L’eclissi degli intellettuali

Recensione di Natalina Lodato a Che fine hanno fatto gli intellettuali? di Enzo Traverso (ombre corte, 2014).

traversoChe fine hanno fatto gli intellettuali? A partire da questo interrogativo, lo storico dell’età contemporanea Enzo Traverso si addentra, con l’antropologo Régis Meyran, in una conversazione appassionante sul ruolo, oggi, di un gruppo sociale di cui da tempo si canta il de profundis. Traverso, come noto, non è nuovo a queste tematiche: basti pensare, oltre ai suoi lavori su Shoah e intellettuali, al più recente La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere (2013), nel quale indaga la parabola del pensiero critico della modernità ebraica e la sua metamorfosi in un pensiero d’ordine, ormai a suo agio nei gangli nevralgici dei centri del potere.

Nell’agile libro-intervista da poco consegnatoci, Traverso amplia ed estende il suo orizzonte di analisi, proponendo una riflessione a tutto campo sull’ascesa e il declino degli intellettuali nelle società contemporanee. Una riflessione – è bene precisare in via preliminare – che si discosta in misura notevole dall’intonazione apocalittica e dall’ottica crisiologica che è suscettibile di permeare un dibattito viziato ab origine dalla coincidenza tra soggetto e oggetto d’indagine: vale a dire, sono gli intellettuali stessi a dare la stura ad analisi e discussioni sull’estinzione, sul “grande silenzio” degli intellettuali e via discorrendo, con il rischio di dare corpo all’immagine fantasmatica della “classe lamentosa” sardonicamente evocata, per il mondo intellettuale, da Wolf Lepenies. In effetti, le analisi sulla “decadenza degli intellettuali” – da Zygmunt Bauman a Eric Hobsbawm, passando per Alberto Asor Rosa – vanno ormai formando un corpus cospicuo e consolidato di studi e riflessioni: il merito di Traverso risiede pertanto nell’andare oltre la mera presa d’atto, la rilevazione diagnostica tout court, prospettando delle vie d’uscita dall’impasse e consegnandoci «un appello per un pensiero critico rinnovato» (p.8) e un’esortazione a ridefinire e ripensare il ruolo degli intellettuali.

Nella prima parte del volume l’autore offre una ricostruzione in chiave comparata della genealogia storica del personaggio dell’intellettuale. Ricostruzione che, in primo luogo, prova a districare i due nodi critici cruciali, tra loro interrelati, che contrassegnano la questione: 1) l’aspetto definizionale, ossia la discussione sui caratteri storici e sociologici degli intellettuali in quanto aggregazione sociale e, per estensione, su chi oggi possa dirsi intellettuale (termine ormai abusato); 2) il piano prescrittivo, ossia la discussione su quale dovrebbe essere la postura politica degli intellettuali.

Traverso riconosce, così come comunemente accettato, che malgrado l’indiscutibile valore etico e culturale degli hommes de lettres illuministi, la sostantivazione dell’attributo di “intellettuale” è simbolicamente ascrivibile al 14 gennaio 1898, quando sul giornale “L’Aurore” apparve, nel bel mezzo dell’Affare Dreyfus, un Manifeste des intellectuels, firmato da Émile Zola, da Anatole France e da altri uomini che prendevano posizione, in quanto uomini di lettere, contro il comportamento dell’autorità. Da allora le definizioni di intellettuale hanno oscillato tra due poli: l’intellettuale puro, avulso da passioni politiche, il chierico à la Julien Benda, da una parte, e l’intellettuale organico di Antonio Gramsci (alla cui articolazione connettivo-organizzativa Traverso restituisce tutta la sua profondità e complessità), dall’altra. Dal canto suo, l’autore presta particolare attenzione all’intellettuale come critico del potere, figura chiave nel configurare il Novecento come “il secolo degli intellettuali”. Da qui si dipana una ricostruzione storiografica che, sottraendosi a ogni tentazione celebrativa o nostalgica, mette abilmente a fuoco le zone di faglia, le giunture critiche e le incrinature di un microcosmo che, a partire dalla crisi del liberalismo, culminata nello scoppio del primo conflitto mondiale, si rivela tutt’altro che omogeneo e monolitico. Degne di nota, a questo proposito, la messa a tema dei conflitti e delle tensioni che attraversarono la cultura antifascista e l’analisi su Sartre; una riflessione, quest’ultima, incardinata in una storicizzazione critica della figura del maître à penser indiscusso del XX secolo, depurata dalla metaforizzazione caricaturale prodottasi a posteriori.

Per questa via, Traverso, dimostrando di padroneggiare e combinare perfettamente sia la dimensione diacronica che quella sincronica, ci conduce nel tempo presente e prova a elaborare una risposta (nonché una exit strategy) all’interrogativo da cui il libro prende le mosse. Traverso rileva acutamente che il punto non è tanto l’estinzione dell’intellettuale brontosauro – per dirla con Asor Rosa –, quanto piuttosto un problema di visibilità che investe, ovviamente, il rapporto degli intellettuali con i media, ma che ha radici eziologiche ben più profonde e complesse. L’autore scava abilmente nelle pieghe dell’anti-intellettualismo contemporaneo, mettendoci dinanzi alla declinazione specifica che questo assume nella governamentalità neoliberista: si tratta, infatti, di un neo-anti-intellettualismo che si insinua nel discorso pubblico rappresentando l’intellettuale critico come l’epitome fossilizzata della conservazione e dell’immobilismo, e che mette a punto, al contempo, dei dispositivi di neutralizzazione e annientamento delle voci contrappuntistiche.

La premessa di (s)fondo è indubbiamente il mutato scenario, seguito alla fine della Guerra Fredda – terminus ad quem del secolo breve – e alla trasformazione dei partiti di massa tradizionali, a cui erano organici o quantomeno contigui gli intellettuali, in “partiti pigliatutto”: «questi partiti – spiega Traverso – non hanno più bisogno d’intellettuali […] perché la cultura appare loro un’inutile zavorra, un fardello, poiché il solo modo legittimo di considerarla consiste nei tagli della spesa pubblica. Quanto ai dibattiti, il salotto di Bruno Vespa è molto più utile» (p.53). Tramontate le ideologie e le metanarrazioni non restano che l’umanitarismo, la mitologia della vittima e l’ossessione memoriale che ne consegue: aspetti su cui Traverso, che molto si è occupato dei delicati equilibri nel rapporto tra storia e memoria, dedica righe molto dense e puntuali.

Alfredo Jaar, Cultura = Capitale
Alfredo Jaar, Cultura = Capitale

I canali ulteriori di annientamento dell’intellettuale individuati dall’autore sono due. Il primo è quello dell’entertaining di massa e delle logiche dell’industria culturale: sotto questo profilo nei media coesistono la sussunzione industrializzata della cultura “tradizionale” – basti pensare alle canonizzazioni neutralizzanti di pensatori e pensatrici radicali come Karl Marx e Hannah Arendt – e la produzione dal nulla di intellettuali prêt-à-porter, di vere e proprie star mediatiche eteronome come Michel Onfray e, per l’Italia, Roberto Saviano.

Il secondo piano è quello che scaturisce dalla crisi dell’università di massa e dall’affermazione inesorabile all’interno di essa di un ethos manageriale e aziendalistico che ha prodotto per un verso, precarietà su larga scala e, per un altro, una proliferazione disciplinare insensata, strumentale alle logiche di mercato e finalizzata alla produzione in serie di “esperti”, tecnocrati, del tutto sguarniti di pensiero critico. In questo passaggio il raffronto comparativo si fa più opaco e sfumato e ciò non aiuta a comprendere se si possa parlare di un’eccezionalità del caso italiano. In più Traverso non presta, forse, la dovuta attenzione alle dinamiche di sfruttamento (e autosfruttamento) nelle università. Avrebbe potuto essere feconda, a tal proposito, l’assunzione di una prospettiva genetica, in grado di chiarirci “come si diventa un intellettuale” e, sulla scorta delle riflessioni di Pierre Bourdieu – cui, colpevolmente, molto poco rilievo è dato nel volume – la nozione di “campo” avrebbe potuto dar conto dei giochi di forza, delle strategie e delle poste in gioco all’interno di uno spazio nient’affatto ecumenico come quello intellettuale.

Nondimeno la disamina critica della moltiplicazione ipertrofica delle discipline costituisce l’elemento di svolta nell’analisi di Traverso. Se questo è lo scenario, mette conto ripensare alla nozione di “intellettuale specifico”, delineata da Michel Foucault e Gilles Deleuze in opposizione al modello di intellettuale universale sartriano. I regimi di sapere-potere neoliberisti hanno, infatti, finito col trasformare gli esperti in tecnici di governo, «nuovi filosofi-re» al servizio del feticcio della governabilità a tutti i costi. «”L’esperto” –spiega l’autore – non sarà mai sfiorato dall’idea di mettere in discussione il capitalismo o svelarne la natura; il suo ruolo consiste nello spiegare come salvare le banche o ridurre il debito nell’ambito del sistema dominante» (p.84).

L’intellettuale, per forza di cose “specifico”, non dovrebbe mai smarrire invece una prospettiva universalistica e il proprio ruolo dialettico. Tornando alla lezione di Michel Foucault, un intellettuale dovrebbe rifiutare tutto ciò che ha la sembianza di una pretesa di verità, di ricatto, di un’alternativa semplicistica e autoritaria. Per il resto, per concludere con le parole di Traverso «l’eclissi delle utopie sarà solo temporanea. Una nuova utopia sorgerà dal profondo della società, anche se non possiamo sapere quando e dove ciò accadrà» (p.56).

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