La nave-monumento. Alcune riflessioni sulla “riesumazione” della Kater I Rades

di Andrea F. Ravenda

Monumenti

Domenica 29 gennaio 2012, circa a mezzogiorno, nei pressi dell’Area Fabbriche del Porto di Otranto è stato presentato “L’approdo, opera d’arte per l’umanità migrante”. Il grande lavoro di “re-istallazione” realizzato dall’artista greco Costas Varastos, prende forma dal relitto della Kater I Rades, l’imbarcazione carica di migranti albanesi che il 28 marzo del 1997 naufragò al largo delle coste di Brindisi dopo la collisione (o speronamento) con la corvetta della Marina Militare Italiana Sibilla che le imponeva il blocco. Delle 120 persone a bordo i superstiti furono solo 34, 57 i morti e 24 i corpi mai ritrovati.

L’istallazione, dal titolo articolato e coinvolgente, voluta dal Comune di Otranto, dalla Provincia di Lecce, dall’associazione umanitaria Integra onlus e dai parenti delle vittime, mostra una Kater trasformata dal relitto che per quattordici anni è stato abbandonato nei pressi del porto di Brindisi, in un’imbarcazione volutamente fiera, trattata nelle sue parti arrugginite e, in prossimità del porto, sospesa tra immaginarie acque fatte di cristalli. L’opera è evocativa del viaggio, della migrazione, dei morti, dei corpi perduti ma anche, mi verrebbe precipitosamente da dire, si mostra come una proiezione simbolica del territorio verso un’accoglienza post mortem per le vittime della Kater. Perché se è vero che qualsiasi valutazione espressa su di un monumento appena istallato e ancora non “sedimentato” parrebbe certamente frettolosa – a prescindere dall’estetica fine a se stessa – è altrettanto vero che la presenza dell’opera di Varastos che «affiorerà ad Otranto e nel suo porto millenario, emblema di accoglienza e solidarietà tra i popoli» [1], pare inserirsi all’interno di quei particolari processi di patrimonializzazione della migrazione albanese diffusi a livello locale e rivolti verso la costruzione di una “Puglia accogliente”. Il modo in cui “l’opera per l’umanità migrante” è strutturata e presentata, tuttavia, ricorda le pratiche di riesumazione politicamente connotate che fanno dell’esposizione del corpo di un eroe di guerra o del trasferimento del corpo esiliato della vittima di un regime, cerimonie che possono contribuire tanto alla costruzione di spazi politici unitari e condivisi, quanto ad innescare conflitti altrimenti “sepolti” [2].

Accoglienza/Espulsione

La migrazione albanese verso le coste pugliesi, come noto, è stato un fenomeno molto complesso che si è articolato in maniera contraddittoria lungo tutto il decennio degli anni Novanta, alternando episodi di “grande accoglienza” come ancora oggi si usa ricordare, ad episodi di rigida opposizione agli arrivi di migranti, o addirittura di pessima gestione come il trattenimento di diverse migliaia di migranti albanesi nel vecchio stadio di Bari o lo stesso naufragio della Kater. In un quadro d’insieme definito da un permanente “stato di eccezione” generato dalla proclamazione continua di una “emergenza albanese” e dall’accostamento spesso arbitrario tra albanesi e criminalità, nel decennio in questione, il territorio ha gradualmente assunto il ruolo di laboratorio, dove sono state sperimentate “nuove” forme di trattamento per i migranti stranieri soprattutto in virtù di un’allora carente normativa in materia di migrazione [3].

Strategie di gestione gradualmente organizzate, soprattutto con l’apporto dato nel 1995 dalla cosiddetta Legge Puglia [4] che, oltre a stabilire l’impiego delle Forze Armate per il pattugliamento delle coste pugliesi (ad esempio la Sibilla) e i patti bilaterali tra Italia ed Albania, ha istituito apposite strutture per il trattamento dei migranti. Con il successivo regolamento di attuazione, infatti, sono stati istituiti tre centri (Brindisi, Lecce e Otranto) prevedendo, inoltre, che i prefetti potessero attivare provvisoriamente simili strutture per stranieri irregolari e bisognosi di assistenza. Questi centri definiti genericamente “centri di accoglienza”, precursori dei contemporanei CPT, Centri di permanenza temporanea (o CIE), avevano come finalità l’accoglienza e l’identificazione, ove fosse possibile, la regolarizzazione dei migranti o, in caso contrario, la loro espulsione.

Con queste procedure, sin dalla fine degli anni Novanta, gli arrivi di migranti sulle coste pugliesi sono stati drasticamente ridotti fino a divenire in pratica irrisori nei primi anni del duemila. Tuttavia nonostante questo cambiamento, sul territorio sono rimaste attive molte di quelle strutture sorte durante gli anni della migrazione albanese e in seguito trasformate in CPT, in altre parole, strutture destinate al trattenimento coercitivo di migranti privi di permesso di soggiorno che non provengono soltanto dal mare ma anche da altre regioni italiane. Da terra di accoglienza, si potrebbe dire con un certo sarcasmo, la Puglia, nel ventennale in cui si celebra l’accoglienza, si è trasformata in un territorio specializzato nel trattamento di migranti “fuori dalla legge” e con decreto di espulsione.

Corpi

Sullo sfondo ventennale della grande migrazione albanese celebrata con convegni, documentari, mostre fotografiche, libri e iniziative di vario genere, il territorio pugliese ha visto mutare costantemente la propria predisposizione agli arrivi di cittadini stranieri, sostanzialmente in conformità con le direttive nazionali, verso un irrigidimento abbastanza netto. Alla stessa maniera sono cambiati i modi di “trattare” gli albanesi e poi i migranti in generale. Prima accolti e poi espulsi, definiti profughi e in seguito clandestini, secondo processi ancora in corso essi sono presi dentro una rete di dinamiche culturali, politiche, economiche e di patrimonializzazione, molto articolate tra di loro. La nave-monumento di Varastos, in particolare, si presenta come un fenomeno molto interessante da un punto di vista antropologico. Il trasferimento del relitto da Brindisi a Otranto, infatti, il trattamento dei materiali, i cristalli, la costruzione dell’evento, la pubblica cerimonia di esposizione innanzi ai rappresentanti delle istituzioni locali e ai parenti delle vittime fanno dell’ “Approdo” una sorta di “riesumazione” del relitto e metonimicamente un riposizionamento sul territorio, dei corpi “respinti” e tristemente perduti, che restituisce allo sguardo critico la grande complessità che ha caratterizzato (e che caratterizza tuttora) il campo locale delle migrazioni, sempre giocato in quella dialettica tra una Puglia “terra di accoglienza” oppure di “espulsione”.

Note


[1] Tratto dal sito del Comune di Otranto.

[2] A tale proposito rimando al lavoro del 2009 di Andràs Zempléni: Embodiment by the dead and the state: postcomunist reburials in Hungary in (Pizza, Johannessen eds 2009). Embodiment and the State. Health, Biopolitics and the Intimate life of State Power in “AM” Rivista della Società italiana di Antropologia Medica pp. 73-90 Argo, Lecce

[3] A.F. Ravenda, Alì fuori dalla legge. Migrazione, biopolitica e stati di eccezione in Italia, ombre corte, Verona 2011.

[4] Decreto legge 451 del 1995 convertito nella legge N. 563 dello stesso anno.

Print Friendly, PDF & Email
Close