Fanon oltre Fanon: un’attualità mai in discussione

L’articolo qui tradotto è la prima parte di un lavoro articolato in quattro interventi che saranno pubblicati su Middle East Monitor.

La scelta di presentare questo articolo ha una duplice valenza: da un lato, il riconoscimento dell’assoluta attualità del pensiero di Franz Fanon ogni qualvolta si vogliano porre in evidenza relazioni tra soggetti, alla cui base si possa individuare un chiaro discorso razziale. La seconda risiede nell’essere Fanon uno dei grandi intellettuali diasporici che, dalla fine dell’Ottocento fino ai nostri giorni, hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo degli studi postcoloniali. Ed è proprio da questo indissolubile intreccio tra discorso razziale e critica postcoloniale, a cui Fanon dà un contributo fondamentale con la propria formazione psicanalitica, soprattutto in chiave di definizione del concetto di identità, di riconoscimento (ma non solo), che la lettura del suo contributo offerta da Nick Rodrigo all’interpretazione di quanto accade in Israele e Palestina risulta particolarmente interessante, ma sarebbe più giusto dire in tutto lo scacchiere mediorientale. Se quello che si presenta in Palestina è definibile come una politica coloniale tout court, con tutte le caratteristiche che siamo abituati ad associare al rapporto tra entità coloniale ed entità colonizzata, è anche vero che quasi tutta l’area oggi definita genericamente come mondo islamico (come se fosse un corpo unico, indifferenziato al proprio interno) ha un passato di diretta colonizzazione, a cui R. J. C. Young in Postcolonial Remains riconduce storicamente l’emergere di un Islam radicale e delle sue forme più conosciute (lo scritto è del 2012, quindi non include Daesh), come “prodotto dialettico dell’interazione di lunga durata tra Islam e Occidente”.

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Fanon in Palestina: un saggio in quattro parti[*]

Nick Rodrigo

Perché Fanon? L’indispensabilità del pensiero e l’urgenza di azione

La Palestina è in preda a una rivolta. È iniziata con le proteste e le manifestazioni per la presenza degli attivisti israeliani del “Monte del Tempio” (e dei loro sostenitori politici) presso la moschea Al-Aqsa a Gerusalemme, il pilastro simbolico della spiritualità palestinese e del riscatto nazionale. La rivolta si è diffusa in altre città su entrambi i lati della Linea Verde. Da Nazareth a Nablus a Betlemme, i giovani palestinesi sono scesi in piazza, lanciando pietre e bottiglie molotov contro un’occupazione che gli nega il futuro e consegna i loro corpi agli ingranaggi di una macchina coloniale che li frantuma. Gli atti individuali di violenza hanno anche iniettato un senso di terrore nella popolazione israeliana, provocando uno stato paranoico, a cui hanno risposto con brutalità sfrenata il suo esercito e la sua popolazione civile, con continui linciaggi di massa.

Queste manifestazioni e questi attacchi violenti da parte dei palestinesi, non organizzati, sporadici e guidati da giovani, non sembrano essere legati ad alcun partito politico. Il rifiuto di fazioni politiche in qualità di incubatrici di azioni ribelli da parte dei “Figli di Oslo” è forse l’atto d’accusa finale al disagio politico che ha caratterizzato il mandato di Mahmoud Abbas come presidente palestinese; questi ha operato a doppio filo con gli israeliani, proteggendo un regime che tutela unicamente gli interessi della sua classe politica.

La “questione della Palestina”, come Edward Said l’ha definita, ha subito dal 1948 numerose modifiche: è passata attraverso la Nakba del 1948, al concetto di Sumud, che ha caratterizzato la prima intifada, agli accordi di Oslo, all’attuale divisione e status quo del post-seconda intifada. Durante queste fasi, sono emerse varie posizioni e istituzioni normative, che hanno modificato la natura del movimento nazionale palestinese. Tuttavia, la realtà del colonialismo israeliano è rimasta lo stessa: violenta, intransigente e irresponsabile. Al fine di comprendere correttamente gli eventi in corso in Palestina è di vitale importanza riprendere gli scritti dello psicologo rivoluzionario martinicano-algerino, Frantz Fanon, il cui pensiero ha dato un contributo essenziale allo sviluppo degli studi postcoloniali.

Rebel Without a Pause

Il 1925 fu un anno eccezionale per i rivoluzionari neri. Nello spazio di dodici mesi, nacquero Malcolm X, Patrice Lumumba, e Frantz Fanon. L’appassionata polemica e le indagini psicoanalitiche di quest’ultimo fornirono ad ampie fasce di umanità il quadro di riferimento per estirpare quegli strati di oppressione che caratterizzavano le loro vite sotto il giogo del colonialismo. Nella sua breve vita, Fanon sviluppò una filosofia che ha fornito ai popoli colonizzati la traccia per la rottura del loro “stupore”, per creare un “uomo nuovo” e una nuova forma di resistenza al dominio e l’oppressione. Oltre a essere in possesso di una grande vivacità letteraria e di intrigante intellettualità, Fanon fu in grado di intrecciare le proprie esperienze soggettive con le sue opere. Al momento della sua morte prematura a trentasei anni, Fanon aveva avuto esperienze di prima mano della società coloniale in una varietà di contesti: attraverso la sua giovinezza nel reparto coloniale francese della Martinica, il servizio per “Madre Francia” sul campo di battaglia contro la Germania nazista; la sua formazione accademica in città francesi e gli interventi con i rivoluzionari algerini del Front de Libération Nationale (FLN).

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Pelle nera, maschere bianche

In Pelle nera, maschere bianche, Fanon sviluppò una spiegazione psicoanalitica e “sociogenica” del razzismo anti-nero insito nelle società coloniali, basandosi sulle sue esperienze soggettive. In questo testo fondamentale, Fanon legge la dialettica fenomenologica hegeliana padrone/schiavo attraverso una ”lente nera”. Nella dialettica hegeliana, lo schiavo è in cerca di un riconoscimento e, per paura del padrone, sviluppa una specifica sensibilità, giungendo ad acquisire un pensiero indipendente e la consapevolezza del suo essere indispensabile e, quindi, della dipendenza del padrone da lui stesso. Per contro, nel caso dello schiavo nero, Fanon osserva che, “Quello che [il padrone] vuole dallo schiavo non è il riconoscimento, ma il lavoro.” Questo si è tradotto, per la persona di colore, nel desiderio di accedere ai “valori prodotti dai suoi padroni.” Fanon è d’accordo con Hegel quando afferma che il riconoscimento reciproco non viene raggiunto all’interno di questo quadro dialettico; nega, anzi, proprio a partire da questa affermazione, che lo schiavo nero raggiunga inevitabilmente una coscienza indipendente: “Ma l’uomo di colore non conosce il prezzo della libertà, perché non ha mai combattuto per essa.” Facendo proprie le parole di Malcolm X, Fanon ha scritto: “Se sei un uomo, nessuno può darti la libertà, te la prendi.” Questa continua lotta per il riconoscimento e la libertà ha connotato tutto il lavoro e la vita di Fanon.

La terapia rivoluzionaria ed il processo di dis-alienazione

Nel 1953 Fanon si trasferì dalla Francia coloniale a Blida, in Algeria, dove formulò un approccio rivoluzionario alla psicoanalisi e sviluppò rimedi di terapia occupazionale con le comunità indigene algerine, tentando di incorporare le idiosincrasie arabo-islamiche nel suo lavoro. Nel corso della sua carriera Fanon pubblicò 15 articoli sugli approcci psichiatrici e molte delle sue conclusioni in tale ambito s’intrecciarono con le sue considerazioni filosofiche in Pelle nera, maschere bianche. Al centro della psicoanalisi di Fanon e delle sue indagini “sociogeniche” si trova la ricerca della dis-alienazione dalla morte sociale indotta dal colonialismo. Ne Il Capitale di Marx, viene esaminata l’alienazione dal lavoro e, attraverso questo processo, è disvelato l’opposto dell’umanità nella società capitalistica: una società liberata dal capitale ed in grado di perseguire la sua prassi. Fanon analizzò le modalità in cui la società umana sottoposta al colonialismo è alienata dalla sua stessa creatività culturale. Per questo volle ideare un modo attraverso il quale liberarsi dalle riproduzioni coloniali di quanto è colonizzato. Per Fanon, il colonizzato deve attivamente perseguire il processo di dis-alienazione.

La violenza rivoluzionaria e le insidie del Neocolonialismo

Durante la sua permanenza in Algeria, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) si rivolse a Fanon perché fornisse cure mediche ed un rifugio ai suoi combattenti all’interno della sua clinica. Successivamente, Fanon assicurò il suo sostegno alla causa del FLN, collaborando con la pubblicazione El Moujahed e rappresentando il Fronte in varie conferenze in Africa sub-sahariana, dove strinse rapporti con il ghanese Kwame Nkrumah ed il congolese Patrice Lumumba. Con loro sviluppò l’idea di una Legione Africana per affrancare le nazioni africane dal colonialismo e dell’apertura di una rotta meridionale per il traffico di armi dall’Africa sub-sahariana all’Algeria. Fanon riteneva che la fine della lotta algerina avrebbe influito sull’andamento dei movimenti postcoloniali e delle nazioni africane recentemente liberate.

Con la pubblicazione di A dying colonialism (Un colonialismo morente), Fanon si era sensibilmente allontanato dal concetto di negritudine in favore di quello di rivoluzione come principale negazione nel suo quadro di riferimento decoloniale. Grazie al processo attraverso il quale i colonizzati scoprono sé stessi nella lotta nazionale e, al tempo stesso, realizzano il ruolo svolto dalle istanze nazionali e dalle particolarità razziali, una nuova umanità può essere plasmata.

Nel 1962, dopo aver ricevuto una diagnosi di leucemia, Fanon cominciò a lavorare a I dannati della terra, che sarebbe stato completato dopo alcuni mesi ma pubblicato solamente postumo. Scritto con un’energia quasi furiosa, I dannati della terra è una guida pratica senza tempo per i movimenti postcoloniali e, al contempo, un’opera di letteratura storica. È il trattato sulla violenza di Fanon, troppo spesso frainteso sia dai suoi detrattori sia dai suoi sostenitori. Diversamente da quanto alcuni sostengono, Fanon non valorizza la violenza ma riconosce che il colonialismo è, di per sé, manifestamente violento. Tale violenza ha modellato la costituzione sociale del suddito coloniale. La sua terra, vita e risorse sono state confiscate da uno stato di violenza e l’unica via di fuga da questo scenario è rappresentata dalla violenza. Con preveggenza, Fanon anticipa che, se questa violenza non è controllata, può ritorcersi contro il colonizzato, conducendo al tribalismo e al conflitto intestino. Da questo contesto potrebbe emergere un progetto neocoloniale, in cui le élites rivoluzionarie sarebbero disposte a barattare il loro capitale politico con i vecchi capitalisti, in cambio di potere politico e capitale, assicurando quest’ultimo un accesso rapace alle risorse e alla ricchezza.

Prima che morisse nel 1963, Fanon inviò una lettera di commiato al suo amico Roger Taieb, nella quale scriveva:

“Non siamo nulla su questa terra se innanzitutto non serviamo una causa, la causa del popolo, la causa della libertà e della giustizia. Desidero che tu sappia che, anche quando i dottori avevano perso ogni speranza, io pensavo ancora, seppure avvolto da una nebbia, eppure pensante, al popolo algerino, ai popoli del Terzo Mondo e, se sono riuscito a resistere, è stato grazie a questo pensiero.”

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L’occupazione israeliana come progetto neocoloniale

Quello che Fanon ci implorava di fare era considerare la lotta degli oppressi come quella per creare un nuovo modo di essere, una nuova forma di umanità. È nella lotta rivoluzionaria delle masse, insisteva Fanon, che giace il seme di una nuova umanità. La resistenza che esiste ancora oggi in Palestina non è un fenomeno nuovo bensì l’ultimo episodio di una battaglia, lunga decenni, per la libertà e, per dirla con le parole di Hegel e Fanon, per il riconoscimento. Non il riconoscimento del diritto di vivere in piccoli cantoni martoriati e ad una sussistenza alimentata con le flebo, ma il riconoscimento in quanto esseri umani, nel senso olistico del termine. Il lancio di pietre, gli accoltellamenti ed il lancio di razzi sono la reazione ad un regime coloniale che nega questo riconoscimento.

Attraverso questi saggi, le opere principali di Fanon, come è stato brevemente sopra illustrato, saranno utilizzate per presentare il movimento nazionale palestinese da quando si è reso indipendente dalla morsa paternalistica del mondo arabo e ha seriamente cominciato a cercare riconoscimento. La ricostruzione di questa storia, con un occhio fermamente puntato sull’opera di Fanon, si concluderà con la descrizione dello stato attuale del movimento: sostanzialmente privo di una guida ma ancora vivo. In tal modo si spera che il lettore non solo pensi a e solidarizzi con i Palestinesi ma anche che, per rispetto verso l’opera di Fanon, traduca questo sentire in azioni, nello spirito di un’umanità collettiva.

[*] Articolo, pubblicato in Jadaliyya e originariamente in Middle East Monitor.

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