Il crocevia della morale. Papa Francesco a Lampedusa

Quando Domenico Modugno andava a Lampedusa, il blu dipinto di blu era quello a largo della Spiaggia dei Conigli. La sua voce risuonava tra le insenature e gli isolani, come i pochi turisti, facevano esperienza di un impasto scaglioso di mare e di cielo. Non meno a Sud di ieri mattina, l’isola era l’appezzamento accessorio di una Penisola lontana, dove osservare la sopravvivenza del mestiere antico della pesca oppure abbandonarsi alla contemplazione, al sublime.

Gli americani, a dire il vero, vi avevano impiantato una base militare. Equidistante dall’Africa e dall’Europa, rosa dei venti del Mediterraneo, Lampedusa è un luogo strategico, un crocevia militare di prima importanza. Lo sapeva bene, del resto, il colonnello Muammar Gheddafi, che il 15 aprile del 1986 vi lanciò due missili SCUD. Come non approfittare di un pezzo d’Europa “fuori posto”?

L’arrivo di Papa Francesco I al porto di Lampedusa a bordo di una nave della Guardia costiera è un evento dal forte impatto comunicativo e costituisce il tentativo di ottimizzare e capitalizzare sul piano simbolico ciò che l’isola siciliana è stata di fatto nel corso degli ultimi dieci anni: il luogo di approdo di migranti provenienti da tutto il mondo.

La prima missione pastorale di un pontefice “rivoluzionario” come Francesco I si svolge in questo lembo di terra, circondato da un mare quasi sempre agitato; nel luogo in cui sbarcano quegli individui che vengono sottoposti ai diversi dispositivi che regolamentano il fenomeno migratorio, ma che spesso trovano l’unica forma di riconoscimento al di fuori del diritto, nel sistema di ruoli definiti dalla morale cristiana: le vittime, “gli ultimi”. È grazie a loro e attraverso di loro che, oggi, la cultura e l’iconografia religiosa tornano a esercitare la loro efficacia nelle comunicazioni umanitarie, in quanto forme di secolarizzazione del sistema di valori e di pratiche originariamente definiti all’interno della cultura e dell’iconografia religiosa.

Rivoluzionario, Francesco, che addita l’“indifferenza verso gli altri” e promuove la solidarietà, abbandona il crocifisso d’oro e arriva in barca, si rivolge ai clandestini. Ma dove cadono le sue parole? Come tradurre in forme giuridiche praticabili e vincolanti le parole del Pontefice? Come reagire alla “globalizzazione dell’indifferenza” e, occorre aggiungere, alla sua istituzionalizzazione nelle leggi sull’immigrazione degli ultimi anni?

È banale ricordare che lo Stato sottoposto alla sua sovranità costituisce un’entità del tutto autonoma – un’enclave del territorio della Repubblica Italiana – rispetto a Lampedusa e alle aree europee interessate dai fenomeni migratori. Le parole di Francesco, il suo eloquio, la sua comunicazione tanto efficace da conquistare i più restii, mirano dunque a reintrodurre la sfera dell’etica all’interno dell’agire politico dell’Italia e dell’Europa tutta, oppure costituiscono l’ennesima forma di “colonialismo” morale e umanitario?

In sintesi: a prendere la parola a Lampedusa è stato san Francesco o Francesco I?

A un certo punto dell’omelia, traendo ispirazione dalla commedia Fuente Ovejuna di Félix Lope de Vega, il Papa ha introdotto con una certa forza il tema politicamente scomodo della responsabilità individuale e collettiva nei confronti dei molti migranti morti in mare:

Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo.

Ma alla fine, per equilibrare la durezza della denuncia ha concluso con le immagini del pianto e della compassione:

Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere.

Saper comunicare costituisce oggi (come ieri) la condizione per governare la morale e orientare i comportamenti individuali e sociali su un piano transnazionale. Il Pontefice non può farsi garante dei migranti sul piano giuridico, ma coglie a pieno, con questo viaggio, l’importanza strategica di “geotaggarsi” nel cuore del Mediterraneo: al di là della geografia della migrazione che prevede molteplici snodi, Lampedusa può assurgere allo statuto di luogo simbolico, capitalizzabile come crocevia della morale umanitaria: la forma di governo più caratteristica del presente, e in merito alla quale la Chiesa vanta un’esperienza millenaria.

Ma se Lampedusa diventa il crocevia simbolico della morale e una forma di territorializzazione della politica della compassione, è la morale stessa a trovarsi a un crocevia. Dietro i bei gesti e le parole del Pontefice – come non condividerli? –, dietro la compassione e l’importanza del pianto, come temi iconografici e forme di governo efficaci, si è creato un consenso trasversale da parte della politica, dei media e dell’opinione pubblica che mette in ombra la prima parte dell’omelia. Un consenso che rischia di nascondere le molte responsabilità e gli errori, accumulati negli anni, piuttosto che favorire la maturazione di una nuova via per le politiche migratorie.

Nel blu del mare, Papa Francesco ha lasciato cadere una corona di fiori in memoria delle vittime dei “barconi della speranza”, ai quali ha rivolto una preghiera. Gli atei e gli scettici dicono di non sapere che farsene di questi gesti, quando in Italia si continua a legare la migrazione alla clandestinità, mentre la Chiesa vi individua un campo privilegiato per la sua missione pastorale. Altri ancora si domandano perché il Pontefice non abbia indirizzato in modo più puntuale l’irta spina dell’etica contro le norme e i dispositivi aberranti del nostro tempo: poteva entrare nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) presente nell’isola… Si è limitato al campo sportivo, alla zona del porto…

Ma forse, anche se d’improvviso Francesco scendesse dalla barca e toccasse l’acqua dell’Isola dei Conigli il tutto sarebbe comunque sovraccarico sul piano simbolico: è troppo forte il peso di un’iconografia millenaria per poter veramente credere a un’immagine, sciogliere il gesto codificato e innescare un’azione politica rivoluzionaria e incisiva.

Eppure, è bello immaginare che basterebbe poco a rompere l’ordine del discorso, lasciare da parte la politica della compassione, prendere la nota giusta, un barattolo di vernice e iniziare a cantare…

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