Deleuze, “Il sapere”. Corso su Foucault (1985-1986)

È da poco uscito Il sapere (ombre corte 2014, introduzione di Massimiliano Guareschi), la traduzione del primo dei seminari che Gilles Deleuze, tra il 1985 e il 1986, dedica al pensiero e alla ricerca di Michel Foucault, scomparso l’anno prima. Come si legge in quarta di copertina, «Deleuze non entra in punta di piedi nel corpus foucaultiano. Il suo è un gesto diverso, che si pone come l’esercizio di un filosofo su un altro filosofo, come il prodotto dell’interazione fra due costellazioni teoriche o, meglio, come il tentativo di presa dell’una sull’altra».

Estratto dalla Terza lezione, 5 novembre 1985

deleuze corso su foucaultStudente: [non comprensibile nella registrazione].

Deleuze: Quello che lei afferma è molto interessante. In sostanza lei sta dicendo che io sottovaluto l’evoluzione, i cambiamenti intervenuti nel percorso di Foucault.

Studente: Ho usato la parola “dislocazione” [déplacement]…

Deleuze: Dislocazione… Sì ma alla fine “dislocazione” è un parolone, non si fissi sulla parola. Le rispondo che quello che sto cercando di fare consiste nel commentare alcune nozioni di Foucault. Provare a mostrare l’originalità di queste nozioni e i rapporti reciproci fra di esse da una parte, e il cammino che Foucault ha percorso per giungervi dall’altra. Sono due compiti piuttosto diversi. Eppure bisogna svolgere entrambi allo stesso tempo. È vero che a me, personalmente, interessa più la coerenza di un sistema di nuovi concetti che i problemi della sua evoluzione. Per questo trovo che la sua osservazione sia del tutto giustificata. In termini generali, non mi sembra che il processo di evoluzione sia difficile da cogliere. Per esempio, si può dire che fino ad Archeologia del sapere il tema dominante in Foucault sia il seguente: che cos’è il sapere? che cosa si sa? Poi in Sorvegliare e punire e nel libro intitolato paradossalmente La volontà di sapere, ci si accorge immediatamente che Foucault si lancia in una nuova dimensione. Non si tratta più propriamente del sapere, ma del potere. E poi si nota, ancora più facilmente perché lo dice in modo esplicito, che negli ultimi due libri, L’uso dei piaceri e La cura di sé, Foucault scopre ancora un’altra dimensione. In questo senso, per riprendere il termine da lei usato in precedenza, abbiamo una serie di dislocazioni di cui è opportuno tenere conto. Insisto: avendo io cominciato con la domanda “che cos’è il sapere?”, non mi soffermo sull’evoluzione fondamentale che avviene all’interno di tale domanda. Eppure la risposta a tale interrogativo in Nascita della clinica non è la stessa che troviamo in Archeologia del sapere. Se c’è una dislocazione all’interno della domanda “che cos’è il sapere?”, non significa che tale quesito non abbia una sua coerenza e che non trovi gli elementi della sua risposta nell’insieme dei libri di Foucault fino a Sorvegliare e punire. In seguito c’è un’ulteriore dislocazione: la domanda diventa “che cos’è il potere?”. Come vedremo, si tratta della scoperta di una nuova dimensione. Infatti, quando avrò esaurito quello che ho da dire su “che cos’è il sapere?”, passeremo a “che cos’è il potere?”. A quel punto cercherò di rimarcare che, come dice lei, è avvenuta una dislocazione. Ma quel che mi sta a cuore, ancor più della comparsa di una nuova dimensione, è il fatto che non sia un caso se Foucault passa da una dimensione definita come “sapere” a una definita come “potere”. Evidentemente qualcosa all’interno della dimensione del sapere lo costringe a passare a un’altra dimensione.

È chiaro, dunque, che la domanda “che cos’è il sapere?” si scontra con un altro problema, che si presenta all’interno della stessa domanda sul sapere. Il mio metodo per rendere conto delle dislocazioni è quello di chiedersi che cosa ci sia in un enunciato – quando Foucault spinge più in là che può la sua analisi dell’enunciato – che ci costringe ad abbandonare l’ambito del sapere per insediarci in quello del potere. È necessario che questo qualcosa si inscriva all’interno del sapere stesso. Quindi, dovremo scoprire, nell’enunciato stesso, qualcosa a cui l’enunciato non è in grado di rispondere.

In questo senso, ciò che continua ad appassionarmi – ben più, se volete, del percorso di Foucault – è il modo in cui l’insieme dei nuovi concetti creati da Foucault abbia una sua coerenza. Non mi interessa tanto che Foucault faccia seguire alla sua analisi del sapere un’analisi del potere. Quel che mi importa è quali sono i punti di ancoraggio che fanno sì che, nell’ambito del sapere stesso, si riveli necessario passare al problema del potere.

Alcuni punti d’ancoraggio, a mio avviso, sono già presenti in Storia della follia ma non sono identici a quelli che troveremo nei libri successivi, fino ad Archeologia del sapere. Essi non sono relativi all’analisi del potere che arriverà in seguito ma rappresentano piuttosto la necessità di superare l’enunciato nella direzione di un’altra istanza. Solamente in seguito scopriamo che tale istanza è quella del potere. Ma la necessità di superare l’enunciato nella direzione di un’altra istanza è pienamente presente in Archeologia del sapere. Che cos’è questa istanza? Non possiamo ancora saperlo. Quando lo scopriremo, attraverso l’analisi del potere, sarà come riempire una specie di spazio vuoto di Archeologia del sapere. Si può certamente parlare di dislocazione tra un libro e l’altro ma, credo, a condizione di aggiungere che queste dislocazioni, ogni volta che entrano in azione, riempiono uno spazio vuoto del periodo precedente.

Per tutti quelli che trovano, peraltro legittimamente, che io non dia abbastanza importanza all’“evoluzione”, chiarisco che quel tipo di problematica mi interessa relativamente. Quel che più mi appassiona è che tutti i nuovi concetti di Foucault si sviluppano su tre assi, è un pensiero a tre assi, si muove nello spazio e non su un piano. Ci sono, diciamo, un primo asse “sapere”, un secondo asse “potere” e un terzo asse “desiderio”. Voglio dire che entrambi i punti di vista sono corretti. È vero che Foucault comincia con l’asse del sapere, poi approda all’asse del potere, infine esplora l’asse del desiderio. Si potrebbe affermare che ci troviamo di fronte a un’evoluzione da un asse all’altro, a una dislocazione. Ma quel che mi interessa, personalmente, in quel che voglio fare quest’anno, non è il fatto che si passi da un asse all’altro successivamente. Diversamente, vorrei analizzare l’insieme dei tre assi che costituiscono uno spazio e come i nuovi concetti si dispongano in funzione di essi. A questo punto non è difficile correggere quello che dico, ricordando costantemente che Foucault era partito dal sapere. Sono correzioni che potete fare voi stessi e che comportano diversi cambiamenti. Del resto, non è di certo desiderabile che la vostra lettura sia identica alla mia. La lettura che vi propongo serve a stimolare la vostra. L’unica cosa che vi domando è di prendere attentamente in considerazione la mia proposta, ma non dovete affatto darmi ragione. Dovete al contrario costruire una vostra lettura.

Allora, l’ultima volta abbiamo cominciato a considerare la domanda secondo me più difficile di tutta l’opera di Foucault: che cos’è un enunciato? Bisogna procedere con cautela. Abbiamo visto fin dall’inizio che gli enunciati rinviano alle formazioni storiche. Abbiamo anche detto che un primo tema che emerge in Foucault è quello secondo cui gli enunciati di un’epoca non sono mai nascosti. Tuttavia, non sono mai immediatamente dati. Le due affermazioni devono essere tenute assieme. È un’idea complicata. Gli enunciati non sono mai nascosti. L’abbiamo già visto e non torno su questo punto perché è stato chiarito a sufficienza: ogni epoca dice tutto quello che ha da dire. Non nasconde niente o, perlomeno, tutto quello che nasconde è secondario: la storia non si fa mai con i segreti di stato, che sono veramente poca cosa in rapporto al movimento della storia. In sostanza, possiamo dire che un’epoca dice tutto quello che ha da dire. Si tratta di una questione su cui ci siamo soffermati a sufficienza, quindi immagino che me lo concediate o, meglio, che lo concediate a Foucault. Tuttavia il discorso ha senso solo se aggiungiamo che, attenzione, questo non significa che gli enunciati siano immediatamente dati o immediatamente leggibili. La cosa si complica. Gli enunciati non sono segreti o nascosti, ma al contempo non sono immediatamente leggibili o visibili. Si capisce, ancora molto vagamente, che Foucault ci sta dicendo: gli enunciati non sono mai nascosti ma, attenzione, non li raggiungerete senza elevarvi alle condizioni che permettono di estrarli. Ecco un problema: estrarli da dove? Quella di enunciato è una nozione originale, elaborata da Foucault. Ripeto: bisogna estrarre gli enunciati, ma da dove? Ogni epoca enuncia tutto quello che deve enunciare. Ma se non vi elevate fino alle condizioni degli enunciati di una certa epoca, non li troverete.In altri termini, bisogna saper leggere. Ma che cosa significa “leggere” per Foucault? Un’epoca non nasconde niente… non nasconde niente all’archeologo che sa leggere gli enunciati. L’enunciato deve essere letto, cioè, in questo caso, estratto da qualcosa.

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Forse riusciremo a procedere se ci domandiamo: ma allora che cos’è immediatamente dato? La risposta di Foucault sarebbe: le parole, le frasi e, a rigore – preciserò immediatamente che cosa intendo con questo –, le proposizioni. Ma Foucault dice: attenzione, quello che chiamo “enunciato” non è riducibile né alle parole, né alle frasi, né alle proposizioni, né agli atti linguistici. Vi ricordo che, in questo senso, il concetto foucaultiano di enunciato è così originale che Foucault avrebbe potuto benissimo inventarsi una nuova parola per designare la cosa in questione. Foucault non ci nasconde che per lui, ciò che chiama “enunciato” non corrisponde a nulla di cui i linguisti o i logici hanno parlato finora. Foucault rivendica l’originalità radicale del concetto di enunciato che propone. La sua tesi generale sarà: l’enunciato non è riconducibile né alle parole, né alle frasi, né alle proposizioni, né agli atti linguistici.

deleuze foucault

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Proviamo a fare un esempio. Mi interrogo sulla sessualità nel XIX secolo. Notate subito che è un esempio che Foucault svilupperà tardivamente, nel primo volume della sua Storia della sessualità, intitolato La volontà di sapere. Foucault propone un ottimo esempio nel bellissimo inizio di quel libro. Il primo capitolo ha per titolo
“Noialtri vittoriani”. Il periodo vittoriano. E che cosa si sente dire sul periodo vittoriano? Di solito ci dicono che è un periodo in cui viene esercitata una profonda repressione della sessualità e che, in particolare, è vietato parlarne. Questo afferma una certa storia preconcetta. Ci dicono che nel XIX secolo non si parlava o si parlava poco di sessualità… e poi è arrivato Freud. Ma una simile concezione è sospetta. Arriva Freud, e allora? Freud arriva e ci si mette a parlare di sessualità. Freud ha certo parlato di sessualità, ma la questione è problematica. Prendo questa proposizione (che non è un enunciato): arriva Freud e ci insegna che il bambino da piccolo ha già una sessualità. Ah? Che cosa ci turba? Perché si trova inaccettabile una simile proposizione? Se essa non è più sostenibile, forse in gran parte lo si deve a Foucault. Ma ciò non ha impedito che sia rimasta nei manuali di psicoanalisi, per molto tempo ci hanno presentato le cose così. Che cosa ci imbarazza subito? Quasi ci vergogniamo a parlare di queste cose. Ci diciamo: un attimo, non c’erano nutrici all’epoca? Nessuno cambiava un infante? Non si sapeva che c’era una sessualità infantile o non se ne parlava… Quando una nutrice incontrava un’altra nutrice non parlava dei fenomeni di sessualità infantile che riscontrava nel bambino? Non ne parlava a se stessa mentre cambiava il marmocchio? Sarebbe strano. E i fenomeni di onanismo? Erano sconosciuti? Evidentemente no. Quindi erano conosciuti ma non se ne parlava? Intuite che questo è puro Foucault. In che senso? Non bisogna stupirsi se Foucault dice – uso parole mie che sono equivalenti a quello che ha scritto –: do più importanza all’enunciato di una nutrice che a quello di un noto psichiatra. Vedremo l’importanza che questo ha per la filosofia in generale. Bisogna scegliere gli enunciati su cui indirizzarsi. Che cosa significa?

Alla fine del XIX secolo viene pubblicato un libro importante, un grande classico dell’epoca, prodotto del tutto indipendentemente dall’influenza di Freud e della psicoanalisi. È un libro colossale, l’enorme studio di Krafft-Ebing Psychopathia sexualis. Guarda un po’, il titolo è in latino, molto interessante. Nello slancio, leggiamo anche il sottotitolo: “A uso di giuristi e medici”. Percorriamo il libro, ci accorgiamo che è una classificazione di tutte le perversioni sessuali possibili e immaginabili. La grande maggioranza dei casi esposti copre l’arco del XIX secolo. Nel libro compaiono i più grandi orrori: amore con cadaveri, amore per gli escrementi… Dei veri abomini, tutti numerati e analizzati. Il libro è in tedesco ma è stato tradotto in francese, edizioni Payot & Rivages. Quando sfogliamo gli studi di caso, quello che colpisce è che, di tanto in tanto, nel momento in cui si narrano le vicende più scioccanti, la frase diventa in latino. È veramente un modo di nascondere? Se considerate che all’epoca il peggior liceale… [interruzione] …e si capirà a che conclusioni giungere.

È fondamentale che il sottotitolo sia “a uso di giuristi e medici” e che gli enunciati del libro contengano parti di frase in latino. Non si può dimenticarlo né trascurarlo. A parte questo, tutto è detto, tutto è “enunciato”. È un libro dell’età vittoriana. Di che cosa ci accorgiamo? Se vi limitate alle parole e alle frasi, avrete l’impressione che qualcosa sia nascosto. Ebbene sì, ci sono parole proibite, questo è il tema del primo capitolo, “Noialtri vittoriani”. Ci sono parole proibite, frasi metaforiche, proposizioni represse. Foucault non lo mette in dubbio. Semplicemente, se vi limitate alle parole, alle frasi e alle proposizioni, direte che c’è qualcosa di nascosto. Il fatto è che non siete riusciti a raggiungere i veri enunciati. Come si definirà l’era vittoriana? Attraverso un vero “pullulare” di enunciati sulla sessualità. Si direbbe che le parole sono proibite, le frasi sono metaforizzate, le proposizioni sono represse solo allo scopo di far proliferare gli enunciati sulla sessualità. Foucault parte alla scoperta di questi enunciati: dove cercarli? dove trovarli? Vediamo, facciamo una lista. Nel capitolo iniziale Foucault scopre un primo focolaio di enunciati sulla sessualità. Dove? Nella chiesa, nella confessione e nelle sue tecniche che braccano la sessualità, compresa quella infantile. Quale prete non sa che esiste la sessualità infantile? E quale prete non sa che queste manifestazioni, fin dalla più tenera infanzia, sono il segno del peccato originale? Tutti i preti sanno queste cose. I preti del XIX secolo sapevano tutto quello che potevano sapere all’epoca sulla sessualità infantile. Foucault non faticherà a mostrare che per molto tempo, a partire dal Concilio di Trento, la chiesa si è data il compito di produrre enunciati sulla sessualità. Ecco dunque un primo focolaio di enunciati.

Il secondo focolaio si colloca nel XIX secolo: è il governo. Come abbiamo visto l’ultima volta, nel corso del XIX secolo e già nel XVIII, lo stato si lancia in una vera e propria biopolitica, considera come parte delle sue funzioni la gestione della vita. Gestire e controllare la vita. Come potrebbe, quindi, lo stato non interessarsi al
fenomeno della sessualità in città e in campagna, ai metodi di contraccezione, all’evoluzione della natalità ecc.? Questo è il secondo focolaio.

Terzo focolaio: la scuola. Bisogna davvero rifiutare di relazionarsi con gli enunciati – vedete che il metodo di Foucault si delinea –, essere ciechi agli enunciati, non saperli leggere, per credere che nella scuola del XIX secolo non si parli di sessualità. In un certo senso, non si fa altro. Senza dubbio è per “sanzionarla”, ma se ne
parla proprio nella misura in cui bisogna sanzionarla. La sorveglianza dei bambini e la regolamentazione delle scuole non cessano di far proliferare gli enunciati sulla sessualità. Pensate alle condizioni nei convitti del XIX secolo, è evidente. Bisognerebbe essere idioti per credere che non si crei, sia tra gli studenti sia tra i sorveglianti, una produzione incessante di enunciati sulla sessualità.

[…]

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