La Diaz, Franco Fedeli e la polizia democratica. Storia di un fallimento (1)

“passare ad una linea più incisiva, con arresti, per cancellare l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte agli episodi di saccheggi e devastazione”. Dalla sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova, deposizione di Ansoino Andreassi vice capo della polizia e responsabile dell’ordine pubblico durante il G8, p.67.

Certamente Colucci era piuttosto condizionato dalla presenza dei vertici della polizia; capì che l’intervento era ben gradito, ma ritenendosi da parte di tutti che in effetti sussistessero i presupposti per disporlo, così venne deciso. Dalla sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova, p.91.

Gli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, procedono immediatamente a perquisizione e sequestro. art. 41 R.D. 18 giugno 1931 n. 773 (TULPS): perquisizione ad iniziativa autonoma.

[Qui la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte]

0- poliziotti e operai

Franco Fedeli era un giornalista che si occupava di polizia. Intorno alla metà degli anni settanta riuscì (cercherò in seguito di raccontare come) nella strana impresa di mettere insieme gruppi di poliziotti e operai metalmeccanici della FIOM, all’epoca protagonisti di scontri quasi quotidiani, che si riunivano di nascosto, come carbonari, nelle sezioni, nelle chiese, nelle case private. Parlavano del loro lavoro, del loro essere lavoratori, discutevano e si interrogavano sul ruolo della polizia in una democrazia costituzionale fondata sulla Resistenza. Sulle strategie della repressione, sugli scontri, sui picchetti, sugli orari di lavoro. Spesso poliziotti e metalmeccanici si ritrovavano a parlare la stessa lingua, i dialetti del sud, e confrontavano e riconoscevano la biografia contadina delle rispettive famiglie. Alla fine degli anni settanta sui circa settantamila poliziotti presenti in Italia più della metà si sollevarono contro propri superiori perché volevano un sindacato. Un sindacato costituente che non fosse corporativo, che fosse legato strutturalmente alle organizzazioni dei lavoratori (l’allora federazione unitaria CGIL-CISL-UIL) e che avesse tre obiettivi principali: la smilitarizzazione del corpo, la parificazione dei diritti degli altri lavoratori, escluso quello di sciopero, il riconoscimento nella società democratica, contro le pratiche di governo che li avevano intesi e strutturati come corpi separati dello stato.

Quel progetto riuscito parzialmente con la legge 181 del 26 aprile 1981 che era iniziato con le riunioni carbonare prima solo fra poliziotti e poi anche fra poliziotti e operai, subì attacchi reazionari e fu succube di strategie del silenzio – dall’interno e dall’esterno della polizia – fin da subito. Ma la mobilitazione che produsse quella legge fu ancora più importante della legge stessa: produsse esperienze di resistenza in alcuni luoghi – commissariati, caserme, scuole di polizia, carceri – fino a quel momento presidi inattingibili del segreto, della gerarchia, dell’opacità pubblica.

Ciò che accadde alla scuola Diaz, esattamente vent’anni dopo non fu certo la prima, ma forse la più esplicita prova di un fallimento. Eppure, forse, nella polizia ancora qualcosa, anche se debolmente, si muove in una direzione diversa.

Gli interventi che seguiranno a partire da oggi hanno come obiettivo quello di tentare uno sguardo storico su alcuni aspetti problematici relativi al rapporto fra polizia e società in Italia, alla luce del film di Vicari e di una frase riportata da Marcello Zinola in un suo libro importante e pronunciata in senso autocritco da una poliziotta genovese riferendosi ai fatti del g8 2001:“ci siamo scoperti diversi da quello che credevamo”. [1]

1- il film, ovvero il suo contesto

Dopo undici anni dal G8 di Genova il cinema italiano prova ad interrogarsi su quello che le centinaia di telecamere delle televisioni locali, nazionali, internazionali, amatoriali e della controinformazione militante non hanno potuto documentare. I fatti accaduti all’interno delle scuole Diaz-Pertini e Pascoli e nella caserma genovese Bolzaneto fra la sera del 21 Luglio 2001 e la mattina del 22. Due interni fisicamente chiusi ma molto diversi tra loro. Una scuola, utilizzata come dormitorio dall’organizzazione del Genoa Social Forum (insieme alla Pascoli, centro logistico e di documentazione) e una caserma, la Genova-Bolzaneto a pochi chilometri dalla città, che era stata adibita a centro di identificazione dei fermati nel periodo del G8.

Il film di Vicari “Diaz. Don’t clean up this blood” prodotto da Fandango e uscito più di un messe fa nelle sale, prova ad entrare in quei luoghi chiusi servendosi delle testimonianze dirette dei presenti quella notte nella scuola genovese, ma soprattutto degli atti processuali e dei risultati dei lunghi interrogatori della magistratura e, infine, delle sentenze di primo e secondo grado che attendono di essere confermate o smentite dalla Cassazione a metà del giugno di quest’anno. Attraverso queste fonti il regista mette in scena l’essenziale raccordo fra le immagini di repertorio (l’entrata a “testuggine” dei poliziotti nella scuola e l’uscita in barella dei feriti) e quelle di ricostruzione finzionale (gli accadimenti interni alla scuola). Questo dialogo fra archivio e ricostruzione oltre a produrre un effetto di veridicità, di conferma reciproca delle immagini è, a mio parere, anche un indizio del posizionamento che intende assumere Vicari. La ricostruzione del passato infatti è per definizione incompleta, lacunosa e opaca, per questo la narrazione assume un’importante significato di integrazione e di possibilità. Ciò, sia chiaro, non perché il regno della possibilità e della narrazione (in questo caso filmica) siano agli antipodi da quello della prova[2] del documento video inoppugnabile. Non deve ingannare l’uso che facciamo del termine finzione. La compresenza del ricostruito e del certo non hanno nel film di Vicari un intento conciliatorio (potrebbe essere accaduto come no), semmai un invito alla ricerca dubbiosa ma incessante della verità: un tentativo di decostruzione delle opacità e delle lacune presentate dall’archivio, dalle fonti a disposizione. Aggiungo che parte essenziale della ricostruzione non è solo affermare l’esistenza di opacità strutturali, date dalla natura limitata di ogni fonte ma anche smascherare i responsabili delle opacità volontarie.

Sono stati pubblicati alcuni spunti interessanti, a volte molto negativi nei confronti del film. Provo a riassumere alcuni di questi punti critici:

  • protagonista assoluta del film è la violenza; con il rischio che se ne dia un’idea di basso istinto irrazionale, esplosione improvvisa, quasi immotivata, se non con la stanchezza e lo spirito vendicativo. La conseguenza sarebbe una parziale deresponsabilizzazione degli agenti di polizia ma soprattutto dei loro dirigenti e del loro capo di allora Gianni De Gennaro che non è affatto rappresentato nel film.
  • La centralità della figura venuta da Roma, che rappresenterebbe il prefetto La Barbera, come responsabile finale degli eventi. La Barbera è morto un anno dopo il g8. Il film accrediterebbe la versione secondo cui la colpa è tutta sua – bersaglio facile – “salvando” tutti gli altri responsabili.
  • Quasi assenti le responsabilità politiche dell’accaduto e più in generale della gestione dell’ordine pubblico a Genova in quei giorni.
  • Completa decontestualizzazione degli accadimenti per quanto riguarda le motivazioni della protesta, del lavoro politico del Genoa Social Forum e di tutte le forze che si sono impegnate nell’elaborazione di proposte sociali alternative e fortemente contrarie a quelle rappresentate dagli otto grandi e dal loro vertice.
  • La scelta di non citare i nomi e i cognomi reali dei poliziotti condannati in appello per le violenze alla Diaz o variamente coinvolti, neanche nei titoli di coda del film. Nonchè la scelta di aver spedito la sceneggiatura (prima delle riprese) al capo della polizia e non ai rappresentanti delle vittime.
  • La rappresentazione dei black block come, in parte, contigui al movimento e la conferma della loro presenza alla Diaz (alcuni si salvano perché vanno via altri perché trovano fortuito rifugio in un bar): questo giustificherebbe se non le modalità almeno la legittimità della scelta della polizia di intervenire.
  • Infine, un sostanziale equilibrio (o equilibrismo) nel rappresentare l’umanità dei carnefici mostrando alcuni dei poliziotti in preda a dubbi, rimorsi o atteggiamenti di pietà nei confronti delle vittime.

Proverò a dire perché sono in disaccordo con parte di queste critiche partendo da quella notte, provando a rintracciare alcune motivazioni ed origini. Saltando un po’ nel tempo, in un esercizio forse utile a raccogliere indizi.

Notte, 21 Luglio 2001 – sono passate le 22 quando circa 400 Poliziotti (oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici) secondo la stima del comandante del VII nucleo sperimentale antisommossa Canterini, fanno irruzione all’interno della scuola Diaz dove sono presenti 93 manifestanti, la maggior parte dei quali sta dormendo. I pochi svegli, provano a barricare la porta d’entrata con banchi e sedie che i poliziotti sfondano in breve. Nonostante molti si fossero appena svegliati ed altri alzino da subito le mani, gli agenti colpiscono tutti i manifestanti presenti. La violenza è unilaterale: i poliziotti usano i manganelli ripetutamente sui corpi dei manifestanti anche se alcuni di questi sono inermi e ormai privi di sensi, sferrano calci, pugni, strappano e tirano i capelli, trascinano violentemente le persone e le sbattono contro i muri, insultandoli e minacciandoli. Il tutto dura circa venti minuti. Su 93 persone 69 risultano ferite e tre sono gravissime, gli altri presentano contusioni e ferite molto pesanti: molti – tra cui il giornalista del Resto del Carlino Lorenzo Guadagnucci –finiranno in ospedale in stato di arresto. Su 93 persone nessuna, si scoprirà pochi giorni dopo, aveva commesso alcun reato.

Sera, 21 Luglio 2001 – una colonna di quattro autopattuglie della polizia passa davanti alla Diaz per verificare la presenza di soggetti violenti all’interno dell’edificio. Un gruppo di manifestanti e attivisti che stavano nel cortile esterno si avventa sull’auto battendo i palmi sulla carrozzeria e urlando insulti contro i poliziotti al suo interno. Le auto della polizia proseguono senza feriti o danni consistenti alle autovetture. Questo avvenimento (come sottolineato anche nel film), sarà preso a pretesto per l’intervento alla scuola Diaz. Le forze dell’ordine diranno che faceva parte di una operazione di ricerca degli appartenenti ai cosiddetti “black block” e addurranno come prove della necessità dell’intervento (dopo l’irruzione e la perquisizione di quella notte) il ritrovamento di alcune sbarre di ferro, due bottiglie molotov all’interno della Diaz e il tentato accoltellamento di un agente. I processi su questi fatti dimostreranno che le sbarre di ferro provenivano dal cantiere per la ristrutturazione della scuola; che le due bottiglie molotov erano state introdotte alla Diaz dagli stessi poliziotti per giustificare l’irruzione; che il poliziotto accoltellato si era accoltellato da solo.

Mattina, 7 ottobre 2007, qualche anno dopo – alle richieste di spiegazioni sull’ordine di irruzione nella scuola, il responsabile dell’ordine pubblico a Genova Ansoino Andreassi risponde così al pubblico ministero Zucca:

Andreassi: “la direttiva che incomincia a delinearsi è quella di mobilitare le unità ritenute più efficienti, più rapide per procedere a degli arresti visto che la città era stata devastata e che in sostanza la reazione da parte delle forze dell’ordine non era stata abbastanza efficace”.

Pm: “quindi, in termini più espliciti c’è un cambio di direttiva che si determina il sabato rispetto ai giorni precedenti – in quali termini?”

Andreassi: “io l’ho percepita come tale e cioè ho ritenuto che si volesse passare ad una linea più incisiva di quella fino a quel momento seguita.”

Forse si comincia a capire. Serviva un’azione per rispondere ad una presunta percezione diffusa tra i genovesi e nell’opinione pubblica nazionale, secondo cui di fronte alla devastazione della città la polizia era inefficiente e non arrestava nessuno. Dunque Andreassi senza rendersi conto confessa al pm Zucca che la polizia non si muove solo tramite un percorso di tipo investigativo come da dettato costituzionale (accertare le responsabilità di chi commette reati) ma anche tramite un percorso, si potrebbe dire più informale, in cui si percepisce la necessità di dover ricomporre gli equilibri politici di un paese in una specifica situazione.

A questo quadro si può aggiungere un’ulteriore riflessione: la giornata precedente all’irruzione, il 20 Luglio, era stata quella della morte di Carlo Giuliani e degli scontri originati da un gravissimo errore dei carabinieri. Questi nel pomeriggio avevano caricato un corteo autorizzato delle tute bianche in via Tolemaide. Ascoltando l’audio della sala operativa della polizia si sente la voce concitata dell’operatore che si rende conto della carica in atto nei confronti di manifestanti pacifici:

“nooooo! Stanno caricando le tute bianche!….. porco giuda…… loro dovevano andare a Piazza giusti non verso via Tolemaide!” [3]

Ma durante gli scontri non ci sono stati solo errori, seppur gravissimi, come quelli che hanno condotto alla carica di via Tolemaide. Le forze dell’ordine si sono rese responsabili anche di pestaggi ingiustificati di manifestanti inermi. È il caso del dirigente della DIGOS Alessandro Perugini, ripreso dalle telecamere mentre sferra un calcio [4] ad un ragazzo di sedici anni intento in un pacifico sit in e che viene improvvisamente caricato da un gruppo di poliziotti tra cui appunto Perugini.

Forniti questi elementi, sebbene non esaustivi per raccontare la complessità delle vicende di cui si tratta, si può tornare al film e alle critiche che ha subito.

2- l’abuso come possibilità strategica

La violenza arbitraria dell’irruzione alla Diaz, su cui il film certamente focalizza parte importante della sua lente, non appare improvvisa e irrazionale, quasi immotivata – come sostenuto da Agnoletto [5] e da altri [6]. Infatti, nei primi minuti del film, ci sono alcuni immagini di repertorio e ricostruzioni di episodi in cui si mostra la violenza sproporzionata esercitata dalla polizia già in piazza e nelle strade di Genova.

In una scena del film, ad esempio, poco dopo l’inizio si narra del contrasto di vedute tra i due comandanti (uno dei quali è interpretato da Santamaria che esprime il suo dissenso e decide di non caricare, sebbene i suoi stiano scalpitando) su una carica che potrebbe causare feriti e forse morti. Questo passaggio non può essere liquidato come “normale” dialettica interna né può essere tacciato come semplicistica divisione in poliziotti “buoni e cattivi”. Si presenta invece come un indicazione del fatto che parte dei dirigenti sembrano subordinare il rischio di un’azione violenta, sproporzionata al controllo della piazza. A chi si rifiuta di correre questo rischio gli viene detto che avrà un rapporto dai superiori (Santamaria risponderà anticipando il suo destino: “Meglio un rapporto che un processo”). Non mi pare che questa scena descriva la violenza come istinto brutale o sfogo vendicativo. Al contrario, viene dipinta come scelta strategica possibile: infatti gli uomini del comandante che si era rifiutato vengono sostituiti nelle prime file da altri poliziotti ( “Bari, Padova portate avanti i vostri reparti!”, ordina un comandante nel film): questi faranno una carica che era stata definita pericolosissima dallo stesso personaggio di Santamaria con la frase: “Non ci sono vie d’uscita, rischiamo di fa na tonnara!”.

Sono anche altre le scene di contestualizzazione iniziale, benché non esaustive, della preparazione del vertice genovese e dell’uso a volte sproporzionato della forza da parte dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Vi sono ad esempio l’uso di riprese d’archivio che vengono visualizzate su una telecamera amatoriale in uno dei centri organizzativi degli avvocati del Genoa Social Forum in cui si vedono persone, anche di una certa età, percosse ripetutamente sebbene già a terra; vi è una scena girata in soggettiva di un giornalista che pur gridando “Stampa stampa!” viene ugualmente percosso da uno o più poliziotti; vi sono le riprese di una città blindata, militarizzata con le grate e le inferriate a chiudere i quartieri del centro cui si può accedere solo se si è residenti.

La tesi della violenza come esplosione improvvisa (o di tipo imitativo spiegabile come conseguenza di una situazione di stress, come sosteneva la sentenza di primo grado poi ribaltata in appello) viene messa ulteriormente in crisi nel film dalla scelta di dare grande spazio al pestaggio furibondo ai danni del giornalista uscito dalla Diaz appena prima della chiusura del cancello (“Te non sei un giornalista, te sei un black block e noi i black block li ammazziamo” dice un poliziotto prima di accanirsi con calci e manganellate). Questi viene colpito per alcuni minuti prima dell’arrivo di tutte le squadre alla Diaz e prima dello sfondamento del cancello dunque in palese incapacità di resistenza. Successivamente al pestaggio viene lasciato esanime sul marciapiede senza chiamare i soccorsi per più di venti minuti. [7]

Sorvolando su altre scene si può notare come, pur nei limiti di tempo all’interno di un’opera cinematografica, vi sia uno sforzo di ricostruzione dell’atmosfera che si respirava nelle strade di Genova anche prima dell’irruzione alla Diaz, che induce a riflettere sull’uso legittimo della forza da parte dello Stato non solo in singoli e precisi momenti (la Diaz), ma più in generale come strumento di gestione delle diverse pratiche del dissenso. La pellicola, lungi dal sostenere un’idea pura o irrazionale di violenza mostra scene che aprono uno spazio problematico sull’abuso della forza da parte di polizia, carabinieri, guardia di finanza: non come extrema ratio in momenti di scarsa lucidità o di sfogo vendicativo, ma come strategia interna, come possibilità presente strutturalmente all’interno dei corpi armati, come pratica di governo.

[continua la prossima settimana]

Note

[1] M. Zinola, Ripensare la polizia, Fratelli Frilli Editore, 2002.

[2] C. Ginzburg, “Prove e possibilità”, postfazione a N. Z. Devis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, in Id., Il filo e le tracce, Feltrinelli 2006, p. 314.

[3] Trascrizione dell’audio originale

[4] O forse un “tentativo di calcio”. Perugini ha patteggiato risarcendo la vittima.

[5] V. Agnoletto, “Quello che Diaz non dice”, 11/04/2012, Il Manifesto, p. 1.

[6] http://pinterest.com/lavoroculturale/il-cinema-riavvolge-la-storia-diaz-e-romanzo-di-un/.

[7] Si tratta di Mark Covell, giornalista inglese. Dopo il pestaggio fu in coma per giorni.

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