L’appetito vien leggendo. La settimana della lettura alla Scuola Europea di Monaco

In occasione della settimana della lettura organizzata dalla Scuola Europea di Monaco (17-21 febbraio 2014) pubblichiamo un intervento di Alessandro Lattanzi, insegnante e promotore dell’iniziativa.

scuola europea di monaco

La sezione italiana della Scuola Europea di Monaco di Baviera promuoverà, dal 17 al 21 febbraio 2014, il progetto L’appetito vien leggendo, una settimana interamente dedicata alla lettura. Saranno coinvolte le cinque classi della scuola primaria, i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia. Il progetto è stato ispirato dall’opera Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (Laterza, 2013), del filosofo italiano Roberto Casati, che segue “a distanza” questo lavoro.

Nella difesa della lettura, sostiene Casati, la «scuola ha un grande vantaggio istituzionale che è al tempo stesso una responsabilità». Accettando la sfida di questa responsabilità, gli insegnanti hanno deciso di dedicare una settimana intera ad attività inerenti la lettura.

L’obiettivo è quello di offrire un’occasione per sfruttare lo spazio della scuola nella sua specificità: non solo insegnare a leggere, ma insegnare a leggere molto. È la lettura, infatti, a favorire l’arricchimento lessicale e quindi le possibilità di esprimersi, oltre ad allenare l’attenzione, capacità oggi sempre più erosa da un uso frenetico delle nuove tecnologie.

Leggere invita ad isolarsi per approfondire, avviando quel dialogo con se stessi necessario per scoprire le proprie risorse e nutrire i propri interessi. In questo processo il libro ha vantaggi cognitivi al momento insostituibili: la linearità semplifica la comprensione, usarlo impone un isolamento che rinforza l’attenzione, la sua concretezza fisica è fonte di informazioni. La scuola, così, vuole sostenere, facilitare l’arte della lettura e l’incontro tra i giovani lettori e lo strumento “libro”.

Nella scuola si vive quotidianamente il confronto (se non lo scontro) tra lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e un sistema di insegnamento che fatica a (ri)trovare una propria identità. Le ragioni per cui oggi il ruolo dell’insegnante non è semplice da decifrare sono molteplici; in questo breve intervento prenderò esclusivamente in esame il rapporto tra la funzione dell’insegnante nel nuovo panorama multimediale con particolare riferimento alla lettura.

La tesi che vorrei discutere è questa: considerate le potenzialità sempre maggiori dei mezzi di comunicazione, sembra venire meno il tradizionale ruolo dell’insegnante nel processo di formazione dei discenti.

Oggi avere una LIM in classe permette l’accesso immediato ad una quantità di informazioni che nessun insegnante potrebbe garantire. Saper tecnicamente usare un computer, allora, potrebbe essere sufficiente per garantire il funzionamento del sistema di formazione.

La prima obiezione che può essere sollevata riguarda la capacità di interpretare le informazioni: avere informazioni non serve, se poi non si riesce a leggere quelle informazioni. In questo caso l’insegnante risulterebbe ancora un valido “strumento” per guidare gli studenti nell’interpretazione ed elaborazione delle informazioni. Può però valere anche la posizione contraria: sarebbe forse preferibile perdersi nel labirinto della rete sperando di ritrovare autonomamente il filo di Arianna, piuttosto che incontrare certi insegnanti.

Inoltre, nel contesto internazionale dove le spese per l’istruzione sono sempre più vincolate da parametri di rendimento economico, potrebbe anche risultare conveniente informatizzare i percorsi di formazione risparmiando così sui costi del personale. È possibile trovare una via d’uscita che indichi se, e a che titolo, l’insegnante mantiene un suo status nel confronto con le nuove tecnologie?

contro_il_colonialismo_digitale Roberto Casati invita ad un cambiamento di prospettiva: scalzare la metafora dell’insegnante come nastro trasportatore di informazioni, che trasmette contenuti all’allievo, per sfruttare invece i vantaggi indiretti che si possono ottenere usando con un po’di fantasia le nuove tecnologie, quando ha senso usarle[1].

Agli insegnanti spetta allora il compito di ripensare l’insegnamento, aprendo nuovi spazi grazie alla tecnologia digitale. Questo ruolo di pionieri, però, devono svolgerlo nella scuola in quanto spazio istituzionale; non solo perché forse non ci sarebbero per i docenti altri spazi, ma proprio perché in quello spazio il loro ruolo è insostituibile e la loro presenza diventa sostanziale.

L’invito a cambiare prospettiva è un punto di forza, tra i tanti, del lavoro di Casati: aprire nuovi spazi, nuove zone di negoziazione, a partire da dati di fatto, dalla vita della scuola e nella scuola così come oggi si afferma.

Come insegnante lo accolgo con favore e mi piace interpretare il suggerimento in questo modo: la scuola è un’istituzione dove gli alunni trascorrono molti anni della loro vita, e sicuramente anni molto significativi; l’istituzione scuola ha molti difetti in quanto istituzione, con tutti i legami perversi tra sapere e potere che si possono delineare ma, proprio in quanto istituzione, può offrire grandi vantaggi.

In relazione alla pratica della lettura questi vantaggi appaiono enormi. La vita quotidiana al di fuori della scuola soffre di un eccesso di rumore, da quello concreto dell’inquinamento acustico, della televisione, di un mal costume che ha fatto dell’arroganza prestigio, a quello astratto, velato, di una routine quotidiana vissuta quasi istintivamente in continuo movimento, ma in grado di assediare il nostro pensiero con le sue inderogabili esigenze.

Le ore passate a scuola possono essere momenti trascorsi in un “porto” dove stare al riparo dal frastuono: lo spazio delimitato, organizzato e il tempo scandito da un orario determinato, che purtroppo spesso diventano opprimenti, si rivelano risorsa se, invece che vederli come limiti, barriere verso il mondo esterno, li trasformiamo in protezioni per la nostra attenzione, luoghi per nutrire la capacità di riflettere.

La lettura esige il “silenzio”, la scuola può offrirlo (inteso nell’accezione ampia di situazione favorevole ad un apprendimento significativo). Nell’era del colonialismo digitale, la capacità che rischia di atrofizzarsi è quella dell’attenzione e in compenso “nuove forme di intelligenza” non sembrano così robuste da compensare la perdita.

Casati attacca in maniera diretta l’idea dei “nativi digitali” (che oggi sembra guadagnare sempre più campo nel mondo della scuola), perché la maggior parte delle tesi che la sostengono non hanno un «vero e proprio supporto empirico o concettuale». Ritengo necessario riportare direttamente i punti di Casati:

non c’è una popolazione di “nativi” digitali se non in un senso assai blando e poco interessante del termine “nativi”;
non abbiamo alcuna ragione di pensare che esista un’intelligenza digitale specifica;
quindi non dobbiamo misurarci con i problemi presunti di una popolazione di persone che avrebbe addirittura un’intelligenza diversa dalla nostra;
gli effetti migliorativi dei gadget elettronici sulle prestazioni scolastiche sono assai dubbi;
quindi non dobbiamo popolare la scuola di gadget elettronici per rincorrere il sogno di inesistenti effetti pedagogici;
il multitasking non è un nuovo modo di agire e di pensare, ma un’impostazione subita, causata da un cattivo design e inerzia e, quindi, va combattuto, non dato per scontato. [2]

Su questi argomenti sarebbe auspicabile un rigoroso confronto nel mondo della scuola, che invece frequentemente assimila concetti senza un’accurata indagine. La definizione di nativi digitali sembra accettata, ma quali sono gli argomenti che la sostengono? È veramente utile traghettare il sistema scuola sulla corrente delle tecnologie digitali e adeguarsi a quello che si trova all’esterno della scuola? Siamo sicuri che ridisegnare l’aula scolastica in senso digitale corrisponda esattamente all’esigenza, che si avverte nella scuola, di una nuova organizzazione dello spazio e del tempo?

Se vogliamo difendere la lettura, perché crediamo nei benefici che ne possono derivare, possiamo pensare a quali occasioni la scuola ci permette di sfruttare proprio in quanto istituzione, che afferma la propria identità senza rincorrere i rapidi sviluppi tecnologici della società.

Non si intende lanciare un’offensiva contro le nuove tecnologie o screditare le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione. Casati stesso invita ad un uso attivo di quegli strumenti, sostenendo che è utile che i ragazzi sappiano come si aggiorna Wikipedia, piuttosto che sappiano ricorrervi soltanto per copiare delle informazioni.

Personalmente trovo nell’invito alla lettura l’invito a riflettere, a porre attenzione, ad immergersi nel testo per trovare o dare un senso, o semplicemente ammirare i momenti dell’esistenza. Dall’opera di Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica (Einaudi 2005), ho colto il significato di questa capacità di lettura: «passiamo la nostra vita a “leggere”, ma non sappiamo più leggere, ossia fermarci, liberarci dalle nostre preoccupazioni, ritornare a noi stessi, lasciare da parte le nostre ricerche della sottigliezza e dell’originalità, meditare con calma, ruminare, lasciare che i testi ci parlino»[3].

Concludo ritornando al progetto che si svolgerà nella Scuola Europea di Monaco. In quella settimana il normale orario scolastico verrà modificato: gli studenti avranno a disposizione quotidianamente momenti di lettura libera, assisteranno a letture tematiche tenute da esperti che mirano ad illustrare ai ragazzi quali pubblicazioni dispone la biblioteca della scuola, in relazione ad argomenti affrontati nel programma scolastico, e infine si svolgeranno attività che contemplano l’uso dell’oggetto libro in ogni suo aspetto (funzionale, fisico e quale prodotto commerciale). Si esamineranno i libri in base a parametri valutabili dai bambini, per procedere ad una loro schedatura utile per chi vorrà consultarli successivamente; si riscriveranno storie a partire da incipit di opere pubblicate; si illustreranno racconti e si produrranno poesie a commento delle opere lette.

La settimana si concluderà con l’intervento dello scrittore, e maestro, Andrea Bouchard, che incontrerà i bambini condividendo con loro l’esperienza della scrittura, mettendo così le sue competenze a disposizione dei giovani lettori.

Parallelamente alle attività didattiche, verrà allestita una mostra del libro per ragazzi, per offrire a bambini, bambine e genitori la possibilità di conoscere direttamente le più significative novità editoriali italiane della letteratura per l’infanzia.

Naturalmente la settimana della lettura non è che un momento di visibilità di una pratica – l’attenzione verso la lettura – che deve essere costantemente presente nella programmazione didattica, pena la svalutazione dell’attività stessa. Se leggere è importante, non possiamo dedicargli solo una settimana. Questo piccolo progetto, tuttavia, ci aiuta sostenere e a rinnovare il nostro impegno verso i giovani lettori.

Illustrazione tratta da L'incredibile bimbo mangia libri di Oliver Jeffers (Zoolibri)
Illustrazione tratta da L’incredibile bimbo mangia libri di Oliver Jeffers (Zoolibri)

Note

[1] Cfr. Casati R., Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 47.

[2] Ivi, p.59.

[3] Hadot P., Esercizi spirituali e filosofia antica, ed. it. di A. I. Davidson, Einaudi, Torino 2005, p. 68.

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