Forensic Oceanography – Uno sguardo disobbediente 2/2

Forensic Oceanography è un progetto che si propone di documentare le violazioni dei diritti dei migranti che avvengono ai confini marittimi dell’Unione Europea. Qui la prima parte.

 

3. I sistemi di visione e sorveglianza all’opera nel Mediterraneo non si limitano certo tuttavia ai soli mezzi fotografici tradizionali ma comprendono anche molti altri sistemi di rilevamento a distanza. I vari sensori elettro-ottici e i radar presenti a bordo delle motovedette così come sulle coste lanciano segnali radio verso il mare e, in determinate condizioni ambientali, possono registrare la presenza di natanti non identificati, la cui effettiva presenza e natura dovrà poi essere verificata dagli aerei, elicotteri e mezzi navali preposti a tale compito. Fondamentale in questo senso è anche l’analisi dei dati AIS, il sistema di identificazione che, su navi di una certa dimensione, trasmette automaticamente informazioni riguardo la localizzazione e l’identità di tali imbarcazioni. Tali informazioni in tempo reale sono, come si vede dalla successiva immagine, in gran parte pubblicamente accessibili.

Un altro mezzo che viene sempre più utilizzato per monitorare il traffico marittimo e quindi anche la presenza di migranti sono le immagini satellitari. Numerosi satelliti equipaggiati con sensori ottici o radar ad apertura sintetica scansionano di continuo la superficie del mare che, grazie all’uniformità che la contraddistingue, rende possibile individuare la presenza di grandi imbarcazioni. Anche in questo caso però l’efficacia di questa tecnologia dipende da una serie di fattori (in particolare, il compromesso fra estensione della zona osservata e risoluzione dell’immagine acquisita) che ne limitano in maniera importante l’efficacia, in particolare quando vengono utilizzate per individuare le barche usate dai migranti, solitamente molto piccole. Un’altra importante fonte di informazione sulle migrazioni per mare è la localizzazione dei telefoni satellitari che spesso i migranti portano con sé per chiamare aiuto nell’eventualità di un’avaria.

Le informazioni così raccolte vengono poi combinate all’interno di centri di comando che attraverso processi di Multi Sensor Fusion (ossia la capacità di integrare informazioni provenienti da tipi di sensori diversi) cercano di ricostruire una visione sintetica di ciò che succede in mare, lontano dalla costa. Questo avviene sia in centri con compiti civili, come quello della Guardia Costiera, sia prettamente militari, come quello della NATO a Napoli[1]. Ma nonostante i sempre maggiori sforzi e i toni entusiastici delle varie industrie attive nel campo dei sistemi di difesa, si è lontani dal giungere ad una visione panottica e gli stessi controllori dell’immigrazione riconoscono che la conoscenza che si può avere di ciò che avviene in mare non può essere che parziale. Il fatto che, nonostante tutti gli sforzi profusi, varie centinaia di migranti riescano ancora a raggiungere le coste italiane senza essere intercettati (o venendo intercettati solo una volta arrivati a poche centinaia di metri da quelle coste), é la prova più lampante che una sorveglianza totale non solo non è vicina, ma non è neanche possibile.

Anche se questo non sembra certo essere, per lo meno da un punto di vista istituzionale, una conseguenza intenzionale e pianificata del regime di frontiera, esso ne è comunque un esito in qualche maniera produttivo, il risultato di una governamentalità che è in eccesso alla somma delle singole azioni, spesso in contrasto fra loro, intraprese da quella pluralità di agenzie che in varia maniera e a vario titolo cercano di esercitare un governo delle migrazioni. Da un lato, il fatto che diverse centinaia di migranti continuino ad entrare in Europa “di nascosto” significa che essi vanno ad ingrossare le fila di “illegali” che costituiscono la grande maggioranza di quella manodopera facilmente sfruttabile che popola i campi agricoli del sud e le industrie edili del nord. Come scrive sempre Florian Schneider,

la funzione essenziale del regime di frontiera è di rendere innocua non solo ogni previa esperienza ma anche ogni desiderio futuro di coloro che attraversano il confine. Appena oltrepassata la frontiera, ingeneri si trasformano in addetti alle pulizie, accademici in lavoratori del sesso, professori in braccianti occasionali o lavoratori domestici – pronti per essere sfruttati sull’informale mercato del lavoro tardo-capitalistico.

Ma il fatto che ciò che avviene in mare aperto non sia completamente e immediatamente visibile è un aspetto produttivo del regime di frontiera anche in un altro senso. Le operazioni di intercettazione/salvataggio avvengono infatti in uno spazio che si situa al di là dei limiti dell’osservazione critica della società civile, dove é quindi molto più difficile monitorare quello che accade e trovare i responsabili di eventuali atti contro i migranti stessi. Atti che violano i loro diritti, come per esempio i respingimenti che sono stati effettuati verso la Libia, possano avvenire nell’impunità garantita dall’assenza di occhi indiscreti. Allo stesso modo può accadere che una barca con a bordo 72 persone possa essere lasciata alla deriva per quindici giorni senza acqua né cibo dopo essere stata avvistata da vari aeromobili ed imbarcazioni militari e civili, causando così la morte di 63 di essi[2]. Nonostante le evidenti responsabilità dei vari stati europei e di tutti i soggetti che hanno giurisdizione o semplicemente si trovano in quelle acque, l’unica speranza é che, come nei casi citati, alcuni dei sopravvissuti a questi episodi trovino la possibilità di testimoniare contro coloro che hanno agito in questa maniera, ma anche in quel caso documentare e ricostruire i fatti resta molto difficile e comunque sempre legato alla presenza e alla reperibilità di testimoni.

4. Quello che a prima vista dunque poteva apparire come un campo attraversato da un divisione netta e inequivocabile fra due ambiti ben distinti, con da una parte la logica di clandestinità dei migranti e dall’altra quella di volontà di trasparenza assoluta dei controllori delle migrazioni, ci appare ora sempre più attraversato dalla presenza di zone grigie che rendono possibile e addirittura favoriscono l’emergere di ambiguità e paradossi. In questo contesto, rendere visibile e mantenere nella clandestinità non sono due operazioni sempre in contrasto fra loro, ma entrambe, a seconda delle circostanze, possono divenire strategie utili alla stessa logica. I migranti stessi, come detto, spesso portano con sé un telefono satellitare per avvertire le autorità in caso di avaria del motore della loro barca. La volontà di muoversi di nascosto deve essere sempre misurata in relazione al rischio di morire di nascosto.

Ma anche, e forse soprattutto, le stesse organizzazioni non-governative e le reti di attivisti che si dedicano alla difesa dei diritti dei migranti devono fare i conti con questa situazione. In fondo tutte queste pratiche, seppur ovviamente con altri fini, cercano di gettare luce su quello che avviene al confine e nel fare questo rischiano, seppur inconsapevolmente, di diventare parte dello stesso apparato di controllo e governo delle migrazioni. Qualsiasi pratica che cerchi di monitorare i controllori dell’immigrazione e documentare le violenze che avvengono al confine si trova dunque ad operare nello stesso campo di immanenza e deve fare i conti con gli stessi paradossi accennati sopra.

Il nostro tentativo di documentare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti in mare, che cerca di usare, sovvertendone la funzione, gli stessi mezzi di controllo dell’immigrazione contro loro stessi per individuare i responsabili delle violazioni dei diritti dei migranti, ne é un esempio lampante. Come può quest’atto di svelamento avere efficacia politica senza rischiare di diventare complice con lo stesso regime che cerca di abbattere? Una possibile risposta, che ha guidato negli ultimi tempi il nostro lavoro e che vorremmo suggerire qui in via provvisoria, é quello che abbiamo definito uno “sguardo disobbediente”, uno sguardo cioè che cerca di svelare ciò che il regime di frontiera tenta di tenere nascosto (le violenze, le morti, le violazioni dei diritti, ecc.) ma che al contempo non vuole rivelare ciò che quello stesso regime cerca a tutti i costi di mostrare.

Un modo interessante per pensare a questo problema lo offre di nuovo Rancière nelle sue “Tesi sulla politica”. La tesi numero otto recita infatti: “L’intervento poliziesco nello spazio pubblico non consiste innanzitutto nell’interpellare i manifestanti ma nel disperdere le manifestazioni. La polizia […] é innanzitutto il richiamo all’evidenza di ciò che c’é, o piuttosto che non c’é: ‘Circolare! Non c’é niente da vedere’. La polizia dice che non c’é niente da vedere su una carreggiata, niente altro da fare se non circolare. […] La politica consiste nel trasformare questo spazio di circolazione in spazio di manifestazione di un soggetto: il popolo, i lavoratori e i cittadini. Essa consiste nel riconfigurare lo spazio, quel che c’é da farvi, da vedervi, da nominarvi.” Esercitare uno sguardo disobbediente vorrebbe allora dire non solo rifiutare l’ingiunzione del potere di guardare da un’altra parte, ma più precisamente contestare innanzitutto la decisione di ciò che, in un determinato spazio (il mare nel nostro caso), ci sia da vedere e da osservare. Contestare quindi, per usare un’espressione cara al filosofo francese, una determinata partizione del sensibile.

Del resto, tale forma di contro-estetica é già presente e attiva in vari modi. Nei video e nei racconti delle traversate registrati dai migranti coi telefonini, nelle chiamate telefoniche ad amici e parenti effettuate durante la traversata, nei network informali attraverso i quali si diffonde e circola una vera e propria conoscenza del confine, nelle manifestazioni delle associazioni di parenti dei dispersi in mare che lottano per fare chiarezza su ciò che é accaduto ai loro familiari, il Mediterraneo é già diventato qualcosa di diverso da quella zona di impunità dove tutto era concesso e nessuno responsabile. In sostegno a queste mobilitazioni, il nostro progetto cerca di contestare e mettere in discussione proprio questa partizione del sensibile per far emergere la profonda responsabilità politica delle migliaia di morti avvenute ai confini marittimi dell’Europa.

Note

[1] Pur non avendo la possibilità di espandere qui su questo punto, é importante richiamare come la sovrapposizione fra tattiche militari anti-terroristiche e strategie di controllo dei confini sia sempre maggiore. Quello che, in un ottica securitaria, accomuna “terroristi/ribelli” e “immigranti illegali” è la capacità di non essere chiaramente differenziabili dal resto della popolazione. Il tentativo é quindi sempre di più quello di individuare il nemico all’interno del normale flusso di navi passeggeri e cargo, ma senza pregiudicare la possibilità di circolazione di queste ultime.

[2] Ci riferiamo qui al caso ormai noto come caso della “left-to-die boat”, sul quale abbiamo svolto accurate ricerche confluite in un rapporto che è stato poi allegato ad un’azione giuridica contro ignoti per non-assistenza di persone in pericolo in mare.

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