La retorica di una violenza: contro l’identità di uno stereotipo sociale

E’ di questi giorni la notizia dell’uccisione di una psichiatra, Paola Labriola di 53 anni, che lavorava in un Servizio di Igiene Mentale (SIM) di Bari. La psichiatra è stata uccisa nel suo studio mentre era in servizio all’interno del SIM, da un uomo, Vincenzo Poliseno di 44 anni, con problemi di tossicodipendenza. Dalla ridda di voci incontrollate, di ipotesi probatorie, di congetture sulla dinamica dell’accaduto, di cui sono ancora in corso le indagini del caso, vorrei uscire prontamente, per evitare di accodarmi al fastidioso brusio dell’opinione pubblica e alla scontata retorica istituzionale degli addetti ai lavori e delle autorità politiche ed amministrative del territorio. Ogni considerazione rischia, in questo momento, di essere parziale e fortemente condizionata dal clamore suscitato dalla notizia e dal contesto in cui questa vicenda si è consumata tragicamente. E non vorrei che queste analisi a caldo, pur nella legittimità di una loro esplicitazione, lasciassero le cose esattamente come stanno.

La vicenda di questa morte riapre infatti due vecchie questioni, quella della pericolosità sociale del “malato di mente” o del “deviante” e quella del problema della sicurezza dei tecnici nei luoghi di “cura” e della società di fronte ad atti di violenza individuale o collettiva. Sulla prima, quello che si continua a non capire, o che si fa finta di non capire è che un episodio del genere sarebbe potuto accadere in un qualsiasi luogo della città, perché esso non riguarda il problema della follia o della “devianza”, ma riguarda il problema di un’indigenza sociale, di una povertà delle risorse territoriali, di un impoverimento dei tessuti urbani che è lo specchio di una crisi drammatica dei luoghi del vivere quotidiano e conseguentemente degli “attori” di questo scenario sociale.

Si tratta della crisi di una collettività sempre più nascosta dietro le tapparelle di un individualismo esasperato, che lascia solo chiunque rimanga fuori dal gioco produttivo. Ed i servizi spesso finiscono per rappresentare quella radicale proiezione territoriale del disagio sociale, che non può non avere la forma di una violenza esasperata e disperante. Ultimi avamposti di una emarginazione sociale profonda, dell’abbandono di una cultura della solidarietà, di una rete di rapporti, di esperienze e di scambi umani, i servizi rimangono l’ultimo presidio in cui si consuma questa violenza e dove si decreta la sconfitta di una convivenza civile.

Ecco allora, che in merito alla questione della sicurezza tanto invocata sia dall’opinione pubblica che dagli addetti ai lavori, credo che il problema non stia tanto nel livello di “protezione” (qualcuno invocava le guardie giurate) che si debba pretendere per gli operatori, perché se la sicurezza è il metro con cui misuriamo l’agire quotidiano nei servizi, significa che la paura e l’insicurezza sono le unità di misura di questa azione e di questi servizi . Una paura ed una insicurezza che fanno dell’imprevedibilità del gesto, del “folle gesto”, l’unico riferimento di un esercizio di controllo preventivo della “devianza” (cioè di ciò che è considerato “naturalmente” pericoloso) e che fanno dell’ipotesi di pericolosità, il paradigma su cui fondare qualunque azione del tecnico, a salvaguardia della sua tranquillità e di quella sociale. Fermo restando che ognuno di noi, in qualunque momento, può rimanere vittima della violenza dell’abbandono, dell’emarginazione, della tossicodipendenza, della perdita di un lavoro e del degrado sociale in cui ci troviamo, rimane il problema di definire questa indigenza per quella che è, senza coperture ideologiche. Senza che torni ad essere quell’oggetto “incomprensibilmente pericoloso” che ognuno di noi ripone nel cassetto ogni qualvolta accadono episodi di questo tipo. Con buona pace della nostra coscienza e dell’indignazione che proviamo di fronte alla perdita di una vita sacrificata sull’altare di quella stessa violenza che facciamo finta di non vedere e che ci riguarda tutti.

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