Elogio della vertigine, o guerra senza fine

Pubblichiamo un estratto di “Elogio della vertigine o guerra senza fine”, il saggio introduttivo di Gianluca Solla al testo di Roger Caillois, “La vertigine della guerra”, edito da Casa di Marrani. Scritto negli anni successivi al secondo conflitto mondiale e tradotto integralmente per la prima volta in Italia, il libro di Caillois non si limita a indagare la mobilitazione totale perpetrata dai regimi del Novecento, ma mostra come, in maniera più inquietante, ogni democrazia rechi con sé, proprio nel suo rapporto con la guerra, il principio comune ad ogni deriva totalitaria.

caillois

[…] Che nome è guerra? Ovvero: di che cos’è il nome, la guerra? Nel prevalere del significante “guerra” rispetto al bellum, dunque nel prevalere della lotta senza campo rispetto all’ordine del combattimento cortese, e perciò della disseminazione della guerra rispetto alla sua limitazione, descritti da Guicciardini, siamo in grado di avvertire quella totalizzazione che è il segno più marcato dell’evoluzione moderna della guerra. In particolare, nella ferocia della wërra si annuncia una guerra che non ha più bisogno di venire dichiarata per essere in atto: il suo inizio, svolgimento e termine hanno luogo senza che sia necessario attenersi a regole precedentemente stabilite. La wërra coltiva un’altro rapporto sia con il tempo che con lo spazio, dunque con la morte: è guerra nel senso di farsi produzione di morte, ovvero assoggettamento della morte ai fini della propri realizzazione. Così, se il bellum è visibile, esplicito, pubblico, la guerra tende piuttosto a divenire una realtà invisibile, segreta, non dichiarata: il principio dello sterminio nazista che è passato alla storia come Nacht und Nebel ne costituisce lo strano paradosso in cui il sommo grado della distruzione e il suo dover passare senza lasciar traccia si sovrappongono, sino a diventare quasi indistinguibili.

D’altra parte, l’estensione della guerra non ha fatto altro che accrescersi, sino a raggiungere dimensioni inaudite. Il suo evento non riguarda più, come ancora un secolo fa, un campo di battaglia, ma il mondo stesso in tutta la sua ampiezza. Per questo motivo fa oggi parte della guerra tutta una serie di attività che classicamente non rientravano nel bellum. L’ipotesi che occorre porre – e per la quale la lettura di Caillois offre numerosi spunti – è se il problema non sia più la guerra in quanto tale, ma la sua totalizzazione ovvero il fatto che essa abbia finito con l’inglobare dentro di sé anche le attività del mondo civile.

Nella guerra cavalleresca la battaglia era – significativamente – offerta («Si offre battaglia» è la formula di prammatica): le regole cortesi forniscono un freno alla dissimmetria fondamentale del conflitto. È proprio al limite che la guerra moderna rinuncia progressivamente, lasciando che aumentino esponenzialmente tutte le asimmetrie presenti sul campo di battaglia. È nel senso di questa rinuncia del limite che occorre provare a leggere anche un cambiamento rilevante sul piano più strettamente fenomenico, che gli storici della guerra più attenti non hanno mancato di segnalare: la guerra cessa di essere fatta da battaglie; anzi l’assenza di battaglie – anche di quella battaglia finale e decisiva che è stata uno dei pilastri della polemologia classica – diviene la caratteristica più propria di una guerra che tende a farsi quanto più coestensiva con le condizioni stesse di una data epoca.

Uno dei meriti più inconsueti, e certamente più scomodi, del libro di Caillois è di aver posto con lucidità la domanda sul rapporto tra democrazia parlamentare e guerra. Nessun evento come la Rivoluzione francese è riuscito a imprimere alla guerra un’evoluzione determinante. Solo con la Rivoluzione la guerra diventa realmente “guerra totale”.

Con il decreto del 23 agosto 1793 la Convenzione stabilisce che tutti i Francesi debbano considerarsi in permanenza al servizio attivo dell’esercito della Rivoluzione. Questa prima determinazione o indeterminazione temporale che tende a fare del servizio militare un servizio duraturo, non più limitato al periodo di leva, trova la sua caratteristica decisiva in un’ulteriore annotazione, quella per cui il decreto rimane in vigore «fino a quando i nemici non saranno stati cacciati dal territorio della Repubblica» (p. 89). La presenza di questa entità imponderabile, ma presentata come verosimilmente considerevole, dei “nemici della Rivoluzione” giustifica la possibilità di prolungare indefinitamente uno stato d’allerta che fa virtualmente di ogni cittadino e di ogni cittadina un soldato.

L’esistenza indefinibile di un nemico senza nome, che è oltretutto niente meno che nemico della Rivoluzione ossia un nemico con cui mai e per nessuna ragione si potrà scendere a patti, elimina qualsiasi confine temporale a questa leva rivoluzionaria che vale per sempre ovvero per tutto il tempo della vita. Questa doppia indeterminatezza temporale – del nemico e della leva – si rispecchia nell’irrilevanza dell’età anagrafica effettiva dei combattenti: questi saranno in permanenza al servizio della Rivoluzione, qualsiasi ne sia l’età. Per questo il decreto recita: «I giovani andranno a combattere, gli uomini sposati forgeranno armi e trasporteranno vettovagliamento, le donne cuciranno tende e abiti e serviranno negli ospedali, gli anziani si faranno portare nelle piazze pubbliche per accendere il coraggio dei guerrieri, predicare l’odio verso i re e l’unità della Repubblica» (p. 90).

Fa una certa impressione rileggere uno dei documenti fondativi della democrazia occidentale e vedere come in esso il concetto di democrazia e quello di mobilitazione totale (che nel Novecento sarà uno dei concetti-chiave di un certo nazionalismo militarista e poi del totalitarismo nazista) tendono a confondersi o, meglio, vi appaiono già del tutto confusi. La democrazia sarebbe quello stato di cose – forma-di-governo e insieme forma-di-vita – che è la migliore proprio perché permette una mobilitazione «costante e universale», un’uguaglianza «assoluta», una «disciplina implacabile». Sarà la fase del Terrore a sancire il compiuto passaggio da un’idea liberale di democrazia a quella che Caillois appropriatamente definisce «democrazia totalitaria» (p. 95). Quest’ultima comporta un annullamento delle differenze ottenuto attraverso la stessa istituzione del voto, ossia attraverso il diritto di esercitare la libertà che apparentemente sarebbe la massima, quella di scegliersi i propri rappresentanti, libertà che ha d’altra parte la sua contropartita nel fatto di essere ottenuta espletando il massimo dei doveri: quello di servire la patria militarmente, combattendo.

Giacomo Balla, Auto in corsa (1913)
Giacomo Balla, Auto in corsa (1913)

Tutti partecipano allo sforzo della Rivoluzione. La mobilitazione totale che il cosiddetto potere del popolo implica porta con sé un livellamento delle differenze. Anche le donne, che in questo momento storico segnano una tappa importante della loro emancipazione o di quella che è dichiarata tale, vengono riassorbite e la loro differenza fagocitata dentro questo immane dispositivo “rivoluzionario” che è lo sforzo bellico. Si ottiene così una “parificazione” che tratta tutti da materiale umano e, più precisamente, da materiale bellico. Così le differenze sono a loro volta disinnescate nel loro potenziale sovversivo e incamerate dalla Rivoluzione, nel senso di un loro sfruttamento per i fini dello Stato ovvero per gli scopi della guerra. Non solo: la Rivoluzione stessa tende a confondersi sempre di più con la guerra. Per questo l’universalità dei suoi valori ispirati all’amore per l’umanità convive con la presenza cospirativa e insidiosa del nemico. Ma questo aspetto non è da solo in grado di rendere conto della complessità e della portata della trasformazione in atto. Il vero nodo della Rivoluzione si compie con il passaggio che avrà in Saint-Just il suo teorizzatore più coerente. Nell’Esprit de la Révolution (1791) questi sostiene che l’armata professionale vada abolita, dal momento che la Rivoluzione ha il suo popolo che la protegge: il popolo è l’esercito, l’esercito il popolo. In una dimensione effettivamente rivoluzionaria non può sussistere differenza, né dubbio rispetto a questa reciproca identificazione. Se non è più l’esercito a essere in funzione del popolo e a esso strumentale, è perché si avvera piuttosto il contrario: il popolo, la nazione stessa, non divengono altro che funzioni dell’esercito. La nazione è in un certo senso il popolo che è sempre virtualmente esercito; è quel serbatoio di manovalanza militare per l’esercito, che è il vero attore politico della nuova forma di governo.Basta che sia dichiarata un’emergenza nazionale, perché tutto questo passi dallo stato virtuale a quello compiuto (p. 87).

È unicamente in quanto esercito che il popolo acquisisce la fruizione dei propri diritti civili. In altri termini si diventa cittadini non in nome dell’aspirazione umanitaria della Rivoluzione, ma solo una volta che si è pagato il prezzo di servire la patria nell’esercito. La fruizione dei propri diritti viene a essere subordinata alla leva, al dovere (il cui rifiuto è sanzionato per legge) di mettere a disposizione il proprio corpo per gli scopi della Nazione ovvero della guerra. L’uguaglianza di tutti davanti alla legge ha come suo presupposto necessario l’uguaglianza davanti all’obbligo della leva. Questo dovere che lega in maniera inscindibile i diritti del cittadino al dovere delle armi prelude alla scomparsa progressiva della differenza tra soldato e civile. Se per il cavaliere cortese la guerra era un passatempo, un lusso, segno del suo prestigio, ora diventa sempre più il correlato dell’intera vita di ogni singolo uomo che ambisca ai diritti provenienti dalla cittadinanza. Diventa cioè uno stato di normalità che accompagna il tempo della vita, nello stesso momento in cui lo sospende e lo assoggetta alle sue necessità: «La guerra non si limita più a parassitare la società civile, ma tende ad assorbirla interamente» (p. 118). Come tale implica il concetto e la pratica della mobilitazione: ogni aspetto della vita civile le è sottoposto, non solo in tempo di guerra, ma anche in quel tempo che un giorno si sarebbe chiamato “di pace”. Dove la mobilitazione è parte integrante della vita civile di tutti i giorni, la guerra diventa qualcosa di più della semplice presenza di ciò che potrebbe accadere. Sta già invece accadendo sin dentro le vite dei singoli uomini e donne. Diventa coestensiva – o quantomeno aspira a farlo – con la vita umana in quanto tale.
[…]

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