Destinazione mondo. Forme e politiche dell’alterità nell’arte contemporanea

Pubblichiamo un estratto del libro “Destinazione mondo. Forme e politiche dell’alterità nell’arte contemporanea” di Valentina Lusini (Ombre Corte, 2013)

Presentazione

destinazione_mondo_cover Mondo e alterità, due delle tante parole chiave che hanno animato i discorsi sull’arte contemporanea negli ultimi due decenni, sono al centro di questo libro, nato per rendere conto del vivace dibattito, perlopiù in lingua inglese e francese, su un vasto campo di studi ed esperienze espositive e artistiche.

In Italia, l’attenzione editoriale agli argomenti trattati in questo volume è cresciuta soprattutto negli ultimi anni. Considerando il decennio appena trascorso, si possono ricordare Postculture di Teresa Macrì (2002), Afriche, diaspore, ibridi curato da Eriberto Eulisse (2003), Oltre la gabbia di Marina De Chiara (2005), la traduzione dal francese di Arte africana contemporanea di Jean-Loup Amselle (2007), Arte-mondo curato da Emanuela De Cecco (2010), La rappresentazione incorporata di Giulia Grechi (2010), Nuove geografie artistiche di Roberto Pinto (2012) e il recentissimo L’etnografo come artista di Francesco Marano (2013), che con tagli e prospettive diverse analizzano il ruolo che il concetto di alterità ha assunto e assume ancora oggi nel contesto internazionale dell’arte. Questo libro intende affiancarsi agli altri già pubblicati, dando un ulteriore apporto nella definizione dei soggetti protagonisti e degli eventi espositivi che hanno contribuito a veicolare l’idea di una comunità artistica che trascende i confini nazionali, ma anche nella discussione delle pratiche discorsive e dei concetti interpretativi – mondo e alterità, ma anche frontiera, margine, viaggio, dislocazione, sincretismo – che inquadrano una parte del campo attuale di ricerca sull’arte contemporanea.

Il volume è frutto di uno studio iniziato alcuni anni fa. La sua scrittura ha seguito la necessità di fare il punto su un percorso ancora lungo, che credo continuerà ad impegnarmi e che imponeva in questa fase uno sforzo di ordinamento e sistematizzazione. Le idee che il lettore vi troverà espresse derivano dalla mia frequentazione degli eventi espositivi e del lavoro degli artisti presentati, che ho meditato perlopiù attraverso riferimenti teorici di tipo antropologico, cui ho affiancato strumenti concettuali provenienti dalla variegata letteratura degli studi postcoloniali e della critica d’arte. La selezione di ciò che viene esposto è inevitabilmente e necessariamente arbitraria e parziale, in un contesto, come quello dell’arte contemporanea, che si presenta come un movimentato caleidoscopio di personaggi, appuntamenti e iniziative. Gli artisti che trovano spazio nelle pagine di questo volume sono stati scelti tra le decine che, in special modo tra gli anni Novanta e Duemila, hanno lavorato sui temi che ho posto al centro di questa riflessione, presentando la loro opera in grandi mostre come la Biennale di Venezia o nel contesto di importanti istituzioni espositive in Europa, Australia, Stati Uniti, Canada, Giappone, ecc. Occorre tenere presente, dunque, che si tratta di personalità pienamente inserite nel sistema dominante dell’arte, in parte o in tutto adeguate alle sue retoriche estetiche e commerciali.

Il libro è diviso in sei capitoli, ognuno focalizzato su un tema specifico, ai quali si aggiunge una premessa di inquadramento.

Barthélémy Toguo, Road for Exil, 2008. Courtesy of the artist, Galerie Lelong & Bandjoun Station, photo Barthélémy Toguo.
Barthélémy Toguo, Road for Exil, 2008. Courtesy of the artist, Galerie Lelong & Bandjoun Station, photo Barthélémy Toguo.

Il primo capitolo ha il suo fulcro nel concetto di inventario, una nozione centrale nella storia coloniale e in quella del collezionismo e della museologia occidentale. L’inventario, che nella Convenzione UNESCO del 2003 è segnalato come strumento fondamentale di salvaguardia dei patrimoni culturali locali, è congegno operativo del pensiero tassonomico e dispositivo di conoscenza, controllo e gestione di un’accumulazione di possessi. La compilazione di inventari, indici e liste era una preoccupazione incessante nell’antropologia di salvaguardia, finalizzata alla scoperta e alla conservazione di oggetti, pratiche e significati esotici. Per gli amministratori coloniali, d’altra parte, l’esigenza di suddividere i territori da controllare in aree più o meno omogenee portava all’applicazione di una politica fatta di suddivisioni, censimenti, elenchi delle risorse disponibili e registri di dati storici, sociologici e politici che ha dato origine, com’è noto, a un processo di etnicizzazione generale dei gruppi sociali, funzionale alla governamentalità coloniale. Il capitolo riflette su questi temi presentando l’opera di Susan Hiller e Lothar Baumgarten, che hanno esplorato, tra l’altro, il ruolo che l’inventario, l’archivio e la collezione hanno assunto nella classificazione e nella repertoriazione della varietà etnica e culturale.

Il secondo capitolo, La diversità come stereotipo, si sofferma in particolare sull’opera di Rasheed Araeen, inquadrandola nell’ambito di un avanzato movimento intellettuale che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, ha preso forma nel contesto degli studi culturali e postcoloniali britannici a opera di figure come Paul Gilroy, Stuart Hall, Sarat Maharaj e Kobena Mercer, coinvolgendo in una serie di comuni iniziative artisti di origine britannica e artisti della diaspora, immigrati in Europa prima e dopo la Seconda guerra mondiale.

Il capitolo successivo, intitolato Il corpo alter-nativo, esplora le modalità in cui il sapere scientifico sul corpo dell’altro colonizzato è costruito in epoca moderna e presenta l’opera di alcuni artisti, come Coco Fusco, Guillermo Gómez-Peña, Pushpamala N e Fiona Tan, interessati a smontare lo stereotipo della messinscena del nativo come oggetto dello sguardo imperiale. Un’attenzione particolare è riservata alla donna magrebina, topos iconografico dell’immaginario erotico coloniale, e all’interpretazione di una serie di artiste arabe, come Majida Khattari e Lalla Essaydi, che ne rileggono con acume l’immagine archetipica e altamente esotizzata.

Pushpamala N and Clare Arni, Toda H-26 from the Ethnographic Series. Native Women of South India: Manners and Customs, sepia toned silver print, Bangalore 2000-2004. Courtesy the artist.
Pushpamala N and Clare Arni, Toda H-26 from the Ethnographic Series. Native Women of South India: Manners and Customs, sepia toned silver print, Bangalore 2000-2004. Courtesy the artist.

Il quinto capitolo è dedicato all’analisi del tema del dislocamento ed è diviso in due parti. La prima è dedicata all’analisi del film autobiografico May You Live in Interesting Times, girato tra il 1997 e il 1999 da Fiona Tan. Nel video, l’artista compie un lungo viaggio intorno al mondo, ripercorrendo la tormentata storia di migrazione dei propri parenti, facenti parte della minoranza cinese emigrata in Indonesia, e insistendo sulle continuità affettive e le dis-continuità culturali che innescano una sofferta riflessione sull’identità stratificata e in bilico. Nella seconda parte si approfondisce il discorso sul cosmopolitismo e si esamina il ruolo dell’artista contemporaneo come figura dell’esilio e della relazione. Attraverso la riflessione di autori come Édouard Glissant, Zygmunt Bauman e Ulrich Beck, che hanno variamente definito e impiegato il concetto di connessione per elaborare formulazioni elastiche dell’identità, viene presentata l’opera di Zoulikha Bouabdellah, Zineb Sedira e Samta Benyahia, che assumono il tema del nomadismo come argomento di superamento del conformismo e di celebrazione della cultura del dialogo e della traduzione.

L’ultimo capitolo, infine, è incentrato sullo spessore simbolico e l’effetto mobilitante che la nozione di marginalità acquisisce nel campo dell’arte politicamente impegnata. Illustrando il lavoro di alcuni artisti che affrontano il tema dell’esclusione, della subordinazione e del confine, si insisterà sul rapporto che l’arte contemporanea intrattiene con linguaggi contigui come il documentario e la fotografia di reportage, ponendosi il problema della responsabilità testimoniale e di riflessione critica.

Samuel Fosso, Le Chef, 1997, chromogenic print, 20 x 20 inches, SF05.001. Courtesy of the artist and Jack Shainman Gallery, New York.
Samuel Fosso, Le Chef, 1997, chromogenic print, 20 x 20 inches, SF05.001. Courtesy of the artist and Jack Shainman Gallery, New York.

In ogni capitolo, anche tenendo conto della vasta letteratura prodotta intorno alle questioni sollevate da L’artista come etnografo di Hal Foster (1996), sarà esplorato un aspetto diverso della sovrapposizione tra arte e antropologia e saranno analizzate le modalità con le quali il mondo dell’arte contemporanea assimila concetti e metodi dell’antropologia per tradurli in pratiche, riflessioni e dispositivi defamiliarizzanti e politicamente densi. In questa prospettiva, si mostrerà come, nel campo di ricerca relativamente nuovo determinato dall’internazionalizzazione del sistema dell’arte, l’antropologia sia così profondamente incorporata nel discorso artistico – vale a dire nel suo stesso oggetto di studio – che questo diventa quasi strumento di ricerca etnografica in sé.

Molte altre zone di sovrapposizione tra arte e antropologia non verranno trattate in questo libro.

[…]

Per obbedire a un criterio di coerenza, ho scelto di restituire un punto di vista molto preciso e parziale sull’argomento, parlando di mondi dell’arte interessati ad assumersi responsabilità sociologiche e politiche, a smontare i residui di etnocentrismo, a riflettere sugli effetti della cultura di massa, a interrogarsi sulla storia dei rapporti di dominazione tra i popoli e mantenere uno sguardo critico sugli esiti della mondializzazione. Se queste pagine renderanno i molti o pochi lettori più interessati a questi temi, avranno svolto bene il loro compito.

Dedico questo libro a Pietro

Shadi Ghadirian, Qajar series. Courtesy of the artist.
Shadi Ghadirian, Qajar series. Courtesy of the artist.
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