Il crudo Nordest di Romolo Bugaro

Effetto domino” (Einaudi 2015) è l’ultimo romanzo dell’avvocato fallimentare e scrittore padovano Romolo Bugaro. Parla di imprenditori, di speculazioni, di fallimenti individuali e collettivi. Prende le mosse dall’immaginario sul Nordest, se ne fa carico e lo ribalta.

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Il «crudo Nordest»[1] di Romolo Bugaro è una terra popolata da imprenditori, affaristi, funzionari di banca, intermediari, professionisti, commesse e semplici impiegati. Sono le figure del capitale, quelle che presiedono al funzionamento del sistema economico veneto e lo nutrono con le proprie strategie imprenditoriali, ma anche con i propri consumi e con i propri immaginari di ricchezza.

Colombo è il personaggio che apre Effetto domino: «sulla sua Volvo color castagna, batteva il territorio in cerca di occasioni. Visitava aree dismesse, cantieri abbandonati, capannoni sul punto di crollare. Proponeva lotti semi-urbanizzati a imprese in cerca di rilancio, perequazioni riscattabili a riccastri con il pallino per gli affari» (p. 7).

È un intermediario, mette in connessione gli ingranaggi di un sistema imprenditoriale in cui le famiglie prestano il nome ad aziende gestite da professionisti che non hanno più nulla a che fare con le dinastie familiari. Manager d’impresa, consulenti o commercialisti capaci di ammorbidire i funzionari delle Agenzie delle entrate.

Colombo tenta una speculazione edilizia insieme al suo socio Franco Rampazzo, «l’ennesimo ex muratore passato agli appalti in proprio, grande capacità di lavoro, grande abilità tecnica, ma zero preparazione manageriale e zero cultura d’impresa» (p. 130). L’operazione è bloccata da Alessandro Guarnieri, dirigente di banca che getta sul lastrico l’imprenditore Rampazzo chiedendogli di rientrare con un prestito milionario. La catena di fallimenti che si innesca mette a nudo una filiera di fragilità, di subfornitori appesi a esili fili, di commesse su cui giocare difficili rilanci. Attorno a loro, e con loro, un mondo che non riesce a darsi tregua nell’investire sempre più esangui energie in una partita di cui è difficile rintracciare il senso e le regole.

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Effetto domino è insieme due libri. Da un lato, l’analitica descrizione delle condotte imprenditoriali strampalate, dell’evoluzione di un modello economico in crisi, della sua fragilizzazione, dei circuiti chiusi dell’imprenditoria e della corruzione. Al tempo stesso, è un romanzo che sublima e rimette in discussione l’immaginario relativo a questo mondo. Le biografie imprenditoriali disegnate da Bugaro corrispondono a quelle raccontate da studiosi e analisti del sistema economico locale: sono traiettorie segnate da investimenti sbagliati, fallimenti, insolvenze da parte di clienti, protesti, richieste di rientro da parte delle banche e inevitabili condanne per bancarotta. Il fallimento di Rampazzo è la disfatta di un uomo sostenuto e insieme ostacolato da individui che percepisce come propri simili, ma sente lontani per lo stesso motivo: «Lui e Colombo abitavano una terra dove non esistono posizioni stabili, rapporti definiti. Lunedì era tuo socio nel consorzio X, martedì era tuo nemico per la gara Y, mercoledì costituiva con te la srl Z. Dire amico o nemico significava zero. Le cose cambiavano di continuo» (pp. 13-14).

L’autore racconta gli imprenditori – simboli incontrastati della narrazione sul Nordest – ma decide di mostrare al tempo stesso il ruolo cruciale svolto da funzionari pubblici, consulenti finanziari e procacciatori d’affari. Figure professionali depositarie di informazioni strategiche per la conduzione dell’impresa. Figure che assumono una rilevanza sempre maggiore a fronte delle recenti trasformazioni del modello aziendale e alla necessità di muoversi con strumenti nuovi in un contesto in evoluzione, dove alla capacità di fare impresa si affianca – o si sostituisce – quella di connettere e intrecciare relazioni, scambiare obblighi e favori. «Figli di puttana», li definisce Rampazzo rivolto a Colombo, e sembra includere anche se stesso e il suo socio in una categoria che racchiude al suo interno personaggi estremamente diversi, perché a fare identità è il capitale nelle forme che questo ha assunto in quei territori.

Foto Dario Diarena - Archeologia industriale (1)

Le pratiche e le culture raccontate da Bugaro appaiono stressate e amplificate da una crisi economica di lunga durata. Ma è anche dalla «rottura del vecchio intreccio tra economia, società e politica e dall’incapacità di costruirne uno nuovo che nasce il malessere del Nordest, il suo disincanto»[2]. Se nel Veneto del far da sé la politica svolgeva un ruolo di regolazione nel mantenimento di un ordine sociale sostenibile, oggi le relazioni sono più utili a escludere che a favorire una regolazione economica e sociale dello sviluppo locale. Saremmo così di fronte all’emergere dirompente di caratteri in qualche modo costitutivi lo sviluppo di questi anni, allo scadere della tensione creativa dell’imprenditore nell’opportunismo del breve termine. Una situazione originata dall’impasto di scelte ideologiche – una concezione della programmazione come nemica della libertà di mercato – e di tendenze culturali – il rifiuto di un discorso che trascenda la supposta concretezza del qui e ora[3]. Qualsiasi dispositivo che accenni a una regolazione in nome di concetti come giustizia sociale o legalità è percepito come astratto. Nel romanzo la società è uno sfondo indistinto, gli obblighi sociali inesistenti, così come i sostegni del welfare. Siamo di fronte a una folla di solitudini impazzite.

I processi economici e sociali che hanno interessato lo sviluppo del Veneto sono soltanto la parte tangibile di più ampi fenomeni culturali, di cui Bugaro riesce a farsi carico servendosi dello strumento della letteratura, ripensando e rifunzionalizzando i principi alla base dell’agire degli uomini e delle donne del suo romanzo. In questa prospettiva, il tema portante del libro è la stessa rappresentazione del ruolo degli imprenditori rispetto al loro contesto sociale, le loro aspettative di ceto. Rappresentazione che genera un forte senso di appartenenza, ma anche una profonda consapevolezza dei propri obblighi morali, talvolta così asfissianti da portare alla morte. Siamo di fronte a una nuova forma di borghesia imprenditoriale: una classe di hidalgos che ritengono di aver guidato la trasformazione di un territorio riscattandolo dalla miseria («noi siamo quelli che hanno fatto il Veneto») e di aver rappresentato, nella loro forma più nitida, i valori – accreditati da una letteratura ampiamente diffusa[4] – che contraddistinguerebbero il Veneto. Ne deriva il coinvolgimento pieno dell’identità personale nei molteplici esiti dell’impresa, compreso l’eventuale fallimento.

Questo immaginario è la chiave per interpretare ogni vicenda relativa all’universo economico del Nordest. La sensazione che l’autore sia sul punto di cedervi è costante, ma proprio quando la narrazione sembra a un passo dal baratro del cliché, appare chiaro che non è la voce narrante ad assecondare l’immaginario sull’imprenditore nordestino: sono gli stessi personaggi narrati a farlo proprio, a farsene guidare in ogni scelta. Nelle pagine di Bugaro troviamo la potenza performativa delle immagini, delle subculture, intese non già come sistemi di valori immutabili, ma come testi quotidianamente riscritti dai loro protagonisti sulla base di narrazioni che essi stessi hanno contribuito a costruire.

Ciò che fa di Effetto domino un libro importante è la scelta di assegnare ai personaggi il compito di veicolare quell’immaginario. Ognuno a suo modo: dal grande imprenditore in bancarotta all’avvocato evasore, al consulente d’affari pronto a voltare le spalle ai soci in nome della necessità di andare avanti senza sosta con concessioni, rogiti e ipoteche. I registri linguistici delle storie narrate appaiono in assoluta concordanza con le caratteristiche dei personaggi. Registri diversi per sentimenti e sguardi diversi, storie private assolutamente personali. E però inscritte in un medesimo orizzonte simbolico. Il crudo Nordest.

Sono queste narrazioni quotidiane – ripetute ciclicamente in un romanzo che si apre e si chiude con un capitolo dedicato allo stesso personaggio – a disegnare i contorni dell’immaginario sul Nordest. Una narrazione che si compone nello spazio concreto delle vite dei suoi personaggi. Personaggi che hanno attraversato tutte le fasi dello sviluppo del modello economico e imprenditoriale veneto. Le loro storie, i loro sguardi sul mondo, sono la sintesi di una parabola umana che va dall’infanzia al fallimento, dall’ingenuità alla corruzione, dalla vita alla morte.

Effetto domino non è la storia di una catastrofe naturale. La metafora catastrofista dell’onda del capitale che tutti travolge non rende conto del fattore umano e del reticolo di storie (e di fatiche) che l’umano sostanzia. La catastrofe del capitale, in Veneto come altrove, è interamente umana.

Effetto Domino copertina

 

Note

[1] Crudo Nordest è il sottotitolo di un precedente romanzo dell’autore: Bea vita!, Laterza Roma 2010.
[2] A. Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, Torino 2013, p. 110.
[3] A. Brandalise, Il territorio senza più alfabeto, in «Communitas», 44, 2010.
[4] Tra gli altri, C. De Michelis (a cura di) Identità veneta, Marsilio, Venezia 1999; U. Bernardi, Veneti, Canova, Treviso 2005.

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