Il garantismo eretico di Macaluso

Emanuele Macaluso e la storia della mafia in tribunale.

Macaluso
Fonte: Wikimedia

Il 4 marzo del 1993 la Procura di Palermo, con a capo Gian Carlo Caselli insediatosi dopo la tragica estate delle stragi Falcone e Borsellino, iscriveva nel registro degli indagati Giulio Andreotti e, vista la sua carica di senatore a vita, il 27 marzo veniva richiesta l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per l’accusa di associazione mafiosa. «Il processo del secolo», quasi tutti gli organi di informazione erano d’accordo a definire così il procedimento che stava per aprirsi a Palermo, nella stessa aula bunker dove era stato celebrato, solo pochi anni prima, il maxiprocesso contro Cosa nostra di Falcone e Borsellino. Contro questo processo si schierava, con grande scalpore, il comunista Emanuele Macaluso, esponente siciliano e nazionale di quel partito che aveva sempre chiesto verità e giustizia sulla mafia. «La storia – scrisse – di questi cinquant’anni di potere in Italia non può essere scritta delle Procure nelle requisitorie, con l’ausilio di pentiti che ritengono di dover ricordare sui rapporti tra mafia e politica. E non perché gli atti giudiziari e i processi non facciano parte della storia politica di un paese. Ma non possono essere le sole fonti, come sta avvenendo, per scriverne la storia».

Questa posizione così eretica, nel clima infuocato del crollo della prima repubblica, processata per corruzione e mafia nei tribunali dal nord al sud Italia, Macaluso la mantenne salda per altri processi che gli ricordavano il caso Andreotti, come quello che aveva come imputato l’avvocato Francesco Musotto. In questo caso la sua riflessione diventava ancora più importante perché coglieva un passaggio definitivo che segnava la fine della mafia che lui aveva conosciuto fin dalla strage di Portella della Ginestra. Si trattava della rottura, ormai insanabile dopo la causa persa al maxiprocesso, tra la mafia e gli avvocati, ovvero quel mondo notabilare che era stato storicamente il filtro tra le voci del sottosuolo criminale e il mondo di sopra della società politica.

Palermo non si era ancora svegliata, quando, l’8 novembre del 1994, arrivava la notizia dell’arresto di Francesco Musotto con l’accusa di associazione mafiosa. Quando, a notte fonda, veniva prelevato a casa dalla polizia, egli non era solo un politico del nuovo partito di Silvio Berlusconi che aveva prima militato nel Partito socialista (come il padre e il nonno), un esponente della massoneria, un noto avvocato del maxiprocesso contro la mafia che aveva difeso in passato terroristi come Renato Curcio, ma da sei mesi ricopriva la carica di presidente della provincia di Palermo, eletto direttamente al primo turno. Con un’affermazione che superava il 60% dei consensi (più di 300 mila voti) l’avvocato lasciava al palo il suo avversario, cioè il professore Stefano Riva Sanseverino, candidato della sinistra e cognato del sindaco di Palermo Leoluca Orlando il cui movimento, La Rete, in città e provincia, aveva mietuto, sino a quel momento, successi su successi. Nel 1993 Orlando, dimessosi prima da deputato al parlamento della Regione siciliana e poi da deputato al parlamento nazionale, si presentava come sindaco di Palermo sfidando, con l’elezione diretta, una sua ex collega di partito democristiana: Elda Pucci, prima, e ultima, donna a guidare la città tra il 1983 e il 1984, e bersaglio di un minaccioso attentato mafioso. Orlando vinceva raggiungendo quasi 292mila preferenze (il 75% dei consensi), la Pucci non arrivava a 63mila. L’elezione di Musotto invertiva questa tendenza, diventando l’uomo forte, in un palcoscenico nazionale come quello di Palermo, del nuovo partito Forza Italia. Movimento che conquistava istantaneamente una inossidabile egemonia politica in tutta l’isola, già alla sua prima prova elettorale di quel 1994 sfiorava il 40% dei voti e Alleanza Nazionale, suo alleato, superava il 16 diventando il secondo partito regionale. Era il Polo delle Libertà che avrebbe goduto, per decenni, di una incontrastata egemonia sull’isola, sino allo storico risultato del 2001 di vincere in tutti i 61 collegi siciliani.

In quei pochi mesi da presidente della provincia, l’opposizione non aveva mancato di far notare alcuni errori di stile politico di Musotto, specie quando si toccava l’argomento mafia. Si rimproverava al presiedente di continuare a difendere degli imputati nel processo sulla strage di Falcone, di aver giustificato la costituzione della Provincia come parte civile in quel processo solo a seguito di un’indagine su un presunto calo nei flussi di turisti e infine di uscire dall’aula consiliare ogni volta che si sollevava la questione mafiosa. Certo nessuno si aspettava il suo arresto con un’accusa così grave come l’associazione stessa alla mafia. Per la procura di Palermo, Musotto «assisteva i latitanti, procurava occasioni per lucrare pubblico denaro, assicurava supporti logistici anche durante la commissione di gravi delitti». I giudici, guidati da Giancarlo Caselli, avevano raccolto anche le deposizioni di pentiti che avevano assicurato il loro supporto alla vittoria politica di Musotto e testimoniavano della presenza del cognato dello stesso Riina, il ricercatissimo Leoluca Bagarella, nella villa di Musotto a Pollina, piccolo paese situato al confine della provincia di Palermo.

Appresa la notizia, gli avvocati palermitani scendevano in campo per difendere Musotto dalla «accusa infamante»proclamando l’astensione dalle udienze; denunziando un’amministrazione giudiziaria «guidata dai pentiti» e una legislazione d’emergenza «che comprimeva tutti i diritti della difesa». Nino Mormino, presidente della Camera penale, nominato da Musotto come suo difensore di fiducia, dichiarava: «Ciccio Musotto è esponente di una famiglia che ha fatto della difesa dei diritti civili una bandiera, e il cui padre, Giovanni, è stato per il novantanove per cento di noi il professore con cui abbiamo superato gli esami di diritto penale». Riuniti in assemblea, gli avvocati protestavano anche contro i pentiti e «l’eccessiva credibilità che viene a loro concessa da parte dei magistrati». Nel documento finale emanato dalla Camera penale si leggeva di come fosse stato «emesso un provvedimento che ancora una volta avrebbe colpito un avvocato e un cittadino di grande prestigio, contrariamente a quanto avviene a rappresentanti di altre categorie, fra cui numerosi magistrati, a cui vengono contestati fatti alla medesima natura»[1].

Lo scontro tra avvocati e magistratura diventava durissimo. Intervenuti in un’assemblea «aperta» dell’Associazione nazionale magistrati che si teneva al palazzo di giustizia di Palermo, Mormino e altri avvocati lasciavano l’aula quando il giudice Gioacchino Scaduto criticava la contemporanea manifestazione in piazza dei difensori. Il magistrato prendeva spunto da un servizio televisivo, trasmesso dal settimanale Tempo Reale di Michele Santoro, nel quale si mostrava «una città di morti viventi. [Dove] c’erano i benpensanti stesi al sole del Circolo della Vela, gli zombi della palude dove l’avvocatura si muove organizzando con un attacco proditorio una manifestazione mascherata». Più tenero non era stato Salvatore Barresi, giudice a latere nel processo Andreotti, che avrebbe voluto assistere ad analoghe battaglie e prese di posizione dei penalisti anche in altre occasioni: per esempio quando nel libro mastro della «famiglia» Madonia, alla voce riguardante gli onorari dei legali c’era scritto «stallaggio avvocati». «Questa indicazione – commentava Barresi – avrebbe imposto almeno un documento di protesta»[2].

Macaluso
Fonte: Wikimedia

A commentare questo singolare spettacolo di manifestazioni e scontri in piazza tra avvocati e magistrati, il Corriere della Sera chiamava Emanuele Macaluso. Il quale tracciava un quadro storico/sociologico del ruolo degli avvocati e vedeva negli avvenimenti di quei giorni proprio l’uscita di scena, la fine di un grande primato sociale sin lì da loro goduto. «Oggi chiedono all’avvocato di urlare fuori dai tribunali. Un tempo – sosteneva Macaluso – c’erano gli “avvocati di famiglia”, poi i consigliori dell’epoca Ciancimino per pilotare licenze e affari nell’edilizia, ma prima e dopo per la mafia l’avvocato era bravo se sapeva parlare con i giudici. Adesso quelli arrestati, al di là del caso Musotto, mi sembrano però tutti avvocaticchi da piccoli traffici. E la mafia non può essersi affidata a loro per gestire migliaia di miliardi». Un giudizio duro espresso da Emanuele Macaluso su quei giorni, che però si stemperava in una prospettiva storica, richiamando le famose pagine di Gramsci sulla capacità di egemonia degli avvocati nella storia italiana e non solo siciliana. «Gli avvocati – spiegava Macaluso – sono stati i grandi mediatori della società: avevano un rapporto con il piccolo delinquente o con il sofferente, e un rapporto con gli agrari, i potenti, i grandi mafiosi. Una duplicità di contatti che assegnava loro un ruolo di congiunzione. Parlo di una mediazione non solo elettorale, ma politica, culturale negli anni della “tolleranza”, per dirla con Andreotti». Ripercorrendo, quella che sembrava una storia ormai chiusa, Macaluso ricordava anche che

i potenti avevano i loro legali, come oggi ne hanno le grandi industrie e le grandi banche. Potevano essere di grande livello come Vittorio Emanuele Orlando che risolvevano problemi complessi, ma anche avvocati che trafficavano nei tribunali. In occasione di vendette o grassazioni, il campiere o il mafioso si rivolgevano a quei professionisti, autorevoli proprio perché avvocati di quelle famiglie. E nei tribunali aleggiava l’influenza derivante dalla frequentazione con i potenti […] I più gettonati apparivano quelli che notoriamente avevano come ruolo di sapere parlare con i giudici, pur senza cultura giuridica o capacità tecnica. Poi c’erano avvocati che avevano anche altre qualità, come Girolamo Bellavista, grande giurista, protagonista di battaglie fatte sfruttando pure la sua influenza sui giudici. Col tempo, forse è andata sempre peggio, e bisogna capire se abbiamo avuto i “consigliori” modello Padrino. Forse è così. Ma proprio per questo non si può stare tutti insieme, maneggioni, consigliori e galantuomini, come si annuncia per la manifestazione al tribunale, perché tutto si mischierebbe in un attacco sgangherato contro la magistratura[3].

Il conflitto non era solo tra avvocati e procura, ma tra quest’ultima e Forza Italia. Il partito di Musotto aveva infatti acquistato un’intera pagina del giornale palermitano Il Mediterraneo, per dire che Cosa Nostra era stata sostituita da «Cosa Nuova», cioè da «occulti manovratori» pronti a liquidare Forza Italia, a chiederne lo scioglimento per mafia, usando i giudici come clava, con questi ultimi magari «in buona fede» o «inconsapevoli complici di un progetto mostruoso». Un progetto legato a una nuova «pax mafiosa» da realizzare sulla testa dei magistrati, appunto, inconsapevoli che i poteri forti della nuova mafia «con la probabile complicità di alcuni pentiti, hanno creato e creano virtuali situazioni di colpevolezza che finiscono con l’orientare l’iniziativa giudiziaria». Se c’era ancora bisogno di chiarire il senso della denuncia politica per l’arresto di Musotto, si incaricava del compito Gianfranco Miccichè, fondatore del partito sull’isola ed ex manager di Pubblitalia per la Fininvest, che dichiarava ai giornali: «per ora parliamo dei poteri forti che lavorano per lo scioglimento di Forza Italia: finanze, banche e borsa. Centomila miliardi stanno per piovere nel Sud e occorre una nuova pax mafiosa, come quella stipulata nell’immediato dopoguerra, durata fino agli anni Ottanta. Noi di Forza Italia diamo fastidio»[3]

L’arresto di Musotto produceva subito delle infuocate polemiche nazionali. All’interno della Commissione parlamentare antimafia la sinistra accusava l’avvocato e il suo partito di voto di scambio con la mafia. Secondo i suoi esponenti era possibile quantificare anche gli effetti del sostegno ricevuto da Cosa nostra nei sei collegi di Palermo, partendo da una cifra, cioè i 784 mafiosi che, secondo gli investigatori, vivevano (e forse votavano e facevano votare) in città. Così: «attribuendo, secondo un calcolo restrittivo, a ciascun aderente una capacità di influenza elettorale pari a 70-80 voti validi, otteniamo una cifra che va dai 54.880 ai 62.720 voti, pari al 26,7-30,5% del totale dei suffragi al Polo delle Libertà, e al 13,4-15,3% dei voti validi totali». I clan, sempre secondo questo improbabile calcolo politico/mafioso, controllavano tra i 9 e i 10 mila voti per ciascun collegio elettorale della Camera, «quanto basta per rovesciare il risultato in cinque collegi cittadini su sei». Gli esponenti del partito di Mussotto avevano gioco facile a ribattere come mai lo stesso calcolo non veniva fatto per l’elezione di Orlando. Fra le accuse del centrosinistra a Forza Italia vi erano anche le campagne contro la magistratura antimafia. «Nella campagna elettorale del 1994 – sosteneva la sinistra – il movimento Forza Italia si è intestato l’obiettivo di impedire la proroga dell’articolo 41bis e una significativa riforma della normativa sui collaboratori di giustizia»[4].

Macaluso
Fonte: newsicilia

Mentre Musotto restava chiuso in carcere, sino al 13 marzo del 1996, si andava a nuove elezioni per il rinnovo dell’amministrazione provinciale di Palermo e il 16 giugno di quell’anno si eleggeva come nuovo presidente il candidato del centro sinistra Pietro Puccio. A inizio aprile del 1998 si arrivava al primo grado di giudizio sulla vicenda. Per Musotto il pubblico ministero Alfonso Sabella aveva chiesto nove anni e mezzo di reclusione: «Gli elementi raccolti a suo carico erano sufficienti per la condanna». Invece i giudici emettevano una sentenza di segno opposto: Musotto veniva assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e bancarotta fraudolenta perché «il fatto non sussiste». Dopo 72 udienze e 13 pentiti che lo accusavano, ai giornalisti che raccoglievano le sue impressioni Musotto ricordava anche che «tra coloro che hanno mostrato pollice verso c’erano magistrati con i quali sono cresciuto… ho 50 anni come loro, ci davamo del tu, andavamo a cena anche con le famiglie, loro conoscevano la storia mia e della mia famiglia e io conoscevo la loro»[5]. E ancora Musotto ricordava che

quando all’alba dell’8 novembre hanno bussato alla porta, alle 4.30, ho solo detto: “Sono arrivati”. Erano in venti. Mi hanno tenuto 125 giorni in carcere come un boss. Per 76 giorni all’Ucciardone in isolamento totale. Anche Natale e Capodanno del ’95. Un’ora e mezzo d’aria al giorno, anche se me ne spettavano quattro. E un giorno passa uno scopino croato infilando sotto la mia porta una copia dell’Espresso con la mia faccia in prima pagina. Bussa e grida: “Boss, guarda dove sei”. Già, ero presentato come un capomafia dall’accusa[6].

Nel maggio dell’anno successivo Musotto si ricandidava a presidente della provincia, sconfiggendo al primo turno Puccio, con il 55% di voti. La vicenda Musotto non solo riproduceva in piccolo, da Palermo, la scontro tra il potere giudiziario e quello esecutivo, incarnato quest’ultimo dalla figura di Silvio Berlusconi leader del centro-destra, ma anche quello dentro la sinistra stessa tra garantisti e giustizialisti, divisione diventata incandescente dopo la richiesta di rinvio a giudizio di Giulio Andreotti, anche lui per concorso esterno alla mafia. Non a caso Emanuele Macaluso riproponeva, commentando a caldo la sentenza Musotto, i dubbi e le certezze che aveva espresso sul caso Andreotti. «Puccio, il presidente uscente sconfitto, fu eletto sull’onda dell’arresto di Musotto – ragionava Macaluso –. E io credo che fondare un successo politico su una vicenda giudiziaria sia un grosso limite, un qualcosa che falsa il vero responso. Tant’è che di solito chi ha governato è in una posizione di forza, viene riconfermato. Qui no, Musotto ha battuto Puccio e al primo turno». Vincere per via giudiziaria, secondo Macaluso, rappresentava in realtà una sconfitta.

Io credo – dichiarava ancora – che il partito abbia commesso un grave errore: c’è stata una sentenza di piena assoluzione per Musotto che dimostrava chiaramente l’esistenza di un’ingiustizia. Bene, ci si è arrampicati sugli specchi sostenendo posizioni della Procura di Palermo, la quale non ha accettato il responso del tribunale ritenendolo sbagliato. Addirittura Caselli ha fatto capire di considerare quella sentenza il gesto di un magistrato che non aveva avuto il coraggio di accertare l’accusa. Questo è incredibile, è come dire che i tribunali sono inutili e devono solo ratificare quanto fatto dalle procure. Invece la giustizia è fatta soprattutto di sentenze, quelle contano. Ma il mio partito ha voluto fare uso della leva giudiziaria.

La sentenza dimostrava, sempre secondo Macaluso, che non si poteva recidere il legame tra politica e mafia ricorrendo al potere eccezionale dei giudici perché in questo modo si rischiava di travolgere lo Stato di diritto: «il mio partito non ha voluto capire – dichiarava – che il modo con cui si affronta la lotta alla mafia è essenziale ai fini della garanzia delle istituzioni. O la si affronta con fermezza ma sul terreno dello Stato di diritto in tutte le sue implicazioni o le istituzioni vengono sconfitte. La lotta alla mafia non è più dura se non rispetta le regole, semmai è vero il contrario»[7].

[1] La cronaca e le citazioni in N. Franco, E gli avvocati scioperano subito, in «Corriere della sera», 9/11/1995.

[2]Cit. in F. Cavallaro, Palermo, sit-in degli avvocati per Musotto, in «Corriere della sera», 14/11/1995 e in F. La Licata, Rissa sul caso Musotto, in «La Stampa», 14/11/1995.

[3] L’analisi in F. Cavallaro, Macaluso: spariti i grandi mediatori, la mafia ora uccide. «Avevano un ruolo di congiunzione nella società. Non solo elettorale, anche culturale», in «Corriere della sera», 13/11/1995.

[3] Il documento e le parole in F. Cavallaro, Forza Italia: vittima di Cosa nostra, in «Corriere della sera», 16/11/1995

[4] La cronaca e le dichiarazioni in U. Rosso, Antimafia, battaglia sul voto sporco, in «La Repubblica», 9/11/1995.

[5] Il racconto in A. Bolzoni, Applausi all’ex presidente: basta con mafia e antimafia, in «La Repubblica», 6/4/1998.

[6] Le dichiarazioni in E. Mignosi, Mussotto assolto: non è mafioso, in «Corriere della sera», 5/4/1998.

[7] L’intervista in E. Caiano, Macaluso: la quercia ha sposato le tesi sbagliate di Casselli ed ha perso, in «Corriere della sera», 26/5/1998.

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