Gli anni dell’austerità

Alcune riflessioni di Clara Capelli e Nicolò Rossetto sull’iniziativa referendaria per fermare l’austerità economica nella UE e ridare alle politiche nazionali spazi di manovra.

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Li ricorderemo come gli anni dell’austerità e del Fiscal Compact. Gli anni dei conti da rimettere in ordine come buoni ragionieri, del “non ci sono soldi”, dell’”attenti allo spread” e “la stabilità prima di tutto”. Le recenti elezioni europee hanno mostrato quanto diffuso sia il malcontento verso queste politiche di sacrifici che non danno alcun frutto e anche in Italia le critiche sono forti e numerose.

Benché sia chiaro agli occhi di molti che l’austerità europea sia più simile a un salasso che non a una medicina ricostituente, l’inversione di rotta non è facile. Ci ha timidamente provato il premier Renzi all’inizio del semestre italiano di presidenza della UE con il “rigore nella flessibilità” o l’”austerità flessibile”, un giro di parole per dire che le regole non vengono messe in discussione ma semplicemente si posticipa la scadenza per conformarsi a esse.

E poi c’è un’altra iniziativa, promossa da un gruppo di intellettuali di diversa formazione e storia politica. Quattro quesiti referendari per abrogare alcune parti della legge 243 del 2012, riguardanti le modalità di attuazione della legge costituzionale 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il cosiddetto “pareggio di bilancio” in ottemperanza al Fiscal Compact, a sua volta approvato in sede europea durante le fasi più critiche della crisi del debito due anni fa. L’intento è quello di liberare l’Italia dalle briglie dell’austerità e riconquistare spazi di azione e dibattito per politiche che non abbiano l’ordine dei conti come priorità.

Perché il pareggio di bilancio non è una regola aurea, non è buono in sé. È figlio di precise teorie per cui – semplificando molto – “l’equilibrio tra entrate e uscite” sarebbe una condizione imprescindibile per ottenere credibilità sui mercati finanziari, garantirsi uno spread basso e quindi prestiti a tassi d’interesse contenuti. Il che dovrebbe stimolare gli investimenti e promuovere crescita economica e occupazione. In nome di ciò, allora, si è pronti a tagliare la spesa pubblica e aumentare le tasse, perché stato e cittadini spendaccioni non rendono l’economia stabile nè affidabile.

Questa è una storia, ma i fenomeni economici si possono interpretare e raccontare anche con altri approcci. Per esempio, gli investimenti non si fanno se è ragionevole aspettarsi che la gente non comprerà, se manca il “potere d’acquisto” o anche solo la volontà di spendere. E allora, sempre semplificando moltissimo, in questo caso la spesa pubblica serve, perché c’è bisogno di uno stato che intervenga quando il privato esita, annaspa o guarda da un’altra parte.

Si va in deficit? Aumenta il debito? Ebbene, il tabù del pareggio di bilancio prima di tutto si può infrangere, si può guardare da un’altra parte, affermare che un deficit non è necessariamente l’indicatore di uno stato scellerato e dalle mani bucate, bensì di politiche che vogliono portare a una crescita (possibilmente equa e inclusiva) perseguendo altre strade e altri obiettivi. Visti i risultati che l’austerità ha portato finora, un tentativo varrebbe la pena farlo.

I quattro quesiti non interessano direttamente l’articolo 81 della Costituzione – come modificato dalla legge costituzionale 1/2012 che appunto recepisce il Fiscal Compact – ma come detto in precedenza la legge 243/2012, la quale disciplina l’applicazione di quanto sancito dalla Costituzione. Lo scopo è quello di modificare alcuni aspetti della legge, così da riguadagnare allo Stato e alla politica dei margini di manovra:

– Il quesito 1 intende modificare le norme che considerano il pareggio la soglia minima degli obiettivi di bilancio;

– Il quesito 2 riguarda il principio del pareggio come rigido e automatico criterio di applicazione degli obiettivi definiti dal Fiscal Compact, per un approccio più ragionato ed elastico alla programmazione di bilancio;

– Il quesito 3 va a mettere in discussione il divieto all’indebitamento pubblico, concesso solo in casi straordinari (calamità naturali, emergenze da crisi finanziarie, etc.);

– Il quesito 4 si propone di abrogare l’obbligo a ricorrere automaticamente a manovre correttive (sostanzialmente aumenti della pressione fiscale e tagli alla spese pubblica) quando il bilancio si discosta in modo “significativo” dagli obiettivi del Fiscal Compact.

La scadenza per la raccolta delle 500.000 mila firme necessarie per indire il referendum è la fine di settembre. Maggiori informazioni in merito sono disponibili sul sito web del referendum e sulla relativa pagina Facebook. Si potranno trovare indicazioni circa dove e quando firmare, oltre che tutta la documentazione necessaria per organizzare delle iniziative di raccolta firme.

La lentezza del periodo estivo non aiuta, così come molti sono i problemi giuridici da affrontare, in particolare per via dei limiti che la nostra Costituzione pone alle consultazioni referendarie, le quali infatti non possono tenersi per leggi tributarie e di bilancio, nonché in materia di ratifica di accordi internazionali (articolo 75 Cost.).

Tuttavia, è importante prendere coscienza che un’alternativa all’austerità esiste. Che si può chiedere alla nostra classe politica di rinegoziare le regole del gioco. Che con un poco di impegno possono emergere e affermarsi idee diverse e anche, si spera, più giuste.

[L’articolo è già apparso su Q CODE Magazine].

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