La forza dell’ordine

Pubblichiamo in anteprima due estratti di “La forza dell’ordine” di Didier Fassin (Edizioni La Linea). L’edizione italiana del testo è a cura di Lorenzo Alunni.

forza_dell'ordine_fassin_copertina Quando l’antropologo e sociologo Didier Fassin ha pubblicato il suo libro – ora disponibile in edizione italiana – sulla polizia francese nelle banlieues parigine, il suo sforzo verso un’“antropologia pubblica” ha provocato in Francia un acceso e fecondo dibattito che ha valicato i confini degli ambienti intellettuali e specialistici.

Fassin ha condotto un’osservazione etnografica di lungo corso su una squadra anticrimine attiva nelle periferie urbane dell’area di Parigi, raccontando la quotidianità di discriminazione e la violenza del rapporto fra quegli agenti in borghese e gli abitanti di quelle zone. Ma la portata de La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane (Edizioni La Linea) non si limita al solo caso francese: i comportamenti dei loro corpi di polizia riflettono e mettono in gioco i fondamenti stessi e la natura profonda delle democrazie.

Ecco perché l’edizione italiana de La forza dell’ordine si vuole non solo sguardo su una situazione altra, ma contributo a una riflessione pubblica che, anche in Italia, tarda ad arrivare. Ecco due estratti dal volume.

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Aïssa Ihich, diciotto anni, Mantes-la-Jolie, maggio 1991; Youssef Khaïf, ventitré anni, Mantes-la-Jolie, giugno 1991; Mohamed Bahri, diciotto anni, Vaulx-en-Velin, ottobre 1992; Makome M’Bowole, diciassette anni, aprile 1993, Parigi; Ibrahim Sy, diciotto anni, dintorni di Rouen, gennaio 1994; Khafif Amamra, vent’anni, Bron, aprile 1994; Fabrice Fernandez, ventiquattro anni, Lione, novembre 1997; Abdelkader Bouziane, diciassette anni, Dammarie-lès-Lys, dicembre 1997; Habib Ould Mohammed, diciassette anni, Tolosa, dicembre 1998; Riad Hamlaoui, venticinque anni, Lille, aprile 2000; Mohamed Berrichi, ventotto anni, Dammarie-lès-Lys, maggio 2002; Mourad Belmokhtar, diciassette anni, Nîmes, marzo 2003; Bouna Traoré, quindici anni, e Zyed Benna, diciassette anni, Clichy-sous-Bois, ottobre 2005; Lamine Dieng, venticinque anni, Parigi, giugno 2007; Mohsin Sehhouli, quindici anni, e Laramy Samoura, sedici anni, Villiers-le-Bel, novembre 2007; Hakim Ajimi, ventidue anni, Grasse, maggio 2008; Mohamed Benmouna, ventun anni, Firminy, luglio 2009; Malek Saouchi, diciannove anni, Woippy, gennaio 2010; Wissam El-Yamni, trent’anni, Clermont-Ferrand, gennaio 2012; Ahamadou Maréga, diciassette anni, Ivry-sur-Seine, marzo 2012; Amine Bentounsi, ventinove anni, Meaux, aprile 2012; Youssef Mahdi, ventiquattro anni, Melun, giugno 2012. La litania dei nomi di origine araba o subsahariana di giovani morti in occasione di interazioni con la polizia scandisce la lista delle rivolte urbane scoppiate negli ultimi vent’anni nelle banlieues francesi. Le circostanze dei decessi sono varie: dai colpi di arma da fuoco sparati in direzione di un’automobile che tentava di sottrarsi a un controllo stradale fino ai colpi a bruciapelo su un uomo in manette in commissariato, passando per l’investimento di una moto da parte di una macchina della polizia durante un inseguimento. I profili delle vittime sono diversi, dal piccolo delinquente al militante di un’organizzazione, passando per l’adolescente o il giovane che si trova per caso nel posto sbagliato. Le inchieste finiscono il più delle volte per stabilire che si è trattato di legittima difesa o di uno sfortunato incidente. I processi agli agenti sono poco frequenti e le sanzioni ancora più rare. Al di là delle rivolte, questi avvenimenti drammatici hanno dato luogo a molteplici forme di mobilitazione sociale, anche attraverso il linguaggio della creazione artistica. Il potere politico, in compenso, si è ben guardato dal compiere qualsiasi lavoro d’investigazione e analisi sui fattori che potevano portare a queste tragedie: ci si è generalmente accontentati di accusare le vittime e di aggiungere al dolore delle famiglie la vergogna dell’ignomia.

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Fotografia: Philippe Leroyer
Fotografia: Philippe Leroyer

Oggi, quando attraverso i quartieri della città in cui ho condotto la mia ricerca, a un primo sguardo non li trovo poi così diversi da quello della mia infanzia. Alcuni sono un po’ più grandi, ma anche con finiture e servizi migliori. Il lavoro di urbanisti e architetti in quelle aree è piuttosto riuscito, e le abitazioni create sono più accoglienti di quelle che io ricordo. Del resto, gli abitanti sono generalmente legati al loro quartiere e, per esempio, la recente demolizione di una cité, peraltro in pessimo stato, ha dato luogo a numerose proteste da parte dei residenti, nonostante le modalità di ricollocazione proposte fossero più favorevoli. Sono le condizioni sociali e le origini etniche a essere cambiate. Disoccupazione e precarietà colpiscono maggiormente, non solo in ragione di un peggioramento generale del mercato del lavoro, come è stato a lungo detto, ma a causa delle discriminazioni specifiche nei confronti di chi popola questi quartieri. La concentrazione di persone di origine immigrata – essenzialmente magrebina e subsahariana, e di recente anche del subcontinente indiano – è più alta, non perché le politiche in materia d’immigrazione siano state troppo lassiste, come credono i poliziotti, ma perché le politiche di segregazione non sono state sufficientemente contrastate. Molte città non raggiungono la percentuale di legge di abitazioni di edilizia popolare, e preferiscono pagare le multe allo Stato piuttosto che adempiere al loro compito d’accoglienza delle classi popolari e delle minoranze, creando così delle differenze sempre più grandi fra i vari comuni; la maggior parte degli agglomerati urbani comprendenti delle ZUS (Zone Urbane Sensibili) hanno visto aumentare le disparità fra queste ultime e il resto della città in tutti gli ambiti, con la conseguente crescita delle differenze all’interno dei comuni stessi. Questo doppio fenomeno accelera l’emarginazione delle fasce di popolazione più povere, soprattutto quelle provenienti dall’immigrazione dalle ex colonie. È proprio su queste che oggi si concentrano maggiormente gli sforzi della polizia.

Spesso ignoriamo che il nome “polizia” ha designato originariamente la buona amministrazione pubblica di un territorio (durante il Medioevo), poi il buon governo di una popolazione (durante l’Illuminismo), prima di ridursi alla sola sfera dell’ordine pubblico. Ora, nel corso degli ultimi decenni, lo Stato ha ampiamente abbandonato le prime due funzioni – malgrado gli sforzi dei promotori di una politica civica che dispone di sempre minori risorse – per limitarsi principalmente alla terza. Il fenomeno è cresciuto a partire dagli anni Novanta, quando i governanti hanno capito che questo orientamento poteva smettere di essere una sorta di politica per difetto, intesa a mascherare la mancanza d’interesse per le questioni di giustizia sociale, per diventare una politica a pieno titolo che creava un esplicito legame tra i due temi in grado di suscitare ansietà e paure: l’immigrazione e l’insicurezza. Il sovrainvestimento in forze di polizia operato in questi quartieri è allora diventato il modo privilegiato di trattare la questione sociale, che il potere ha largamente contribuito a trasformare in questione razziale assimilando esplicitamente minoranze e delinquenza. È stato sufficiente osservare – prendendo in prestito le parole di un commissario con cui ho parlato più volte durante la ricerca – che non era più possibile distinguere, come un tempo, le persone oneste dai delinquenti.

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Da allora, per effetto di una forma di discriminazione statistica, ampiamente favorita da una segregazione spaziale, è tutta la popolazione dei quartieri popolari – in particolar modo gli adolescenti e i giovani, ma anche tutta la categoria delle persone di colore e dei rom, nelle stazioni o per strada – a essere diventata, per accostamento, talmente sospetta da essere regolarmente oggetto di controlli dei documenti e perquisizioni che, nel migliore dei casi, danno luogo solo a qualche sopruso, mentre a volte degenerano in violenze verbali o fisiche. È così che da un certo momento in poi non si arrestano più dei rapinatori, ma dei “cannaioli” – pur continuando a risparmiare i giovani consumatori delle classi medie – e non si fermano più dei protettori, ma dei clandestini – spesso padri di famiglia che abitano in Francia da molto tempo e non hanno mai avuto a che fare con la polizia. Di fronte a questo nuovo ruolo che viene loro richiesto di interpretare, molti agenti esprimono apertamente il loro smarrimento: invece di lottare contro la delinquenza e la criminalità, devono accontentarsi di ricoprire il ruolo di strumenti della comunicazione governativa. Il rispetto per l’autorità, l’obbligo al riserbo, il desiderio di proteggere il proprio posto di lavoro e, per alcuni, l’adesione ideologica a questa linea repressiva li spingono ad accettare e riprodurre queste pratiche indegne. Considerarli responsabili del deterioramento delle relazioni con i cittadini, soprattutto con quelli delle Zone Urbane Sensibili, significherebbe trascurare sia le costrizioni che il potere gli impone, sia gli sforzi compiuti da alcuni agenti per portare avanti la loro missione nel rispetto di quegli stessi cittadini. È più una politica, dunque, che bisogna analizzare, piuttosto che dei singoli individui: quella politica che costituisce o legittima delle pratiche, a volte illegali, affidando a poliziotti spesso novizi il compito ingrato di una repressione inefficace e indicando come bersagli delle loro azioni i gruppi di popolazione più vulnerabili. Ed è sulla nostra incapacità collettiva di mettere in discussione questa politica o persino di stupircene che dobbiamo porci delle domande.

È diventato raro, nelle società contemporanee, interrompere il flusso incessante dei fatti che ci passa sotto gli occhi e prendersi il tempo di chiedersi perché – o semplicemente come – siamo arrivati dove siamo arrivati. In un periodo di crescita economica quasi ininterrotta, come abbiamo potuto lasciare che le disparità crescessero al punto da intaccare i nostri valori di vita e far sì che certe esistenze possano essere impunemente maltrattate? In un Paese che difende con tanto ardore i principi repubblicani, come hanno potuto tali forme di segregazione e di discriminazione nei confronti di certe persone svilupparsi così, trasformando gli abitanti di alcuni quartieri in cittadini non più protetti dal diritto? Infine, com’è stato possibile arrivare al punto di far impersonare alla polizia questo ruolo che la rende garante dell’ordine sociale piuttosto che dell’ordine pubblico? «È impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente» scrive Robert Musil. «Ancora più strano, però, che quasi nessuno se ne accorga. Non hanno più che un ricordo confuso della giovinezza, quanto c’era in loro qualcosa come una forza opposta». Non è mai troppo tardi per cominciare a rendersi conto che le cose sarebbero potute andare diversamente, e che potrebbero farlo ancora. Basterebbe mettere all’opera un po’ di quella forza di resistere che possiamo aver avuto un tempo e pensare non più alla gioventù passata, ma a quella a venire.

La prima pagina di "Libération" dedicata a La force de l'ordre di Fassin
La prima pagina di “Libération” dedicata a La force de l’ordre di Fassin
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