Georges Bataille – Di capi e salvatori

Estratto del saggio introduttivo di Marco Tabacchini al libro di Georges Bataille, “Il problema dello Stato e altri scritti politici”, Casa di Marrani (Brescia, 2013).

Pubblichiamo un estratto di L’esclusione come problema politico, il saggio introduttivo di Marco Tabacchini al testo di Georges Bataille, Il problema dello Stato e altri scritti politici, edito da Casa di Marrani (Brescia, 2013). Casa di Marrani è una casa editrice indipendente, co-fondata dallo stesso Tabacchini, a Brescia, nel 2010. Ha già pubblicato la traduzione del testo di Michel Surya Della dominazione. Il capitale, la trasparenza e gli affari (a cura di Silvia Uberti e Marco Tabacchini, 2011).

Gli stessi sostenitori delle democrazie e del capitalismo avrebbero inizialmente visto nei fascismi la promessa realizzata del controllo e dell’unità, a fronte della lacerazione inaugurata dalle rivendicazioni del movimento operaio. Facendo fede a una tradizione propriamente occidentale, secondo cui il tempo della crisi incarnerebbe non tanto l’aporia costitutiva della democrazia – la quale porterebbe inscritta quale propria radice la sempre possibile deriva totalitaria – quanto piuttosto il suo doppio spettrale e ricorrente, il movimento fascista si sarebbe visto legittimato, nella sua opera di unificazione, allo stesso modo in cui un tempo furono accolti l’imperium e la dittatura. La disgregazione del vecchio equilibrio, disgregazione paventata da una classe sociale attanagliata dal presentimento della propria scomparsa, avrebbe costituito il balzo necessario al fascismo per saturare – tanto in senso totalitario quanto in senso salvifico – ogni aspetto dell’esistenza mediante il compimento irrevocabile della disgregazione stessa.

[…]

Il fascismo è riuscito ad assumere pienamente il compito di dirigere e polarizzare l’inquietudine di una società provata dalla recente guerra civile e ancora lacerata dalle lotte di classe. In altre parole, esso ha saputo politicizzare la Stimmung di un’epoca – la sua angoscia – istituzionalizzandola nei termini di disgusto e odio, spinti fino al parossismo, nei confronti dell’insopportabile concretezza di una prossimità ritratta come nemica.
La domanda formulata da Luigi Fabbri dieci anni prima, «lo Stato è forse il fascismo?», trovava così una risposta – così disperata, così angosciosa da farsi inconfessabile – nelle riflessioni di Bataille: «Il termine delle lacerazioni provocate dal capitalismo e dalla lotta di classe, il termine del movimento operaio, non sarà, semplicemente, questa società fascista – radicalmente irrazionale, religiosa – in cui l’uomo non vive che per e non pensa che mediante il Duce?».

[…]

Numerosi scrittori hanno tentato di delineare la valenza politica dell’autorità e del potere carismatico, il prestigio e il fascino che contraddistinguono la figura dell’«uomo provvidenziale, il trascinatore di folle per vocazione, il capo dalle pretese qualità eccezionali che fa la sua comparsa, come un “salvatore”, durante i periodi di crisi». Figura mitologica per eccellenza, situata al crocevia tra quella del messia e quella del dittatore romano, il capo incarna innanzitutto il centro mistico e sacro attorno al quale il popolo può aggregarsi e riconoscersi. Ma se «parlare di movimenti senza leader è quasi come descrivere il corpo trascurando l’anima», una tale descrizione non può essere risolta attraverso l’elenco delle qualità personali del capo, il riconoscimento dei suoi caratteri, come se solo in queste si celasse il segreto della sua efficacia. Del resto, se, come ricorda Legendre, «non esistono capi divini che non abbiano la passione di una Salvezza», si tratterà piuttosto di cogliere con quali modalità una simile passione può dispiegarsi, e in che modo essa intimamente conservi quell’illimitata disponibilità nei confronti delle figure salvifiche che da sempre agisce in favore della sacralizzazione dei capi.

Più che di una descrizione del singolo capo, sarà allora questione di tratteggiare la funzione che questo riveste, il posto strutturale che occupa. Quel che sembra qui infatti delinearsi, e in maniera sempre più manifesta, non è altro che il dispiegamento e il radicamento di un culto dal «carattere essenzialmente organico», con precise feste e un’altrettanto precisa ritualità, dotata non solo di cerimonie e spettacoli, ma anche di un linguaggio sacrale a tal punto efficace da catturare le immagini e sottometterle alle proprie idee senza parole. Un culto che trova nel capo e nella sua sovranità il fattore di attrazione e aggregazione – in altri termini: di mobilitazione – delle masse, e di un popolo così trascinato ad adorare se stesso mediante l’adorazione del proprio leader (mostrando così l’aporia funzionale insita nei due corpi del popolo).

È in questo senso che il culto del capo si è sempre accompagnato, secondo una necessità riconosciuta, a un ripiegamento coincidente con il culto del pubblico verso se stesso, e al carattere tanto fondante quanto unificante di ogni gesto di acclamazione. Da qui emana l’aspetto inevitabilmente teatrale di tale culto, in quanto la manifestazione impetuosa del principio che esso incarna non può che accompagnarsi all’altrettanto immediato riconoscimento del popolo in se stesso, chiamato così a comparire sulla scena stessa del politico. Il culto del capo non sarà così altro che l’aspetto spettacolare, e personificato, del culto dell’omogeneità, la cui liturgia impone l’assorbimento e l’incorporazione nella massa del suo stesso trascinatore, elevato non tanto a guida o principio di legittimità, bensì a garante del riconoscimento e della compiuta identificazione. In altre parole, elevato a portatore dello specchio attraverso il quale è tutto un popolo a doversi riconoscere.

Quale incarnazione dell’istanza imperativa, il capo guida tale movimento di aggregazione da un posto solo apparentemente situato all’esterno: strumento della visione e del riconoscimento del popolo in se stesso, «statua animata e risonante simboleggiante la folla», il capo non è altro se non il principio stesso della mediazione e della commisurazione dei rapporti, l’icona gloriosa offerta al desiderio d’identificazione. In tal senso, l’antico dogma tendente a organizzare gerarchicamente le differenti parti del corpo politico può sopravvivere e riproporsi soltanto grazie alla specifica funzione del capo, funzione non più organizzatrice bensì essenzialmente mediatrice, legata al processo di immanentizzazione del corpo politico, del suo ripiegamento in se stesso come della sua compiuta identità (e proprio «questa integrazione nello Stato del detentore eterogeneo del potere» – il duce, il capo e il trascinatore – «costituisce nondimeno uno dei più importanti caratteri specifici del fascismo»). Sarà lo spazio limitato circoscritto da un tale movimento a donare al popolo la sua densità specifica, e a permettere allo stesso di organizzarsi facendo corpo, di unificarsi secondo la pressione della paura nei confronti della disgregazione, della crisi prodotta dalla lotta intestina – dalla lotta di classe.

Indice

Introduzione – L’esclusione come problema politico

di Marco Tabacchini

Il problema dello Stato e altri scritti politici

I

Il problema dello Stato

Sullo Stato

Né Dio né padroni…

Padroni o schiavi?

Questa critica…

Il fascismo in Francia

Tentativo di definizione del fascismo

Questo aspetto religioso manifesto…

Malraux André, La condizione umana

Céline Louis-Ferdinand, Viaggio al termine della notte

Roujou André, Filosofia militare

II

La regalità dell’Europa classica

L’eterogeneità superiore…

La struttura sociale

La polarità umana…

Zusatz

In effetti la vita umana…

L’abiezione e le forme miserabili

I miserabili

Le cose abiette

Il disgusto

L’esercito mistico

Il sacrificio

III

Aspettando lo sciopero generale

Il fallimento del Fronte popolare

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