito molto a livello teorico è stato leggere un passaggio del volume sull’analisi istituzionale[5] in cui si dice che gran parte del malessere che le persone vivono all’interno delle istituzioni nasce da un blocco che l’istituzione fa sull’immaginario delle persone. Cioè l’istituzione impedisce a queste persone di immaginare una situazione diversa da quella che vivono. In questo senso il cantiere è terapeutico perché apre al cambiamento, cioè questo cantiere ci ha fatto stare sul dolore che provavamo in una determinata situazione, ma ha anche aperto delle possibilità e questo ci ha liberato molto. E poi mi viene in mente un’altra frase di Franco Basaglia che diceva che un’istituzione malata non può essere curativa e su questo mi viene da pensare che il lavoro dell’analisi istituzionale è terapeutico sia per le persone ma anche per le istituzioni. Potrebbe essere terapeutico un cantiere non solo per noi ma anche per le istituzioni che si occupano dell’assistenza sanitaria, se le apre alla trasformazione.
Reparto Agitati: Mi pare di capire che questo dispositivo del cantiere, pur con tutta la sua forza “eversiva” nel tentativo di strutturare un immaginario di possibilità, lasci aperte delle contraddizioni soprattutto nel momento in cui si chiude l’esperienza e si “rientra” nelle istituzioni. Dalle vostre considerazioni, ma anche da altre esperienze del cantiere di cui ho conoscenza, mi sembra emerga un vissuto che attiene maggiormente ad un’esperienza personale, che successivamente fa fatica ad articolarsi come opportunità di incidere sulle contraddizioni dell’esperienza quotidiana nei contesti istituzionali e quindi di strutturare reali possibilità di trasformazione e di cambiamento dell’esistente. Vi chiedo se nella vostra esperienza concreta questo è accaduto o se invece ritenete che quello del cantiere possa rappresentare un utile strumento in grado di determinare anche solo micro cambiamenti nei contesti in cui lavorate, vi specializzate o fate il vostro tirocinio.

Giuseppe: Io credo che dal cantiere sia nata quella spinta verso l’unione, verso la creazione del gruppo, verso il rimanere in contatto e non terminare li con la fine dell’esperienza. Noi siamo stati in questo senso anche avvantaggiati, perché facevamo già parte di gruppi di riflessione e all’interno di questi canali abbiamo continuato a vederci e ad incontrarci. Voglio dire che ci siamo incontrati nel cantiere ma facevamo già parte di contesti attenti e critici. Il cantiere ha rappresentato una modalità più raffinata di fare questo. E’ un modo anche più strutturato e guidato. Esso è stato un po’ come un acceleratore, un metabolizzatore del nostro processo di critica e di analisi all’interno delle istituzioni. Adesso all’interno dell’istituzione valorizziamo di più la dimensione umana, relazionale e dell’incontro e questa è una cosa che sicuramente mancava prima del cantiere. Il cantiere ci ha dato modo di continuare a formarci, abbiamo partecipato a corsi sull’affrontamento del conflitto, sulle dinamiche di gruppo, sullo stare in gruppo. Quindi penso anche che la scelta di fare tutto questo non sia stata casuale. Nella mia esperienza credo di poter dire che sia avvenuto un micro cambiamento nell’istituzione dove lavoro. C’è un piccolo nucleo di persone che si raccontano e che si vogliono raccontare. In maniera anche clandestina e segreta ma lo iniziamo a fare.

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Viviana: Rispetto a questa domanda e ricollegandomi ad una considerazione precedente sull’immaginario, io credo che il cantiere non sia qualcosa che attiene esclusivamente all’immaginazione, cioè non dica semplicemente “immagina”, che è un’espressione un po’ vaga e quasi da slogan pubblicitario, ma “immaginati”. Per questo penso che il cantiere finisce dal punto di vista socio analitico sempre con questa parte di immaginario in cui tu ti immagini, dopo aver attraversato anche il dolore delle storie che hai raccontato. Noi spesso diciamo che il cantiere inizia quando finisce, proprio perché l’esercizio che rimane interiorizzato  è quello di immaginarti, di continuare a farlo nell’istituzione dove stai, e questo lascia uno spazio di creatività molto grande per te e per gli altri che sono con te. Se questa cosa non avviene tu rischi di ripetere in modo automatico le stesse modalità che utilizzavi precedentemente per affrontare le cose e di riprodurre quel malessere che avevi all’interno dell’istituzione. Se tu non perdi l’attenzione su questo immaginarti, e ad immaginare l’altro in maniera differente, ad accogliere i cambiamenti che l’immaginazione poi porta e a non ricadere negli automatismi e a disubbidire agli automatismi che ti auto imponi o ti impongono gli altri, il cantiere continua a vivere attraverso questo immaginario che pian piano si svela. Per noi credo che questa fase sia fiorita dopo il cantiere. Noi continuiamo a vivere immaginandoci.

Pier Mario: Quando mi fanno questa domanda io ho sempre un’ansia incredibile. Penso che non ho la risposta, ma penso anche che sono consapevole di non avere una risposta e che questa consapevolezza sia la consapevolezza di una scelta. Quando mi confronto con gli altri in alcuni contesti io non posso propormi, proprio come scelta metodologica e quindi politica con la mia soluzione “chiavi in mano” . D’altra parte viviamo in un automatismo che spesso ci impone di rispondere a questa domanda e che rischia di farci pensare di dover dare risposte preformate al solo scopo di rispondere a questa domanda impellente.

Susanna: io credo che la ricchezza sia proprio il gruppo. La possibilità di riportare al gruppo le esperienze , il confronto continuo con una prospettiva futura che può essere il fatto di riuscire a lavorare insieme un domani. Io credo che il cantiere abbia avuto questa funzione, quella cioè di farti vivere in un’istituzione non in modo passivo ma sempre problematizzandola. Ora che sto facendo un’esperienza in cure palliative mi rendo conto di questo passaggio. Cioè nel vedere le cose con occhi differenti, nel non “normalizzare” le storie, le situazioni, ma renderle vive contestualizzandole. La ricchezza è avere un’analisi individuale che puoi sempre ricollettivizzare.

Alessandro: In merito a quando ci è stata posta la domanda su quanto possa essere replicabile il cantiere, e se abbia funzionato o meno, io credo che questo modo di guardare le cose rischia di riprodurre una visione della realtà basata esclusivamente sugli obiettivi. Cioè una cosa funziona in base a quanto riesce a raggiungere un obiettivo. Secondo me il cantiere è uno dei tanti possibili strumenti che tu inserisci in un contesto, poi gli effetti che l’incontro tra questo strumento e il contesto genera stanno proprio nell’interazione tra lo strumento e il contesto. Penso che “Medici senza camice e pazienti senza pigiama” sarebbe stato un libro diverso se nel cantiere avessero partecipato persone diverse ed è proprio questa la sua forza “eversiva”.  Esso costituisce davvero un altro modo di vedere la realtà anche in senso progettuale perché non si basa sull’obiettivo ma sul contesto in cui quella realtà si genera e si costruisce. Prendere in considerazione il contesto nel quale si opera, significa prendere in considerazione le persone e considerare le persone che concorrono a generare quel processo rappresenta un cambio di paradigma perché tu non rendi indipendente l’obiettivo da quelle persone ma quelle persone generano proprio un processo e i suoi possibili esiti.

Viviana: Non piace neanche a me rispondere a questa domanda e mi mette ansia come diceva Pier Mario.  Io credo che quando tu pensi di avere una teoria che sia giusta e valida, anche la fallibilità delle cose è molto tangibile, cioè tu hai sempre paura di fare quelle cose perché altrimenti falliscono. L’idea dell’obiettivo un po’ ti rende rigido e questo secondo me come gruppo ce lo siamo detto tante volte. L’obiettivo non è un valore di per se per noi. Perché la fallibilità rende le cose meno piacevoli e il piacere è un valore che condividiamo nel fare le cose, come sentimento con cui ci approcciamo a quello che facciamo. Anche questa idea di pensare: “che cosa volete fare concretamente?” fa si che tu ti possa chiudere all’interno di te stesso perché solo noi sappiamo come funziona e come trasformeremo le cose.  Invece questa modalità un po’ più aperta e “inconcludente”, consente di mantenere anche un occhio più curioso rispetto alle altre realtà, a quello che fanno gli altri, e poter fare le cose insieme.

 

Note


[1] Il “cantiere-scuola” costituisce uno spazio di approfondimento e di apprendimento del dispositivo del cantiere di socioanalisi narrativa al fine di poterlo “maneggiare” meglio nei contesti istituzionali in cui verrà utilizzato.

[2] Nicola Valentino, collabora da anni con la casa editrice “Sensibili alle foglie” come direttore dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte irritata. Si occupa da sempre delle diverse forme di reclusione e dei dispositivi istituzionali che regolano la vita reclusa (Istituzioni totali). Negli ultimi anni la sua ricerca socio-analitica lo ha portato ad interessarsi alle istituzioni sanitarie nelle quali ha condotto personalmente diversi cantieri di socioanalisi narrativa da cui sono scaturite alcune pubblicazioni. In particolare si veda: Nicola Valentino, Istituzioni post-manicomiali, Sensibili alle foglie, 2005; Pannoloni verdi, Sensibili alle foglie, 2006; Barelle, Sensibili alle foglie, 2008; La contessina, Sensibili alle foglie, 2012.

[3] A.A.V.V., Medici senza camice, pazienti senza pigiama. Socioanalisi Narrativa dell’istituzione medica., Sensibili alle foglie, 2013.

[4] Starhawk, La quinta cosa sacra, Longanesi Ed., 1994.

[5] “L’analisi istituzionale nasce storicamente a Parigi negli anni della contestazione studentesca (68’-’70), ma le sue premesse ideologiche e concettuali risalgono ad una decina di anni prima, quando George Lapassade, professore all’università di Parigi, diffonde in Francia la pratica pedagogica del T-group ad orientamento non-direttivo”. […] “L’Analisi Istituzionale mira a scoprire nei gruppi e nelle forme sociali, l’inconscio politico, a partire dagli analizzatori istituzionali. L’Analisi Istituzionale è, quindi, sia l’analisi delle istituzioni sociali che degli analizzatori sociali che le rivelano” in M.G. Pettigiani; S. Sica,  La comunicazione interumana, Franco Angeli, 2003 pp. 184-187. Per un riferimento bibliografico del testo citato da Alessandro Rinaldi si veda: Remi Hess; Gaby Weigand, Corso di Analisi Istituzionale, Sensibili alle foglie, 2008.

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