Sul ruolo di John Cantlie nella propaganda mediatica dell’Is

Si è a lungo discusso sulla strategia comunicativa dello Stato Islamico e sulle sue capacità di misurarsi con i nuovi media.
Nell’ultimo anno e mezzo il web è stato teatro di una campagna promozionale progettata con grande accuratezza e realizzata con altrettanta consapevolezza: i video divulgati ogni settimana da al-Hayat Media Center (è questo il nome della casa di produzione fondata nel maggio del 2014 e divenuta il principale mezzo di comunicazione e gestione dei media dell’organizzazione terroristica) sono moltissimi, ogni gruppo locale della galassia del nascente Califfato ha il proprio moderatore ed account Twitter, Facebook e YouTube, ciò dimostra che la propaganda del gruppo terroristico islamista, tutt’altro che improvvisata, affonda le radici in una profonda conoscenza dei media occidentali. Due gli scopi principali dello Stato Islamico: intimorire i nemici e procurare adepti. Quale luogo migliore del web per garantire la diffusione dei messaggi?

È questo il quadro concettuale all’interno del quale inscrivere l’analisi della vicenda del giornalista britannico John Cantlie, ostaggio dell’IS dal novembre 2012 e protagonista, dal settembre 2014, di una vera e propria “webserie” (ben nove puntate) di propaganda dello Stato Islamico. Ciò che è peculiare degli episodi diffusi da al-Hayat Media Center è che l’IS abbia assegnato ad un suo ostaggio e potenziale vittima il ruolo di “testimonial” della divulgazione.

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Lend me your ears”, “Prestatemi ascolto”, questo è il titolo della serie di video che si rivolgono all’Occidente (Inghilterra ed America in particolare) e lo fanno collocandosi a pieno titolo nel suo orizzonte rappresentativo: il formato è quello delle serie web e tv che ciascuno di noi ha seguito almeno una volta.

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La conformità è evidente: panoramica completa degli episodi e possibilità di selezionarli. La scelta di Homeland non è stata casuale, l’esperienza dell’ostaggio, infatti, con le sue ambiguità e contraddizioni sembra ricalcata sulle vicende di Nicholas Brody. John Cantlie, fotografo e corrispondente nelle zone di guerra, ha coperto il conflitto in Siria per diversi grandi quotidiani ed è stato rapito la prima volta nel luglio 2012; ferito mentre cercava di scappare, è stato liberato dopo una settimana dall’Armata siriana libera. Nel novembre dello stesso anno è rientrato in Siria ed è stato nuovamente sequestrato insieme al reporter americano James Foley (stavano lavorando ad un film sul primo rapimento di Cantlie). Foley è stato decapitato nell’agosto del 2014. Di Cantlie non si è saputo più nulla fino al settembre 2014, quando è stato pubblicato il primo video di Lend me your ears.

I filmati delle esecuzioni nel deserto sono tristemente noti ed è proprio dal confronto con quelle immagini che è possibile individuare i primi, fondamentali tratti distintivi di Lend me your ears: niente più coltelli e boia, solo un prigioniero seduto ad una scrivania. Ad essere mutati, quindi, sono innanzitutto l’ambientazione dei video ed il ruolo dell’ostaggio.

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È vero, Cantlie resta un prigioniero che legge un discorso ed è ovviamente impossibile sapere quanto sia costretto nel ruolo. Si è parlato di torture, lavaggio del cervello “Sindrome di Stoccolma” (il rapito che a poco a poco sposa la causa dei rapitori) è in ogni caso del massimo interesse che Cantlie narri la sua esperienza di giornalista inglese abbandonato dal suo paese, che parli all’Occidente in quanto occidentale che solo ora sa quanto ‘disinformanti’ siano i media per cui lui stesso ha lavorato. In questo caso lo Stato Islamico non mira a diffondere il terrore o a fare proselitismo, bensì alle opinioni pubbliche occidentali. La vicenda di Cantlie induce gli inglesi a dubitare delle istituzioni e dei media del proprio Paese. Si potrebbe replicare che anche gli altri video, compresi quelli delle decapitazioni, fossero come essi stessi dichiaravano (si pensi ad esempio a A message to America, la scritta bianca su fondo nero posta in apertura delle esecuzioni) indirizzati all’Occidente con cui condividevano lingua (inglese con sottotitoli arabi e non il contrario) e modalità di diffusione (Youtube e social network).Un altro esempio di quanto appena detto è Flames of War, un trailer in cui l’IS dichiara guerra all’America e lo fa con una grafica che ricorda quella di Hunger Games ed un montaggio intermediale: ad esplosioni e massacri di civili, seguono dei collage di immagini ed alcuni fotogrammi in cui il presidente Obama afferma che non invierà più soldati in Iraq. Si potrebbe anche osservare che, di là dalla nuova ambientazione e dal compito di promotore di Cantlie, esiste un elemento che accomuna questi primi episodi di Lend me your ears alla decapitazione di Foley: la tuta arancione che ricorda la condizione di ostaggi dei due reporter. Come ha scritto in questo articolo Alessia Cervini, la tuta arancione “richiamando alla memoria quelle dei detenuti nei penitenziari americani di Abu Ghraib e Guantanamo, consente l’apertura di un orizzonte di simbolicità facilmente decifrabile: gli aguzzini divenuti, in un gioco di rimandi e rovesciamenti, vittime”; tuttavia, nonostante gli elementi comuni, intercorre una fondamentale differenza tra le immagini nel deserto ed i video dell’ostaggio Cantlie: nel caso di Foley la brutalità dell’esecuzione conta più che l’identità della vittima, Cantlie, invece, è il protagonista di una narrazione il cui impatto non sarebbe stato lo stesso se al suo posto ci fosse stato un altro. Il processo di serializzazione ha agito su due storie: i video di propaganda (una vera e propria controinformazione in cui l’Is espone le sue verità sulla crisi in corso) e la vicenda personale dell’ostaggio che ne abbraccia (è costretto a farlo?) le motivazioni.

Cantlie dice:”Penserete che vi parlo perché sono prigioniero: è vero, il mio destino è nelle mani dello Stato islamico, non ho nulla da perdere. Forse vivrò, forse morirò”. Gli episodi vengono seguiti esattamente come si segue una serie televisiva. Fin dall’inizio si parla di puntate ed è lo stesso protagonista ad introdurre il terribile cliffhanger (l’espediente narrativo che preannuncia un colpo di scena ed induce così lo spettatore a guardare l’episodio successivo) di Lend me your ears: cosa farà l’Is della sua vita? Cantlie morirà?1

I video dal secondo al sesto sono caratterizzati dalle stesse inquadrature e dagli stessi contenuti, “Buon giorno, sono John Cantlie, il cittadino abbandonato dal suo governo” sono le prime parole pronunciate dal reporter. Oltre alla voce del giornalista esistono però altri contributi a questa ‘storia’: si tratta degli utenti che guardano i video su youtube, seguono la vicenda scambiandosi commenti, pronostici e supposizioni (c’è anche chi ironizza con giochi di parole e beffe: “John can’t lie? I don’t think so”). Vi sono poi gli amici, i colleghi e soprattutto i parenti dell’ostaggio: il padre ottantunenne nell’ottobre del 2014 ha lanciato un appello dal letto di ospedale affinché il figlio venisse rilasciato, purtroppo pochi giorni dopo la diffusione del video è morto senza ricevere risposta. Cantlie successivamente ha scritto una lettera esortando la famiglia a dimenticarlo rifacendosi una vita.

Ma Lend me your ears non finisce di stupire. Gli ultimi tre video della serie si intitolano “From inside” ed introducono un’ulteriore trasformazione dell’ambientazione presentando Kobane, Mosul ed Aleppo, tre città sotto il controllo dello Stato Islamico. Anche la figura dell’ostaggio subisce un nuovo mutamento: Cantlie ha ora i capelli più lunghi e la barba rasata, indossa abiti diversi (a Kobane una tunica nera, mentre negli ultimi due episodi è vestito da “occidentale”); appare insomma come un reporter “libero”. I messaggi di propaganda già rimediati nella forma della web serie vengono qui diffusi come documentari serializzati.

La prima scena offre, grazie al volo di un drone, la panoramica completa di Kobane. È interessante notare che gli stessi droni utilizzati dagli americani per sorvegliare e bombardare le città sotto il dominio dell’Is, sono qui strumenti della narrazione. È evidente lo scopo della propaganda: “Ciò che voi utilizzate per fare violenza, noi lo sfruttiamo ai fini della vera informazione”.

From Inside Aleppo, è il titolo dell’episodio pubblicato il 9 febbraio 2015 ed annunciato come conclusivo della serie.


La scena nella scuola, atta a smentire l’accusa che sotto lo Stato Islamico educazione ed istruzione soffrano, è emblematica di questo tipo di “propaganda pacifica” in cui John Cantlie spiega che nonostante gli attacchi dei droni che sorvolano la città, le persone non si privano di una tazza di thé e la vita procede “normalmente”, avverbio più volte ripetuto nelle “ultime tre puntate”.

Il primo ed unico caso in Lend me your ears di minacce esplicite all’Occidente si ha nelle ultime scene di From Inside Aleppo: è l’intervista ai due combattenti che, entusiasti della strage di Charlie Hebdo, incitano a compiere nuovi massacri. Un montaggio professionale di altissima qualità caratterizza gli ultimi tre episodi rappresentando una profonda rottura rispetto ai video delle decapitazioni in cui i tagli erano del tutto assenti per evitare di indurre gli spettatori a dubitare della realtà delle esecuzioni (è forse perché non c’è nulla di reale nella serena e normale quotidianità della vita ad Aleppo che in questo episodio il montaggio è il benvenuto?!) ma la cesura è evidente anche in relazione ai primi video di “Lend me your ears”, girati con due camere fisse.

Come si reagisce ad un “attacco mediatico” così potente e consapevole? Il sociologo canadese Marshall McLuhan avrebbe detto: “Staccando la spina”. Ma non sono sicura che all’epoca del web 3.0 questa possa ancora essere la risposta giusta. Se una soluzione retroattiva non è più praticabile, è nella stessa rete che forse è possibile individuare le forme creative per una riattivazione della sensibilità che passi anche e soprattutto attraverso l’elaborazione di immagini come quelle diffuse da al-hayat Media center.

Note

[1] Purtroppo nel momento in cui si scrive Jonh Cantlie potrebbe essere scomparso. Dopo la fine della “serie” infatti, il giornalista ha continuato a scrivere su Dabiq, rivista del Califfato pubblicata per la prima volta nell’ottobre 2014 e con la quale Cantlie ha collaborato per diversi mesi. Nel luglio scorso, per la prima volta, il decimo numero del magazine è uscito senza la firma del giornalista britannico. Ancora una volta la stessa domanda Cosa è successo a John Cantlie?.

 

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