La solita strada

“Basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo”: morsi di reportage dalla Tiburtina.

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Si può sempre andare oltre, oltre, non si finisce mai.
Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”. 
La strada è vita. Jack Kerouac

 

Questa è la storia di una strada. È la storia di una strada in particolare ma è la storia di tutte le strade, di tutto quello che vive e respira in strada e che pulsa incessantemente anche se nessuno lo sente. È la storia della strada dove vivo, la tiburtina che va da San Basilio fino a fuori Roma, verso Guidonia, dove ci si allontana sempre di più dal centro e si comincia a parlare di periferia.

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“Tutto quello che è fuori dall’anello del raccordo anulare è periferia”. Cosi diceva mio nonno. Io dico che nel centro allora rimangono davvero in pochi. Nel centro fa freddo, ai lati ci si stringe, ai margini ci si abbraccia perché fa più freddo ed è un freddo cosi coinvolgente da non lasciare spazio alla forma, un freddo che brucia e che ti brucia ma che ti fa entrare nelle viscere dell’esistenza senza spiegarti come resistere ne come reagire. Ai margini si vive senza pensare a come lo si fa.

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Questo tratto di strada, nominato tiburtina valley avrebbe dovuto concentrare tutto L’hi-tech romano nel quadrante nord-est della città. Per intenderci inizia dove il raccordo anulare incrocia la A24, L’autostrada che da Roma porta a L’Aquila. Qui dopo gli anni ’90 la presenza di grandi gruppi aerospaziali ha spianato il terreno a laboratori, centri di ricerca e Pmi dell’indotto con la presenza di importanti incubatori tecnologici.

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Con particolare attenzione all’incubatore, inaugurato a fine 2006, all’interno del Tecnopolo Tiburtino. Una serie di fattori combinati in modo confusionale hanno fatto si che questa strada diventasse l’incubo di ogni persona che è costretta a percorrerla, a viverla, a oltrepassarla.

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Da importante snodo tecnologico e industriale si è trasformata nella strada più trafficata di Roma est con il più alto tasso di incidenti stradali. Al posto di laboratori hi-tech sono sorti come funghi locali aperti ventiquattrore su ventiquattro dove è impossibile non incontrare slot machine, bingo, roulette elettroniche, incentivando cosi il gioco d’azzardo che ovviamente riesce a fare presa e ad accattivare in un zona cosi periferica e cosi povera di alternative. L’inganno della vincita facile e la dipendenza al gioco sono i risultati più immediati e visibili.

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Ho odiato questa strada. L’ho odiata con tutta la forza e la rabbia che avevo. Odiavo le ore perse nel traffico, odiavo la forza che dovevo trovare ogni giorno per oltrepassarla ,odiavo il degrado combinato e l’immobilità a cui sembrava arrendersi essa stessa.

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Ho voluto conoscere quest’odio e ho imparato ad amarlo. Per sei mesi ho vissuto in strada di notte per conoscere da dentro questa rabbia, per conoscere chi ne faceva parte inconsapevolmente. Ho impressionato volti, ascoltato storie, imparato che la maggior parte della potenza creativa e illuminante di una società si trova in tutto quello che la società stessa rifiuta. Ho aperto uno squarcio in questa rabbia e ho guardato con occhi aperti tutta la luce che ne è venuta fuori.

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