In cima ad un palo

[Le parti del testo in corsivo sono citazione tratte da “TSO – Un’esperienza in reparto psichiatria”, scritto da Magda Guia Cervesato e uscito nell’aprile 2012 per l’editore www.sensibiliallefoglie.it]

di Magda Guia Cervesato

25 maggio. La targa sul muro: “Reparto di psichiatria”.
Neppure sapevo che ne esistesse uno, in questo ospedale. E, in generale, che posti così ancora esistessero. Uno squillo d’allerta mi radica sul freddo di una mattonella giallognola. E una pellicola di immagini montate alla rinfusa prende a scorrermi davanti agli occhi: manicomio. Setting davvero impensato per un sabato sera non so bene come, né dove, deraglia.

Non sapevo, nell’esperienza di una vita come tante placida di nubi in turbolenza e rischiari stupiti, che una sofferenza senza fuga più di altre sarebbe stata impacchettata in unastanza chiusa e bucherellata di finestre, all’interno di un posto tanto straniante da evocare un unico dubbio: mi trovo su un teatro o il teatro è dentro di me?

Perché la minaccia dell’infermiere di legarmi al letto per un colpo di nocche contro la porta chiusa non può che appartenere alla scena lacrimosa di un drammone da TV nazional popolare, o pay per view di periferia del male. Perché ritrovarsi in posizione seduta sopra qualcosa di freddo e liscio come la pelle finta, o quella vera defunta, in un salone sconosciuto senza sapere ‘come’, equivale a sentirsi calata da un tornado hollywoodiano in un ignoto ‘dove’ senza conoscere neppure il ‘quando’. E’ strano avere un ricordo quando quello precedente non esiste, inserendo nella cassaforte della memoria un lingotto fantasma: c’è il rischio di vedersi trasformare rapidamente in cassadebole, cassapanca e, qualche volta, anche cassa da morto.

Sapevo che decenni fa il pazzo stava rinchiuso in manicomio, certo non immaginavo che oggi un manicomio è racchiuso dentro il pazzo: questo almeno nell’SPDC teatro della mia esperienza e, a quanto appreso in seguito, in buona parte dei luoghi di ‘cura’ del paese. Mi domando: e domani, il pazzo già farmaco-manicomializzato tornerà a essere anche murato? I progressi umani acciuffati con lampi di idee e visioni ributtati nel pozzo lercio della struttura punitiva, coercitiva, contentiva? Cosa fa pensare che un ritorno a quel buio modello si svilupperà in maniera diversa che in passato? Perché ora siamo più moderni e le stanze della minaccia e della tortura saranno privatizzate e dipinte in colori pastello, connesse al wi-fi e dotate di docce massaggianti? Che poi basta guardare ai manicomi criminali ancora operativi per capire quanto moderna sia l’idea che (dis)anima questa cultura, quanto illusori siano i margini di realizzazione di una prospettiva già disillusa.

Ho sperimentato con i miei sensi l’ “acquario tiepido” di cui parla Foucault (riferendosi alle camerate ospedaliere degli agitati così trasformate dalla farmacologia), quando il “rompete le righe” al termine di un pranzo avviene nel silenzio, come se pure le sedie di metallo fossero ologrammi, come dentro a un film muto a cui però manca anche la funzione video: perché non solo nessuno ci ascoltava lì dentro, essendo al momento o per sempre – poi si vedrà – considerati privi di ragione, ma in fondo indegni persino dell’odio: l’odio non è trasparente, noi sì. Ho sperimentato con i miei occhi negli gli altri come mesi o anni di farmaci psicoattivi trasformino tutti in abitanti di quell’acquario: stesso sguardo da pesce freschissimo, ma già morto. Non sapevo, prima di diventare in brevissimo tempo identica alla maggior parte dei miei compagni, che non è l’aspetto a dimostrare la pazzia, semmai è certa cura della pazzia a distruggere l’aspetto. Dovevo vedere il mio corpo trasformato in quello (altrui) che prima giudicavo, passare nove mesi senza mestruo e con fiotti di latte schizzanti dai capezzoli come acqua gassata dai fori di un annaffiatore capovolto – come dopo il parto ma senza alcun neonato – per capire l’inganno. Diventare uno scherzo della natura, un mostro da circo d’Ottocento, un Elephant Woman al posto di Mrs. Dumbo nel film Disney, per comprendere che il circo che viviamo dalla nascita è già abbastanza complesso senza aggiungercene uno in pietra o chimica: la direzione ostinata più contraria che si possa imboccare.

Oppure vogliamo accettare l’idea che in un sociale più o meno inevitabilmente produttore di sofferenza psichica siano solo le persone ‘forti’ ad aver diritto a galleggiare senza essere travolti dal marchio e macero della ‘malattia mentale’, mentre altri, magari neppure meno forti, ma in un dato momento meno fortunati, meno in lutto, meno ricchi, meno acculturati, meno italiani, meno casa/avvocato/parenti-poco-serpenti dotati, meno qualsiasi cosa insomma, abbiano solo il dovere di gettarsi nell’indistinto mare magnum del ‘problema psichiatrico’? No perché, come rileva giustamente Pietro Barbetta [1] in prefazione al mio libro, non si tratta di essere contro i farmaci, sarebbe una sciocchezza ideologica: ben vengano in tanti casi, quelli in cui un’acuzie ( i postumi suggestionanti di uno stato dissociativo nel mio caso), ad esperto seppure fallibile esame medico, arrecherebbe danni maggiori della sua soppressione. E qui non è facile, come cantava David Bowie, decidere l’accettazione di stati di affettività non standard in vista della produzione di un’ identità non coartata e sviluppo di un mondo dove creare il proprio futuro non sia uno slogan vuoto, scrive Giacomo Conserva [2[ in postfazione. Ma la prosecuzione in automatico e decennale della provata devastazione da essi cagionata è sconcertante. Nuovo appuntamento con lo psichiatra. Oggi glielo dico: io con questa terapia ho chiuso. Mi guarda storto, come previsto. Dice che sarebbe meglio continuare, che non si sa mai. Non si sa mai cosa?! Volevo rispondergli, ma non l’ho fatto – che a sfidare certa autorità si rischiano sanitarissimi involontari trattamenti – : “allora Lei non esca di casa, non si sa mai i velocipidi ! Ma non resti neppure dentro casa Dottore, non si sa mai le scivolate sul Vetril ! Guardi, faccia così, si collochi sotto una trave portante, così sì che si sa: manco il terremoto potrà schiodarLa dalla Sua poltrona di ‘non si sa mai’!” Tempo dopo, nuovo appuntamento con la psicologa: il mio corpo da qualche settimana è libero dal veleno. Lei ogni tanto butta lì che ‘quando si è malati, ci vuole una stampella’, che il farmaco aiuta a mantenere l’equilibrio. Mi trattengo dal risponderle che, anche fossi ‘malata mentale’, o meglio, se la ‘malattia mentale’ fosse una definitiva categoria di concetto, quella roba più che una stampella sarebbe una palla al piede fibrosa di asbesto.

Perché la corrente organicista della psichiatria pretende di stabilire a priori secondo quale sceneggiatura e finale il pubblico astante debba interpretare il drammatico spettacolo di una donna che sviene urlando nella pubblica piazza: quando la videocamera inquadra la scena madre, tra la folla serpeggia l’invocazione al ripristino dell’ordine, la bestemmia contro l’ubriachezza, il pre-giudizio pietoso; poi il focus si allarga includendo un’antica chiesa, un carro funebre davanti, indumenti neri attorno, e solo allora avviene un cambio di prospettiva: la gente, comprendendo il grave lutto all’origine dello strazio, si muove a compassione e predispone all’accoglienza. Se la stessa scena avvenisse uguale un anno dopo e senza concomitanza con l’ evento luttuoso, il malore e l’angoscia continuerebbero forse a esser percepiti come ‘ingiustificati’, colpevoli, in qualche modo voluti dalla ‘malata’, con conseguente stigmatizzazione e trattamento privi di empatia. Allora secondo quella teoria, che di ‘bio’ ha solo il nome, da che cosa dovrebbe dipendere la comprensione umana? Forse da quanto distante nel tempo e nello spazio sia l’origine traumatica del dolore? Si stabilisce con l’accetta che se una crisi avviene entro, per dire, tre settimane, la persona colpita rientra nel cervellotico (alla lettera) standard di ‘sanità’ provata dal troppo e meritevole di aiuto, mentre se invece passano tre anni, la stessa donna si trasforma in una ‘malata mentale’ privata del tutto e meritevole di condanna? Numerosi studiosi, filosofi, clinici, antropologi etc., Basaglia tra gli altri, hanno nel tempo in vario modo sostenuto che follia e normalità siano stati contigui dell’esistenza, impossibili da scindere tramite linea netta tracciata con riga scolastica o metro professionale.

La stessa ‘filosofia’, che di ‘amore per la sapienza’ non ha manco il nome, serpeggiante dietro la recente proposta di riforma della legge 180, che vorrebbe sostituire al già discutibile Trattamento Sanitario Obbligatorio un manicomiale e concentrazionistico Trattamento Sanitario Necessario prolungato (controriforma di cui si possono leggere tutti i dettagli in rassegna stampa qui http://manicomionograzie.it/ , eventualmente firmando una doverosa petizione spontanea che, in pochi giorni e senza supporti massmediatici, si avvia verso le 6800 firme). Ma siamo così asetticamente contemporanei da scordarci la histoire della ‘malattia mentale’ e a cosa servissero, spesso, i manicomi? Quante persone furono internate a vita solo in virtù dell’essere orfane? Per ricordare solo una delle varie funzioni assolte da quell’istituzione totalizzante e che nulla avevano da spartire con mente, cervello, inconscio o qualsiasi altra formazione di lettere utilizzata dall’area di studio attinente alla ‘psiche’, il cui significato è ‘anima’, non ‘strano plico budelloso sbeccabile come una tazza di porcellana inglese primo ‘900 in stile cottage, floreale o china decò’.

Dopo sei giorni di TSO, nove mesi di psichiatrizzazione e tre anni di psicoterapie, non ho altra sapienza che quella iscritta nel mio corpo e fissata negli occhi, per cui dopo aver visto ma soprattutto essere stata una sagoma scavata o obesa, un corpo martoriato e un una volontà azzerata, una cosa sì che la so: per qualsiasi altro tipo di paziente la cura è una scelta. Per quello psichiatrico un’imposizione. Spesso, a vita. Violenta, funzionale a una società in cui si ha troppo spesso l’impressione che l’unica libertà è fingere di averla. Ciò che ho visto accadere è intollerabile, indegno. Vergogna e orrore senza riscatto. Affidarsi a un medico di cui si temono decisioni tanto lesive della salute, bellezza e rispetto di chi, come tutti, attraversa i diversi inferni dalla vita senza la sorte di incappare mai in un sorriso capace di sollevarlo in qualche cielo, non può portare ad alcun reale beneficio. Fiducia: darne e riceverne, anche prima di esser stata guadagnata, è essenziale da parte di un genitore come di un curante.

A volte è rischioso cavalcare con cura la linea di confine tra il porgere la mano a chi impara a camminare e il ritrarla; impossibile imbroccare sempre il gesto giusto, ma c’è più probabilità se a condurre la carrozza sono quel misterioso cocchiere e rara bestia chiamati ‘silenzio’: non quello muto, ma l’ attivo, attento, vivo e consapevole che invece di fissare l’io testimonia la presenza di due persone in uno stesso flusso. Solo questa è cura e prevenzione insieme. Profonda. Perché se si continua per sempre a dare la mano ( leggi pacca sulle spalle o pacchetto di pillole ) a chi, come tutti gli umani oltre i dieci mesi, prova a girare il mondo sulle sue gambe, questa Cenerentola in libera uscita, una volta arrivata al castello non saprà di essere bella né riconoscerà altre belle persone, non saprà scappare quando necessario né riapparire se e quando varrà la pena. Sarà stato un viaggio vano il suo: andare nel mondo senza conoscere il proprio posto a causa di cavalli imbizzarriti mai fermi abbastanza a lungo da lasciarglielo esplorare tutta sola equivale al rimanere chiusa in casa a pulire sul pulito; o sullo stesso sporco ricreato apposta in eterno per tornare a pulirlo.

La rosa che voleva mettere tra i capelli per farsi gemma sul ramo? Mai colta. Potata con elettrica sega, allo sboccio sull’albero, scivoloso del Maggio.
Altro che Cuccagna.

Note


[1] Psicologo dinamico all’Università di Bergamo e Centro Milanese di terapia della Famiglia. (http://bidieffe.net/ http://www.doppiozero.com/ Il Manifesto

[2] Psichiatra e psicoterapeuta, SPDC e CSM Parma. (http://gconse.blogspot.it/ Traduttore delle‘Poesie’ di William Blake

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