La fabbrica del soggetto neoliberista

È da poco uscita l’edizione italiana de “La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista” di Christian Laval e Pierre Dardot, edito da Derive Approdi e tradotto da Riccardo Antoniucci e Marco Lapenna con la prefazione di Paolo Napoli.

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Pubblicato per la prima volta in Francia nel 2009, il testo ha suscitato da subito un forte dibattito filosofico-politico: a un anno dall’inizio di una delle crisi più profonde del sistema politico-economico neoliberista (che perdura tuttora), Dardot e Laval tracciano la storia del pensiero politico liberale e, nel solco degli studi di Michel Foucault, richiamano le relazioni genealogiche di continuità (e anche di discontinuità) con il neoliberismo.

Articolato in tre grandi sezioni: Dei limiti del governo, La rifondazione intellettuale e la nuova razionalità, è di particolare efficacia l’ultima parte del volume dove, attraverso l’analisi della presunta neutralità del linguaggio politico liberale, delle sue parole d’ordine, così come delle pratiche e delle tecniche di soggettivazione, Dardot e Laval tracciano i contorni di quella che può essere definita la fabbrica del soggetto neoliberista.

Nell’ambizione di costituirsi in “forma di vita”, ereditata dal pensiero liberale, il neoliberismo nega il suo fondamento ideologico per affermarsi come nuova ragione del mondo, come ragione stessa. Tale percorso è costellato da forme di aggiustamento, di riconnessioni di piani sconnessi e di cambi di prospettiva. Visto dall’alto il processo storico di costruzione del neoliberismo non ha le caratteristiche di omogeneità e di continuità che spesso si tende ad attribuirgli:

La società neoliberista nella quale viviamo è il risultato di un processo storico che non è stato programmato dai suoi pionieri, gli elementi che la compongono si sono formati poco a poco, interagendo e rafforzandosi gli uni con gli altri (p. 16).

Battaglie incerte e politiche claudicanti che portano ad un sistema resiliente capace di sottrarsi ad una definizione ideologica. Naturalizzata, la disciplina neoliberista diviene sinonimo di razionalità: innesca tecnologie del sé che caratterizzano il disciplinamento dell’individuo, un soggetto, come vuole il credo neoliberista, sottoposto ad una soggettivazione contabile e finanziaria che ha perfettamente incorporato il concetto di rischio e che considera il contesto sociale entro il quale si ritrova a vivere un fattore calcolabile. L’erosione che si verifica determina sostanzialmente una riduzione della dimensione collettiva dell’esistenza, o almeno, un cambiamento di significato del contesto dell’agire insieme.

La fabbrica del soggetto, come vogliono Laval e Dardot, produce un individuo imprenditore di se stesso, espressione largamente in voga nel dibattito pubblico italiano, dove il soggetto non è più l’individuo calcolatore benthamiano, che si proietta nel futuro attraverso il puro agire economico, ma si distingue attraverso il valore d’uso direttamente misurabile della sua forza lavoro. In altre parole, il soggetto imprenditore di se stesso risulta essere valutabile e misurabile attraverso i criteri imposti dal mercato. È un individuo performante che lavora su di sé e sul proprio capitale umano al fine di rendersi più efficiente e adattabile: le parole d’ordine di questo processo divengono lifelong learning e impiegabilità. L’essere attivo si trasforma nel concetto di competitivo e l’idea di condivisione rimanda alla condivisione del rischio, come imprese individuali sottoposte ad un mercato dell’esistenza. Tale sistema valoriale si ripercuote necessariamente anche nell’idea e nelle pratiche di cittadinanza.

La cittadinanza non è più considerata partecipazione attiva alla definizione di un bene comune proprio a una comunità politica, ma come mobilitazione permanente dell’individuo che si impegna in collaborazioni e contratti di ogni sorta con imprese e associazioni. (p. 337)

L’avvicinamento della quotidianità al sistema valoriale di matrice finanziaria pervade ogni ambiente e ogni luogo della cittadinanza. La stessa amministrazione pubblica diviene un banco di prova entro la quale le politiche neoliberiste sono importate e “aggiustate” rispetto al nuovo ambiente di riferimento, compiendo un passaggio dalla sfera della finanza, dell’impresa e del privato a quella pubblica della sanità, dell’istruzione e della cittadinanza politica.

Lo strumento principale che sancisce l’efficacia di questo passaggio è quello della valutazione (audit), una burocratizzazione “leggera” che attraverso l’oggettività del sapere tecnico inserisce il comportamento individuale, ma anche le politiche sociali, dentro una griglia in grado di quantificare il rendimento. La doppia faccia della valutazione si manifesta attraverso il disciplinamento dell’individuo agli stessi criteri che lo valutano mettendo in atto, quello che gli autori hanno definito, una soggettivazione contabile.

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È un esempio di questo processo proprio il sistema scolastico italiano: l’inserimento dell’attuale sistema valutativo INVALSI ha prodotto un circolo chiuso dove la valutazione serve a collocare l’insegnamento all’interno di una griglia “oggettivamente meritocratica” e, allo stesso tempo, produce dei modelli per un insegnamento “oggettivamente migliore”. Mettono in guardia da questo sistema Franco Lorenzoni e Roberta Passoni parlando di editoria pornografica e evidenziando una tendenza difficilmente arrestabile a produrre testi finalizzati all’apprendimento e al superamento delle prove INVALSI. Un’epidemia valutativa che non si limita al solo ambiente della scuola, ma sempre più riguarda luoghi come l’università, gli ospedali e le amministrazioni pubbliche.

Nell’ottica di una good governance, il nuovo management pubblico diviene un produttore di politiche (policy) che rientrano per naturalizzazione all’interno del contesto della razionalità e della ragione sottraendosi così ad ogni possibilità di contrattazione e di contestazione.

Si dimentica fin troppo spesso che il neoliberalismo non ricerca tanto la “ritirata” dello Stato e l’allargamento del dominio dell’accumulazione del capitale, quanto una trasformazione dell’azione pubblica che faccia dello Stato una sfera governata anch’essa da regole di concorrenza, e sottoposta a costrizioni di efficienza simili a quelle delle imprese private. (p. 367)

Sottoposte ad una logica dell’accountability, della “responsabilità e del render conto” – una traduzione imperfetta per un termine che da tempo si sta imponendo nel lessico politico amministrativo italiano – le politiche pubbliche si rivolgono ad un cittadino ridotto a consumatore, cliente, al quale conviene “vendere” il maggior numero di prodotti col fine di aumentare la redditività delle imprese pubbliche.

La forza di questa razionalità, come si è visto, sta nel creare situazioni che obblighino i soggetti a seguire le regole del gioco. (p. 445)

Possiamo anche dire, per utilizzare un’altra metafora semplice, nello scegliere fra caselle predisposte. Per questo motivo Dardot e Laval trovano sensata, come contrapposizione ad un sistema così avvolgente, la pratica di contro-condotte; non certo come disobbedienza passiva, ma contro-condotte per l’invenzione di nuove forme di esistenza e di soggettivazione. Per la costruzione di una nuova ragione del comune gli autori confidano in quelle pratiche, spesso a metà strada tra la formalità e l’informalità, come la mutua assistenza e il lavoro cooperativo. Tali spazi di azione però, per essere efficaci, necessitano del riconoscimento problematico di quelle forme di aggiustamento che sono il motore dei processi di ibridazione del dispositivo neoliberista.

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