#JMBG : il movimento dei passeggini nel paese delle separazioni

Dalla protesta scoppiata di fronte al parlamento di Sarajevo contro la mancata regolamentazione del codice identificativo per i neonati di Bosnia (JMBG) alla ridiscussione dei termini di cittadinanza e del sistema politico dello stato balcanico a quasi vent’anni dalla fine del conflitto.

La protesta che in questi giorni sta andando avanti di fronte al parlamento di Sarajevo è stata salutata dai media e dalla popolazione bosniaca come fenomeno di rinascita e partecipazione attiva alla politica del paese. Il mancato accordo per la regolamentazione e la distribuzione del codice di identificativo[1] (JMBG, Jedinstveni Matični Broj Građana) per i neonati di Bosnia, oltre a costituire il motivo principale dello sbocciare del movimento, ha messo la società sarajevese di fronte ad un problema che porta a ridiscutere i termini di cittadinanza ed il sistema politico dello stato balcanico a quasi vent’anni dalla fine del conflitto.

Tutto ha avuto inizio giovedì 6 giugno, quando i parlamentari bosniaci e una delegazione internazionale in visita nella capitale, si sono ritrovati “assediati” fino a notte fonda da migliaia di manifestanti – in buona parte genitori con passeggino e figli al fianco – che chiedevano una risoluzione definitiva al problema. È nel febbraio scorso che il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, dopo aver messo in dubbio la validità del doppia identificazione, serba e bosniaca, attiva nei comuni appartenenti all’entità serba di Bosnia, ha trovato legittimità giuridica nella Corte Costituzionale bosniaca, che ha di fatto annullato la legge vigente senza dare ulteriori indicazioni in materia, creando così un vuoto legislativo che ha portato madri e padri nell’impossibilità di registrare ufficialmente i propri figli negli uffici statali.

Niente codice sanitario e nessuna possibilità di avere un documento che certifichi l’esistenza del nuovo soggetto. Dopo una proroga di 180 giorni avvenuta attraverso la costituzione di un codice provvisorio, la politica bosniaca non è stata ad oggi in grado di trovare una mediazione che ponga le basi per una risoluzione definitiva al problema. Ad emblema della contestazione è stata presa la storia di Belmina Ibrišević, bambina affetta da gravi problemi di salute, impossibilitata data la situazione attuale a lasciare il paese per il reperimento di cure oltre confine.

Spiegare quello che sta succedendo attraverso l’incapacità politica della classe dirigente e riconoscere come unico tema l’impossibilità del riconoscimento ufficiale per i nuovi nati risulta in ogni caso riduttivo e analiticamente sterile: “Questa è la prima volta in vent’anni che così tanta gente esce in piazza. Ed è solo l’inizio”. Sebbene a seguito delle prime proteste la situazione della piccola si è risolta con una deroga che ha permesso l’espatrio in via eccezionale, il movimento non sembra però essersi spento. Anzi, dopo 48 ore di picchetti continui, sabato pomeriggio hanno manifestato per le strade della capitale migliaia studenti universitari ed in questi giorni il parlamento ha continuato ad essere spazio di contestazione quotidiana.

Per comprendere le motivazioni della protesta che migliaia di cittadini bosniaci stanno portando avanti credo sia necessaria un’adeguata analisi della struttura e delle categorie politico-amministrative bosniache. Il movimento #JMBG za sve[2] sembra infatti mettere in dubbio e combattere molti dei dispositivi di gestione del consenso politico maturati e consolidati durante gli scorsi venti anni di lotte e conflitti. Categorie identitarie che rivendicano un’appartenenza nazionale su base etnica e religiosa. Modelli cognitivi che la comunità internazionale negli anni ha legittimato anche attraverso l’elaborazione e la successiva firma dei leader di Croazia, Bosnia e dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia[3] del trattato di Dayton. Sebbene non sia obbiettivo primario di questo articolo descrivere la complessità storica del conflitto balcanico, credo non sia possibile prescindere da una spiegazione della genesi di categorie che dopo 18 anni dalla fine del conflitto, caratterizzano ancora l’agenda politica del paese.

Genitori e ventenni che oggi manifestano di fronte al parlamento sono individui cresciuti in una Bosnia non più cuore della Jugoslavia della diversità, stato capace di interpretare al meglio un socialismo di avanguardia e da tempo distante ed indipendente da quello sovietico. Una società dove l’appartenenza etnico-religiosa si costituiva come codice morale e simbolico appartenente alla sfera privata e familiare. Sono persone che hanno visto plasmare la propria infanzia da un conflitto che ha messo l’uno contro l’altro vicini di casa e amici, nel nome di differenze religiose che fino ad allora non costituivano elementi rilevanti (tantomeno discriminanti) nella vita sociale. Il passaggio da “Fratellanza ed Unità”, slogan emblematico della politica identitaria di Tito, al “Nessuno mai più vi picchierà” del giovane Milosevic[4], si è sviluppato attraverso l’attivazione di un processo di etnicizzazione delle differenze culturali[5] caratterizzanti l’allora Jugoslavia titina. Un’idea che la macchina politica e culturale dei nazionalismi iniziò ad alimentare durante della caduta del sistema federale, periodo nel quale i leader del partito comunista jugoslavo cominciarono a rivendicare una propria appartenenza etnica e nazionale. Attraverso la costruzione di miti e la ri-attualizzazione di conflitti storicamente lontani secoli, il discorso egemonico diede vita a dicotomie identitarie essenzializzanti e a-storiche, tese a giustificare interessi politici propri, fomentando la sindrome della paura e la lotta al religiosamente diverso. Tutto ciò spazzando via pratiche quotidiane condivise per generazioni nella vita di comunità e nell’unità di luogo. Gli anni di conflitto hanno poi sedimentato questa una nuova modalità di pensarsi nel mondo, dove sfera religiosa e appartenenza nazionale spesso si sovrappongono costituendo la risposta più facile a giustificare la propria situazione di precarietà e di perdita che la guerra ha portato con sè.

In questa storia, la comunità internazionale, troppo attenta negli anni a ridiscutere lo scacchiere europeo del dopo guerra fredda, ha prima temporeggiato appoggiando l’una o l’altra parte in causa e poi ha individuato una soluzione politica che ha legittimato, con il trattato di Dayton, la divisione etnica tanto cara ai leader politici di Bosnia, Croazia e Serbia: è così che ufficializzando i confini creati durante il conflitto è nato uno stato delle due entità nazionali. Da una parte la Republika Srpska, terra degli serbo-ortodossi di Bosnia, dall’altra la Federazione di BiH, luogo dove i musulmani e croato-cattolici di Bosnia avrebbero vissuto pacificamente.

Il trattato di Dayton, elaborato nel novembre del 1995 e firmato a Parigi il 14 dicembre dello stesso anno, oltre a sancire la fine del conflitto sul territorio bosniaco, costituisce e modella tutt’ora la piattaforma amministrativa statale. Come è stato già accennato, lo stato di Bosnia ed Herzegovina si costituisce come federazione consociata di due entità nazionali: la Repubblica Serba di Bosnia (Republika Srpska) e la Federazione di Bosnia ed Herzegovina (Federacija Bosne i Hercegovine). Quest’ultima deve l’appellativo di federazione in quanto a sua volta formata da 10 unità territoriali (cantoni), costituiti a fine conflitto su base etnico-territoriale, i quali godono di un’alta autonomia decisionale e politica (ogni cantone ha un proprio governo con propri ministri), soprattutto per ciò che concerne istruzione ed infrastrutture. Nel 2000 è stato inoltre costituito il Distretto di Brčko (Brčko Distrikt o Брчко Дистрикт), territorio della Bosnia del nord che gode di piena autonomia decisionale.

Se ci spostiamo sul piano burocratico-amministrativo, il quadro non è meno complesso: al di là della gestione locale della governance, le due entità nazionali modulano la propria politica interna attraverso due governi nazionali, condividendone poi un terzo a livello statale. A capo dello Stato siedono poi tre presidenti della Repubblica, uno per la rappresentanza croata, uno per quella serba ed uno per quella musulmano-bosniaca. Questi vengono eletti ogni due anni e svolgono la propria attività a rotazione (ogni 8 mesi). Se gli organi statali devono essere rappresentate in maniera paritaria tutte e tre le componenti etniche, è facile intuire come il labirinto politico amministrativo si sia tradotto in questi anni nell’immobilità decisionale più completa, lontana anche dagli obbiettivi che la risoluzione internazionale aveva messo in cima alla lista. Su tutti, il tema della riconciliazione, il ritorno nelle proprie abitazioni dei rifugiati interni e lo sviluppo economico e sociale del territorio.

La modulazione localistica della federazione croato-bosniaca ha praticamente ricollocato i piani di sviluppo comunitario a livello cantonale, dove spesso si protraggono fratture sociali alimentate durante gli anni di conflitto, e dove compagne elettorali e dinamiche politiche vengono giocate per lo più su scontri simbolici di matrice nazionalistica. Dall’altra parte, la Republika Srpska porta avanti un un percorso individuale che reclama sempre di più un’autonomia completa ed accenna alla secessione. Su tutto è presente l’occhio attento della comunità internazionale che detta scadenze in materia economica e tutela il processo di pace attraverso la presenza in loco dell’Alto Rappresentante delle Nazioni Unite, oltre a gestire più o meno indirettamente gli investimenti di una delle maggiori fonti di introito dell’economia bosniaca, quella macchina costituita da migliaia di progetti di sviluppo e cooperazione internazionale presenti su tutto il territorio.
Le attuali fratture simboliche e politiche abitano inevitabilmente nel solco di una precarietà economica ed esistenziale socialmente diffusa, caratterizzata ad esempio da un tasso di disoccupazione che si aggira intorno al 43.3%[6].

Conflitti e differenze simboliche vengono inoltre mantenute in vita dai media nazionali che attraverso il loro lavoro procrastinano modelli interpretativi passati e da una classe dirigente che ha gioco facile nell’occupare gli spazi di discussione con la carta identitaria. Una dimostrazione di ciò si è avuta all’indomani dell’assedio del #JMBG [Venerdì 7 giugno], quando Mladen Bosić, presidente del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka, SDS) ha dichiarato “Questo è solo l’inizio della storia. Ora arriva l’analisi dei nostri prossimi passi perché tutto fa pensare che, per noi della Republika Srpska, Sarajevo non è una città sicura[7], bypassando così il tema del codice identificativo e ricollocando i motivi della manifestazione sul piano nazionalistico.

Questo è il contesto socio-politico nel quale si colloca il movimento, anche ribattezzato recentemente dai media Baby Revolution. Ridiscutere il codice identificativo significa ragionare su un’idea di cittadinanza e d’appartenenza che diventa campo di battaglia simbolico dove le parti in causa rivendicano una propria idea di stato, di storia e di visione futura del proprio essere nel mondo. È così che oltre a contestare una politica incancrenita ed incapace negli anni di produrre piani di sviluppo economico e sociale sostenibili, il movimento JMBG trova nel codice identificativo lo spazio dove reclamare una nuova idea di politica identitaria e culturale, che si ponga al di fuori da ogni retorica e caratterizzazione etnico-nazionale.

Appendice: morire di confine

Nella notte tra sabato 15 e domenica 16 giugno, è deceduta la neonata Berina Hamidović, trasportata d’urgenza all’ospedale di Belgrado dopo che le era stata diagnosticata una fistola tracheoesofagea presso l’ospedale di Sarajevo. I problemi sono cominciati alla frontiera dove l’ambulanza è stata ferma per tre ore. In mancanza di documenti per l’espatrio e senza nessun annuncio preventivo da parte delle istituzioni di Bosnia (cosa che secondo fonti vicine al movimento era stata programmata) le guardie di frontiera serbe hanno dovuto aspettare di contattare il Ministro degli Affari Civili. Una volta arrivati a Belgrado la situazione non è migliorata. La somma che il Cantone di Sarajevo avrebbe dovuto mettere a disposizione per l’operazione chirurgica oltre-confine (100.000 dinari, quasi 900 euro), in quanto responsabile istituzionale in materia di politica sanitaria, non sono stati versati:

È ben scritto nella legge che se un operazione non è possibile in Bosnia e Herzegovina, ed il bambino ha l’assicurazione sanitaria, il trattamento viene effettuato in un’altro paese. Siamo stati respinti. Dal Cantone ci è stato detto che non sono capaci di pagare per il trattamento [8].

È mentre i genitori stavano cercando di risolvere la situazione per vie legali con l’aiuto di un’avvocato belgradese che le condizioni della piccola sono peggiorate fino al punto di non ritorno. La società civile si è immediatamente organizzata e stretta attorno alla famiglia organizzando domenica 16 giugno una veglia di denuncia: centinaia di candele sono state accese e una enorme folla silenziosa si è presentata di fronte al parlamento in segno di lutto.

Note


[1] Il codice identificativo unico in Bosnia ed Herzegovina viene indicato dalla sigla JMBG, acronimo di Jedinstveni matični broj građana, letteralmente traducibile con Numero di identificazione unico, equivalente della tessera di previdenza sociale.
[2] Numero identificativo per tutti. Il blog della protesta è jmbg.
[3] La Repubblica Federale di Jugoslavia venne creata nell’aprile del 1992 dall’unione delle repubbliche di Serbia e Montenegro.
[4] Questa frase fu pronunciata a Kosovo Polje da un Milosevic non ancora a capo del governo jugoslavo, a seguito di alcuni scontri tra la polizia kosovara (a maggioranza kosovaro-albanese) ed i manifestanti (serbo-kosovari) che cercavano di occupare la sala nella quale lo stesso Milosevic stava partecipando ad un meeting per la sicurezza della minoranza serba in Kosovo. Passò alla storia come la primo avvertimento di guerra nei confronti delle minoranze e delle repubbliche federali lontane da Belgrado. La testimonianza degli avvenimenti è reperibile nel documentario della BBC The Death of Yugoslavia
[5] Eriksen, T.H.; 2002, Ethnicity and Nationalism, London, Pluto Press, third Ed.
[6] Fonte indexmundi. Il dato è relativo all’anno 2011.
[7] Secondo balkaninsightThis is just the beginning of this story. Now comes an analysis of our further steps because everything points to the fact that, for us from Republika Srpska, Sarajevo is not a safe city.
[8] Secondo  klix, queste sono le parole che il padre ha dato ai media nazionali subito dopo l’accaduto.

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