Il dolore mediatico – #Parigi

Il contributo che segue, rientra in una sequenza aperta di riflessioni dedicate alle questioni che emergono attraverso la lettura di ciò che è accaduto nella notte del 13 novembre, avviata sul nostro sito a partire da sabato 28 novembre.

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Wallace e Franzen: dallo scrittore all’utente

David Foster Wallace e Jonathan Franzen, due tra i maggiori rappresentanti della narrativa e della saggistica statunitense contemporanea, in due contributi, rispettivamente La vista dalla casa della Sig.ra Thompson (incluso in Considera l’aragosta) e I Just Called to Say I Love You (in Più lontano ancora), hanno raccontato il loro 11 settembre. In questa data, si è registrato lo spostamento dell’asse di riferimento territoriale canonico, del tutto periferico, all’interno del quale si riconosceva la presenza di un fenomeno detto “terrorismo”, a uno dei centri della vita reale ed economica dell’Occidente e in uno spazio ritenuto − in precedenza − inattaccabile. Questo ha comportato, in mezzo a molteplici implicazioni, il mutamento del rapporto tra l’individuo e l’interazione con gli strumenti mediatici. Wallace e Franzen si sono occupati di mettere in evidenza il modo in cui questo processo si è attuato, sottolineando il ruolo fondamentale che i media hanno avuto nella percezione di quanto accaduto.

Wallace si trova a Bloomington. Non possedendo un televisore, per seguire i servizi dei telegiornali, si reca a casa di una sua vicina. Quando arriva, nel salotto ci sono anche altre persone, riunite per la medesima ragione. Sono figure mute davanti alle immagini che ritraggono «puntini che si staccavano dall’edificio […], puntini che poi con l’improvviso restringersi dell’inquadratura si sono rivelati persone in giacca e cravatta e gonna». Quasi nessuno dei presenti possedeva un telefono cellulare ed è per questo motivo che le comunicazioni urgenti sono affidate alla linea di un telefono fisso, nonostante l’impossibilità di contattare numeri newyorkesi, a causa di un comprensibile sovraccarico della rete telefonica. In quel salotto, Wallace percepisce l’innocenza e la spontaneità della compassione, dell’essere uniti per manifestare una vicinanza nei confronti di esseri umani sconosciuti, normalmente lontani dalle vite di ciascuna delle persone che pregava o piangeva di fronte a uno spettacolo inusuale. L’assenza di cinismo e il ritorno a una forma elementare di comunità in cui è dominante la cifra della condivisione, è la prima reazione che si avverte di fronte al tragico. Subito dopo interviene una fortissima volontà di dimostrare il sentimento profondo di smarrimento e, allo stesso tempo, di incoraggiamento nei confronti di chi è stato scosso nel suo quotidiano, subendo in prima persona una perdita o un brusco stravolgimento del normale accadimento della vita.

Fotogramma tratto dall'episodio diretto da Alejandro González Iñárritu e contenuto nel film collettivo 11 settembre 2001 (2002)
Fotogramma tratto dall’episodio diretto da Alejandro González Iñárritu e contenuto nel film collettivo 11 settembre 2001 (2002)

È ancora Wallace a guardare in maniera curiosa e sorpresa, il giorno dopo quello che lui stesso definisce «l’Orrore», le bandiere americane che spuntano in ogni giardino; si domanda dove tutte quelle persone abbiano comprato una bandiera americana o perché ne fossero precedentemente in possesso, giacché lui non ne ha mai avuta una in casa. E nonostante la riflessione sul fatto che «sembra che raggiunta una certa densità di bandiere si mandi un messaggio più forte a non esporre una bandiera», la soluzione ideale per uniformarsi e superare il momento di impasse è disegnare una bandiera su un cartoncino e farla sventolare insieme alle altre. La potenza visiva dell’immagine simbolica è una sorta di catarsi per l’essere umano che vuole sentirsi parte di un insieme più grande: è la risposta a un atto eclatante con una pluralità di piccoli gesti che testimoniano tuttavia una presenza comune, vasta e variegata. Nessuna di quelle bandiere rappresenta effettivamente l’unità di uno Stato ma la loro presenza incarna una spalla su cui piangere, una mano da stringere, una parola a cui affidarsi. Chissà poi in quale momento tutte quelle bandiere sono sparite e chi ha deciso di toglierla, per primo. Wallace non lo racconta e forse la prima a essere abbattuta dev’essere stata proprio la sua, infracidita da pioggia e vento.

Anche Franzen ha vissuto l’11 settembre senza un televisore. Lui si trovava a Manhattan e la sua esperienza ha una tonalità emotiva certamente meno corale rispetto alla percezione wallaciana. Franzen guarda i servizi dei telegiornali in un bar e, poi, segue l’evoluzione mediatica dei fatti su Internet. Tre giorni dopo, viene invitato dall’emittente televisiva Abc News per dare una sua opinione sul modo in cui era cambiata la personalità degli abitanti di New York. Secondo Franzen, l’11 settembre non aveva comportato alcun cambiamento perché, nei giorni successivi all’attacco, la maggior parte delle persone continuava a vivere come se nulla fosse accaduto e lui stesso credeva che fosse così. Ma questa prima, erronea, percezione era dovuta al fatto che, in quei giorni, non aveva mai avuto veramente modo di confrontarsi con l’immagine televisiva e quindi non era riuscito a capire che − utilizzando una metafora medica − «il danno più grave per il Paese era causato non tanto dall’agente patogeno, quanto dalla massiccia iperreazione del sistema immunitario».

Fino a quando le vittime dell’attentato erano da lui considerate un numero come un altro, un numero da paragonare a quello di altri morti per altre cause in altri territori o nello stesso, quel numero non sarebbe mai potuto diventare la combinazione di uno stravolgimento epocale. Sarebbe semplicemente rimasto un fatto, come un altro. Eppure, come poi lo stesso Franzen avverte, le riprese televisive erano riuscite a veicolare uno strumento inaspettato: non si trattava di odio o di indignazione. Era amore, amore senza alcuna inclinazione sentimentale o religiosa, amore come testimonianza di chi, su quell’aereo o intrappolato nelle torri, poco prima di morire, ha utilizzato un telefonino come «canale di trasmissione d’affetto per i disperati», un veicolo di dolore che, tuttavia, è tornato a essere un semplice strumento nei giorni successivi, potenziando nel corso degli anni le sue funzionalità e perdendo quei momenti di singolare importanza nella testimonianza vitale di un essere umano. E, del resto, sarebbe stato del tutto innaturale se fosse avvenuto il contrario attraverso una costante presentificazione di morte nell’uso di un telefono cellulare.

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Questo processo si è naturalmente verificato perché, come ricorda Ernst Jünger in Foglie e pietre, per quanto il dolore sia una condizione ineludibile e predeterminata, «in tempi tranquilli siamo inclini a dimenticare questo stato di cose» ed è fisiologico che sia così, perché ogni individuo è esposto, quotidianamente, in maniera conscia o inconscia, a violenze di vario genere che, tuttavia, è poi portato e quasi costretto a neutralizzare al fine di riuscire a ordinare le immagini che compongono la sua percezione, in una sorta di cintura protettiva che gli permette di sorridere, nonostante tutto. I fallimenti, gli errori, la non prontezza che spesso ci si rimprovera, sono tutti fattori che si escludono dal ricordo per dare precedenza e privilegio a quei pensieri che consentono di progettare e proiettare il proprio sé in una dimensione futura, perché raramente si è portati a fare qualcosa per l’immediato: tutto è per un “poi” di cui non c’è alcuna certezza. Le forze che Jünger definisce forze elementari costituiscono la rete sulla quale poggia la nostra sicurezza che si caratterizza per il fatto che, in virtù di questa, «il dolore viene respinto ai margini per fare spazio a un benessere mediocre». La vita è un continuo congedo il cui fluire si interrompe nel momento in cui si inceppa il meccanismo di decodificazione del dolore.

Il 13 novembre 2015 è stato metaforicamente un ingranaggio rotto in un sistema di ruote dentate: le parti meccanicamente adiacenti si sono bloccate e si è subito azionato un piano di sicurezza per impedire che tutto il sistema collassasse. Una parte della vita continuava, un’altra parte era bloccata lì, davanti agli schermi di televisori, smartphone, tablet e computer. Ancora una volta, il bisogno materiale di condivisione si è manifestato nell’omaggio al popolo francese i cui colori hanno coperto i maggiori monumenti di varie capitali del mondo e le note della Marsigliese sono risuonate in tutti gli stadi. Ma il motivo per il quale questa data rappresenterà storicamente un punto di svolta di maggiore portata rispetto all’11 settembre, riguarda la velocità con la quale si sono diramate le notizie. L’infrastruttura comunicativa ha permesso a ciascun utente di ricostruire cosa stava accadendo in tempo reale, in una città distante centinaia o migliaia di chilometri; con il passare dei giorni, i volti delle vittime sono diventati familiari. E non solo.

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Il cybernauta è diventato parte attiva e di coordinamento parziale delle operazioni militari, di ricerca e di informazione e ha inoltre contribuito a creare un cuscinetto di condivisione sul quale si è innestato un processo di accettazione e superamento, dal punto di vista psicologico, di quanto avvenuto, in una sorta di enorme terapia di gruppo. La testimonianza del giornalista Antoine Leiris, il dolore composto della famiglia di Valeria Solesin e la risposta di un padre al figlio che gli chiede che valore possano avere candele e fiori di fronte alle pistole, sono soltanto tre degli esempi che mediaticamente hanno costruito un ponte di risposta nei confronti del terrore. E, soprattutto, l’evento che ha segnato in maniera più incisiva la rivoluzione mediatica, oltre alla dichiarazione di guerra del gruppo Anonymous nei confronti dei cyberterroristi, è stata la reazione delle migliaia di utenti di Twitter che, per depistare la diffusione di informazioni sensibili durante il blitz in corso a Bruxelles il 22 novembre, hanno diffuso immagini di gatti, gatti che, il giorno dopo, sono stati ringraziati con la foto di una ciotola colma di croccantini, postata dalla polizia federale belga, sul suo canale ufficiale.

La realtà virtuale ha, in qualche modo, acquistato una sua spazialità tangibile, fondando un mondo che non si riconosce più soltanto come una dimensione parallela poiché individua una completa coincidenza tra la persona che osserva eventi tragici e decide di agire, stavolta come utente, in un altro territorio, modificando in maniera attiva quella realtà contingente di cui era stato spettatore. L’individuo ha proiettato negli strumenti mediatici un potenziamento esistenziale all’interno del quale vive e scopre il significato di appartenenza a una comunità che è a tutti gli effetti un secondo territorio d’azione, in cui è l’interazione diretta a rappresentare il simbolico visto di cittadinanza.

Non sapremo mai nulla di quei puntini che si staccavano dalle Twin Towers, ma sappiamo quasi tutto della ragazza sospesa al davanzale di una finestra del Bataclan. Il dolore diventa più forte soltanto quando è possibile tematizzarlo in un volto e in una storia ed è questo il motivo per il quale le stragi di Parigi hanno avuto un effetto drasticamente maggiore sul nostro modo di vivere e comunicare rispetto all’altrettanto terribile attacco dell’aprile 2015 al college universitario di Garissa, in Kenya, in cui sono morte centoquarantasette persone, la maggior parte delle quali era composta di studenti. Eppure anche loro avevano un nome e dei progetti, così come quei centotrenta nomi che leggiamo oggi, a pochi giorni di distanza dal 13 novembre. Una delle differenze tra queste due percezioni è relativa soprattutto al modo in cui questi due episodi sono stati comunicati e a quali canali siano stati utilizzati per superare le maglie dell’anestetica barriera protettiva che ciascuno di noi oppone al dolore.

Il dolore, però, non cambia mai aspetto. Anzi, è l’unico elemento in grado di collegare davvero e nel profondo gli esseri umani tra loro: la compassione bella, anche per chi non si potrà mai conoscere. Eppure, dopo la sua morte, sembra di aver condiviso da sempre qualcosa di lui o di lui, perché in ogni storia degli altri c’è un po’ la nostra storia e la nostra stessa forza di reagire.

 

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