Diritti a testa in giù

Una riflessione attorno al Ddl Cirinnà, al travagliato percorso delle unioni civili e di una libera genitorialità.

Prosegue sui social media lo scontro scoppiato in aula al Senato durante il dibattito sulle unioni civili. Una dialettica a tratti feroce tra chi ringrazia il Governo per una legge che nemmeno ha concluso il suo iter parlamentare e chi ha sofferto un dibattito di rara volgarità e grettezza. Al tappeto dopo questo primo round al Senato rimangono due vittime: la dignità delle persone lgbt e la tutela giuridica promessa ai figli delle famiglie omogenitoriali. I veterani della politica liquidano il confronto in tre parole: riformisti versus massimalisti. Una lettura miope e ingrata che parla di un mondo che nemmeno esiste più. Perché la domanda non è se siamo felici della quota di diritti che presto verrà riconosciuta alla popolazione lgbt, ma se riteniamo che questo traguardo parziale contenga in sé una dimensione progressiva. Il sospetto è che ci abbiano infilato in tasca tre monete per poi lasciarci alla periferia di una grande città.

Bruciano ancora i suicidi della nostra gioventù più sofferta, bruciano sulle strade della capitale e nelle classi delle nostre scuole. Bruciano le parole di chi ha soffiato sul fuoco, le stesse urlate in aula prima di ogni votazione. Con la stessa arroganza, con la stessa violenza. Non si possono stringere le mani di queste persone. È questa la rabbia, è questo li il tradimento.

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Dopo un sostegno incondizionato alla minoranza PD che si è fatta paladina di questa legge, parte del movimento lgbt italiano vive come un voltafaccia imperdonabile l’appoggio degli stessi al maxiemendamento che annienta parte dell’impianto strutturale della legge. E questo è il secondo punto nodale dell’intera questione: una curva di 180 gradi che ti fa decidere a chi voltare la schiena, da che parte stare, che cosa sacrificare. Le larghe intese hanno rinsaldato la pessima abitudine di non dispiacere mai a nessuno. A nessuno che conti. Un gioco al ribasso che si è fatto costante. Chi vuole fare parte di questa maggioranza si deve adeguare. È chiaro il richiamo. Ma chi si conforma fornisce un alibi al governo che può vantare l’appoggio di parte dei rappresentanti del mondo lgbt. È il prestanome di una medaglia al merito che questo governo non si è guadagnato. È passato dall’altra parte della barricata e per quanto possa continuare in buona fede la lotta per i diritti civili, il suo contributo sarà sempre insufficiente a sanare la grave frattura causata al fronte unico dei diritti. Divide et impera.

Ad un primo sguardo sul nostro Senato potrebbe sembrare non ci fosse un’alternativa. Sono quelle le forze in campo: l’ostinazione procedurale del M5S, la sempre troppo opaca mappatura del voto PD e le ingiurie del NCD. Ma il dettaglio di questa piccola geografia politica interna dimentica uno sguardo più ampio sul nostro stivale. Per la prima volta nella storia del nostro Paese, ben oltre i DICO e i Pacs, abbiamo degli alleati naturali. La politica estera ci dà il vento in poppa, puntella le nostre migliori ambizioni con qualcosa su cui il movimento per i diritti civili non ha mai potuto contare prima: le sanzioni e i moniti della Corte Europea, le ripetute sentenze dei tribunali italiani, l’elegante pressione dei corpi diplomatici transoceanici, le leggi progressiste dal Sud Africa al Sud America, una gran parte di Paesi cattolici a favore del matrimonio egualitario. Infine ma non per ultima una società civile che quando raggiunge il traguardo di un contatto personale dimentica il proprio pregiudizio. Ecco allora che la protesta per una legge così rabberciata e iniqua non si tradurrebbe nell’ennesimo rinvio, bensì nel rilancio per un traguardo più importante. Qualcosa a cui il nostro Governo, a breve, non potrebbe più sottrarsi. Il mondo ci gira intorno e noi lo stiamo scansando. Non neghiamo l’evidenza, il ddl Cirinnà si è inabissato, e io sono tra quelle e quelli che ancora credono che quando la nave affonda, sulle scialuppe per primi si fanno salire i bambini.

 

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