L’ambizione dei beni comuni

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione a “Commons/Beni comuni. Il dibattito internazionale” (goWare, 2013) a cura di Lorenzo Coccoli.

Commons/Beni comuni. Il dibattito internazionale (goWare, 2013) costituisce il primo tentativo italiano di raccogliere gli interventi più significativi, se non proprio fondativi, nel dibattito internazionale filosofico-politico, giuridico ed economico sui commons. Dai testi classici di Garrett Hardin (The Tragedy of the Commons) e della Premio Nobel Elinor Ostrom, fino alle riflessioni di Vandana Shiva, Naomi Klein e Michael Hardt, il volume rende conto di un dibattito articolato, controverso, e pur tuttavia cruciale nel discorso politico globale. Il volume è curato da Lorenzo Coccoli e suo è il saggio introduttivo di cui offriamo un estratto.

Ieri, oggi, domani: i beni comuni tra passato e futuro

di Lorenzo Coccoli

Quel che è certo è che il sintagma “beni comuni” è oggi applicato alle fattispecie più disparate: «si parla di acqua e ambiente come beni comuni, di sapere, di conoscenza, di genoma umano beni comuni, ma anche di sanità, di università, persino di lavoro e da ultimo di democrazia come beni comuni»[1]. L’elenco è del resto in continuo aggiornamento, è ciò rende sempre più difficile l’individuazione di una fisionomia comune che possa fornirci le regole d’uso del concetto.

[…]

Tuttavia, è anche possibile che quel che per certi versi può essere considerato un limite, costituisca per altri versi un punto di forza. È il caso, a mio avviso, del ruolo giocato dai beni comuni nell’organizzazione dell’azione politica dei movimenti sociali: come abbiamo ricordato, sotto le insegne dei commons sono state combattute in questi anni le battaglie più disparate, che hanno visto la creazione di alleanze inedite e la conseguente relativa ricomposizione del fronte antagonista[2]. Qui, nel campo della pratica, è stata proprio la nebulosità semantica del concetto a consentirgli di svolgere una funzione cruciale: quella cioè di aggregare un insieme di istanze sociali altrimenti eterogenee in un orizzonte comune di lotta. La coalizione di forze sociali e politiche che ha portato alla vittoria i referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua sta del resto a testimoniarne l’efficacia. In altre parole, i beni comuni sembrano esemplificare alla perfezione ciò che Lévi-Strauss chiamava “significante vuoto” (signifiant flottant), la cui rilevanza per il discorso politico è stata messa in luce da Ernesto Laclau[3]. […] Se questo è vero, l’elevata volatilità semantica che abbiamo visto caratterizzare il sintagma “beni comuni” potrebbe allora rappresentare, prima ancora che il sintomo di un evidente deficit teorico, il segreto della sua fecondità politica e della sua capacità di catalizzare energie e forze sociali[4].

Occorre però un’ulteriore precisazione. Dire che i beni comuni siano un significante vuoto non equivale ad affermare che siano del tutto privi di significato. Pur conservando un notevole grado di elasticità, il concetto di commons possiede però un nucleo semantico minimo che fa sì che i suoi singoli usi siano comunque riconducibili a una fisionomia comune, per quanto fluida e non rigidamente perimetrabile. Esistono infatti alcuni presupposti più o meno espliciti che paiono ricorrere, con maggiore o minore intensità a seconda del livello di radicalità delle varie rivendicazioni, in tutte o quasi le sue diverse occorrenze. Senza pretesa di esaustività, mi limito di seguito a indicare due o tre punti che considero particolarmente rilevanti:

1.Sottrazione al mercato capitalistico. Definire un bene o un servizio come bene comune significa in primo luogo volerlo sottrarre alla sfera del mercato capitalistico (sebbene non necessariamente a quella del mercato tout court[5]) e alla logica del profitto in essa dominante. Qui il concetto di commons gioca un ruolo principalmente resistenziale, ponendosi come argine al dilagare delle politiche neoliberiste di privatizzazione e di smantellamento dello stato sociale. […] Tuttavia, oltre che per questo aspetto più propriamente difensivo, il punto in questione è importante anche per un’altra ragione: opporsi al dilagare dei processi di privatizzazione e accumulazione significa anche riportare l’attenzione sul tema fondamentale della proprietà e sul crescente divario sociale che la sua iniqua distribuzione a livello locale e globale comporta. […]. Nella pratica, questo può voler dire puntare a una riforma radicale dei meccanismi di redistribuzione del reddito che consenta di ridurre drasticamente le diseguaglianze economiche e sociali fomentate dal sistema capitalistico.

2. Beni comuni e comunità. Altro riferimento imprescindibile nell’orizzonte dei commons è quello del loro legame con la comunità teoricamente deputata alla loro gestione. Da una parte, questo significa porre l’accento sulla dimensione comunitaria e relazionale di contro all’individualismo atomistico caratteristico della modernità capitalistica. La costruzione di reti di solidarietà collettiva attorno alla difesa e al governo dei beni comuni ha così anche l’effetto di ricostituire il tessuto sociale progressivamente disgregato dalla logica pervasiva del mercato concorrenziale. D’altra parte però il richiamo alla comunità rischia di rivelarsi concettualmente ambiguo: se infatti con essa intendiamo un gruppo etnicamente o culturalmente omogeneo e chiuso agli scambi con l’esterno, il pericolo è quello di riproporre a livello collettivo quelle forme di esclusione che la proprietà privata presenta a livello individuale – e che, almeno in linea di principio, l’idea di bene comune vorrebbe contrastare. La comunità non va idealizzata come luogo irenico della ricomposizione di tutti le contraddizioni ma va, al contrario, ripensata come costitutivamente aperta alla relazione con l’altro e costantemente attraversata dalla potenzialità del conflitto: il Comune è, in un certo senso, sempre diviso, lacerato, ferito[6].

3. Né pubblico né privato. Abbiamo più volte ribadito, nel corso di questa introduzione, l’alterità del Comune tanto rispetto al Privato che al Pubblico. Ora, ciò è vero sia per quel che riguarda la proprietà del bene, sia per quel che riguarda invece la sua gestione (due aspetti che andrebbero tenuti distinti). Insistere sulla gestione comune e non pubblica delle risorse significa allora rivendicare al corpo sociale una certa autonomia dal controllo statale, riconoscendogli una capacità di auto-governo e auto-regolazione da esercitarsi tramite gli strumenti della democrazia diretta e della partecipazione politica. I commons delineano insomma una nuova fisionomia dell’amministrazione del potere, alternativa a quella dimensione teologico-pastorale che ancora contraddistingue la trascendenza sovrana dello Stato.

Opposizione alle dinamiche del neoliberismo, riforma dei meccanismi di redistribuzione, ricomposizione dei legami di solidarietà sociale, democrazia dal basso: come si vede, attorno al tema dei beni comuni è possibile articolare tutti i punti di una possibile agenda politica per il prossimo futuro. Un progetto ambizioso, certo, ma forse mai così attuale.

Indice

Introduzione. Ieri, oggi, domani: i beni comuni tra passato e futuro (L. Coccoli)

1. La tragedia dei beni comuni (G. Hardin)

2. Azione collettiva e tragedia dei beni comuni (E. Ostrom)

3. I beni comuni e il Codice (L. Lessig)

4. Reclamare i beni comuni (N. Klein)

5. Recinzione e recupero dei beni comuni biologici e intellettuali (V. Shiva)

6. Riflessioni su alternative, beni comuni e comunità. Ovvero: costruire un nuovo mondo partendo dal basso (M. De Angelis)

7. L’idea globale di “beni comuni” (D.M. Nonini)

8. Una nuova politica dei beni comuni (D. Bollier)

9. Il femminismo e la politica dei beni comuni (S. Federici)

10. Le recinzioni viste dal basso (P. Linebaugh)

11. Le due facce dell’Apocalisse. Antinomie del Comune e nuove convergenze politiche (M. Hardt)

Note

[1] M.R. Marella, Introduzione. Per un diritto dei beni comuni, in Ead. (a cura di), Oltre il pubblico, cit., p.17. Nella stessa Introduzione (pp.17-19) è anche presente un’utile tassonomia dei vari usi del concetto di commons.

[2] Cfr. U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2011.

[3] Cfr. E. Laclau, Why Do Empty Signifiers Matter to Politics?, in Id., Emancipation(s), Verso, Londra 1996, pp.36-46; e Id., La ragione populista, Laterza, Roma-Bari 2008.

[4] Abbiamo già proposto questo accostamento dei beni comuni alla nozione di “significante vuoto” in A. Ciervo e L. Coccoli, Movimenti sociali e riconoscimento dei beni comuni, in Essere Comunisti, n.18 (2010), pp.23-26. Ma cfr. anche M. Spanò, Who’s the Subject of the Commons? An Essay in Genealogy, in S. Bailey, G. Farrell e U. Mattei (a cura di), Future Generations and the Commons, Publications of the Council of Europe, Strasburgo 2013 (di prossima pubblicazione).

[5] Cfr. M.R. Marella, op. cit., p.21.

[6] Cfr. I. Dominijanni, Wounds of the Common, in Diacritics, vol.39, n.4 (2009), pp.135-145.

[7] Cfr. P. Napoli, Militanti in lotta sulle spalle dei commons, in L’indice dei libri del mese, anno XXIX, n10 (2012), p.8.

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