Dopo la sentenza Eternit, come in un film di Sergio Leone

Il 19 novembre si è concluso in Cassazione il processo Eternit contro lo svizzero Stephan Schmidheiny, già condannato in Corte d’Appello a diciotto anni di reclusione per disastro doloso ambientale permanente. La corte ha annullato la condanna, dichiarando prescritto il reato.

Di seguito le parole amare scritte da Alberto Prunetti, autore di “Amianto. Una storia operaia”, dopo la sentenza.

L'esterno della fabbrica Eternit di Casal Monferrato chiusa nel 1986. Foto di Roberto Bettolini. Fonte: Metronews
L’esterno della fabbrica Eternit di Casal Monferrato chiusa nel 1986. Foto di Roberto Bettolini. Fonte: Metronews

Sono cre­sciuto guar­dando i film spaghetti-western assieme a mio padre. Guar­da­vamo anche i clas­sici di John Ford e ci rico­no­sce­vamo in quei cow­boy umi­liati e dere­litti. Sape­vamo che dove­vano pas­sarle di cotte e di crude ma ave­vamo anche la cer­tezza che il film non sarebbe arri­vato ai titoli di coda senza che al pre­po­tente non venisse pre­sen­tato il conto delle sue male­fatte. Era un mondo sem­plice di ric­chi pro­prie­tari, legu­lei e impren­di­tori delle fer­ro­vie da una parte e di umili cow­boy o indiani che veni­vano sopraf­fatti dall’altra. Ma alla fine i ric­chi paga­vano per le loro colpe e il sole del sel­vag­gio west baciava sulla fronte que­gli umili vac­cari così simili ai nostri babbi. In quelle pel­li­cole sem­plici, di immediata com­pren­sione per la classe ope­raia, vede­vamo illu­strati i valori che i padri inse­gna­vano ai figli: pane, salute, lavoro e giustizia.

Dopo la sen­tenza Eter­nit dello scorso mer­co­ledì, la parola sen­tenza mi si sovrap­pone con­ti­nua­mente col volto duro di Lee Van Cleef in un film di Ser­gio Leone. Quasi quarant’anni dopo aver visto la prima volta quel film, che cono­sco a memo­ria, è dif­fi­cile fare i conti del dato e dell’avuto. Se guardo alla classe ope­raia, penso ai lavo­ra­tori della Thys­sen e a quelli di Casale e mi prende lo scon­forto. Se guardo alla mia sto­ria, il qua­dro rimane avvilente.

In ogni vec­chio ope­raio di Casale Mon­fer­rato rivedo la figura di mio padre. Renato Pru­netti ha lavo­rato per anni facendo manu­ten­zioni, coi­ben­ta­zioni, sal­da­ture e car­pen­te­ria in ferro nelle raf­fi­ne­rie e nelle accia­ie­rie di mezza Ita­lia. Quando è uscita la lista dei dieci siti indu­striali più inqui­nati d’Italia, almeno otto sta­vano den­tro alla rubrica tele­fo­nica di casa, alla voce R di Renato, dove si appun­ta­vano gli alber­ghi in cui lui e gli altri ope­rai tra­sfer­ti­sti anda­vano a dor­mire, a fianco dei recinti dei can­tieri indu­striali. C’era anche Casale Mon­fer­rato in quell’agenda, per­ché lui aveva lavo­rato nella raf­fi­ne­ria Maura, a pochi chi­lo­me­tri dalla città più espo­sta d’Italia.

Anche Renato aveva tagliato l’amianto per anni con il fles­si­bile e anche lui aveva pro­vato a rivol­gersi alla giu­sti­zia. Aveva chie­sto due volte il rico­no­sci­mento dell’esposizione pro­fes­sio­nale all’amianto. Pec­cato che era già morto da sette anni nel momento in cui un giu­dice lo ha omag­giato dei «bene­fici» della legge, con­ce­den­do­gli di andare in pen­sio­na­mento anti­ci­pato quando ormai era già «man­cato», come si dice a Casale con un eufe­mi­smo molto diffuso.

A quale giu­sti­zia affi­darsi allora men­tre a Casale si strin­gono le fila e si spera in un ultimo ten­ta­tivo di inchio­dare «lo sviz­zero» alle pro­prie responsabilità?

I saggi par­lano di que­stioni di lana caprina tra diritto e giu­sti­zia. Eppure le nostre pre­tese erano poche. I nostri vec­chi non vole­vano cono­scere il mondo né godersi certi lussi. Pane, salute, lavoro e giu­sti­zia nei giorni feriali. Le par­tite, l’orto, le bocce e la bici­cletta nei festivi. Era que­sta la vita ope­raia. Si sen­ti­vano eroi wor­king class, cow­boy con la chiave inglese e la tuta blu al posto del cap­pello e un muletto a motore die­sel che a volte andava al trotto, a volte al galoppo.

Rad­driz­za­vano i ferri e i torti con pochi sapienti colpi di mar­tello, certi della loro lealtà verso gli altri.

Quarant’anni dopo, nel gioco di sponda tra diritto e giu­sti­zia, al palaz­zac­cio della Cas­sa­zione abbiamo impa­rato che il diritto è storto e la giu­sti­zia ingiu­sta. Che il pane del lavoro fosse avve­le­nato ormai lo sape­vamo già e la salute dei nostri vec­chi i padroni se la sono tenuta come caparra a pegno delle buste paga con cui ci hanno fatto stu­diare e crescere.

Sch­mi­d­heiny, non stu­pirti allora se nei tuoi sogni peg­giori sen­ti­rai le armo­ni­che di un film western ita­liano. Prima o poi quelli di Casale arri­ve­ranno per rad­driz­zare i torti, prima dei titoli di coda. Puoi scom­met­terci un dollaro.

 [Questo racconto è già apparso su «Il Manifesto»]

renato in raffineria


Prima della sentenza: un racconto fotografico del 19 novembre

Foto di Alberto Prunetti

Una foto che ho scattato stamani davanti alla Cassazione. Adesso mi sembra che sia passata una vita intera. Attendiamo la sentenza o il rinvio. I 3 mila morti si riferiscono alle vittime dei lavoratori degli stabilimenti di Eternit Italia.
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otto

cinqueChe follia partire da Liverpool e dal resto del mondo per chiedere giustizia in Italia, sugli scalini della Cassazione.

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