Storie dal S. Niccolò: ritratti da un futuro remoto #3

Il terzo racconto di Simone Ghelli, dedicato ai frammenti di biografia di uomini e donne che furono ricoverate al S. Niccolò, l’ex manicomio di Siena. La serie #storiedaunexmanicomio è ospitata da MILLEUNA e REPARTO AGITATI.

F.

Con la sua bocca sdentata F. non faceva che lamentarsi. Ho ancora un’immagine in cui si mostra così, con un’espressione da martire mentre qualcuno gli spruzza degli schizzi in faccia. Ne avevamo portati cinque alle terme e farli entrare in acqua era stata un’impresa. Cinque contro due era una lotta impari.

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Li avevamo caricati su un vecchio furgone che usavamo per le gite fuori porta. Ricordo ancora quanto cigolasse, il terrore di quelle mani che da dietro potevano afferrare il cambio o il freno a mano mentre io guidavo. Li avevamo portati fin lassù, alla curva del Petriolo, e poi li avevamo afferrati per la mano e spinti nella brodaglia calda e odorante di zolfo.

Se fisso abbastanza a lungo la fotografia, quel volto così cinematografico, corteggiato dai riflessi vividi dell’acqua, posso ancora sentire l’urlo di F.

Il suo corpo era una teoria di escoriazioni, pencolava da una parte e dall’altra aggrappandosi ai suoi arti tutti storti. Cadeva spesso, delle volte volava. L’ho visto coi miei occhi atterrare a due e più metri di distanza, scaraventato via dalla furia di un altro ospite. Spesso era soltanto una spinta, ma prendeva anche schiaffi e pugni. Una volta C. gli piantò i denti di una forchetta nel dorso della mano. Gli arrivò alle spalle, l’arma nacosta dietro la schiena. F. rimase per un attimo sorpreso, potrei giurare che avesse persino un mezzo sorriso sulle sue labbra sottili e screpolate.

Le sue esplosioni di lamenti e grugniti contagiavano tutti gli altri, destabilizzavano ogni equilibrio apparente. Inveiva in una lingua sconosciuta, alzava al cielo le dita fratturate in più punti. Gli psichiatri non lo sopportavano, gli giravano alla larga. Ne ricordo uno in particolare, uno che si chiudeva a chiave nel suo studio e viveva quel suo incarico come un fallimento. Certe volte gli infermieri gli aizzavano F. contro, lo invitavano a bussare alla porta di quel dottore tanto indolente. Più spesso si trascinava solitario per quegli antichi corridoi dove si propagava l’eco dei suoi mugugni.

Io lo trovavo simpatico, m’ispirava una certa pietà. Là dentro era una sorta di capro espiatorio. Sembra incredibile a dirsi, ma ne esistono anche nel peggiore degli inferni. Sarà per questo che F. mi dava l’idea di essere un personaggio di un film di Pasolini, uno che si fosse smarrito in quella desolante realtà. Aveva quello stesso tipo di fisico asciutto e nodoso, quella spigolosità folle. Con un elmetto in testa potrei facilmente immaginarlo nell’Edipo Re a inveire contro il fato avverso.

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