Dalla provincia al set, immaginando un cinema diverso

Conversazione con Maria Roveran, alla Biennale Venezia come interprete di Questi giorni di Giuseppe Piccioni.

Foto tratta da "Questi giorni" di Giuseppe Piccioni
Foto tratta da Questi giorni di Giuseppe Piccioni

Chiara Zanini: Hai lavorato molto al cinema e a teatro nell’ultimo anno. Hai avuto modo di farti un’idea rispetto a quale direzione sta prendendo la Riforma?

Maria Roveran: Per molto tempo ho approcciato con una certa titubanza questa professione, non avendo nessuna certezza che potesse diventare tale, perché, come sappiamo, in molti casi purtroppo non ha continuità. Perciò non mi sono informata da subito sulla Riforma e sulle dinamiche in corso, Però, tra i miei riferimenti, ci sono gruppi di persone più attive, come gli Artisti7607. E ho partecipato a iniziative promosse da associazioni di categoria, pur non essendo iscritta. Ma m’iscriverò, e non solo perché mi riguarda direttamente, ma perché penso che abbiamo anche delle responsabilità, perciò partecipare e informarsi è un dovere. Recentemente, ho letto le richieste delle diverse associazioni. Ognuna richiede interventi legislativi ed economici in linea con la propria specificità. Spero che i film indipendenti e d’autore possano essere sostenuti di più con la nuova legge. Penso ad esempio alla fase della distribuzione di un film. Vorrei una riforma “dal basso”. Ho letto anche i contributi de il lavoro culturale a riguardo, mi sono stati utili.

C. Z.: Grazie. Rispetto alla distribuzione, gli esercenti da tempo stanno cercando di spiegare come sia dannoso confinare l’uscita di film definiti “difficili” in periodi dell’anno in cui l’affluenza del pubblico è scarsa.

M. R.: D’accordissimo con loro. Bisogna iniziare a correre dei rischi. Non si può affermare di sostenere i film indipendenti se si continua a farli uscire nei periodi peggiori, a scommettere solo sui pesci più grossi. Posso portare come esempio il caso di Piccola Patria, che è iniziato come una piccola produzione e successivamente è stato sostenuto da Rai Cinema. La nostra fortuna è stata quella di essere selezionati a Venezia. Ma pensiamo anche a quante piccole patrie vengono prodotte senza che il pubblico possa vederle.

Vanno sostenute tutte le tappe del percorso di un film. E sono d’accordo con 100autori a proposito del sostegno alla fase di scrittura e con l’importanza dell’attribuire il cosiddetto interesse culturale, ma la domanda più importante che dobbiamo porci secondo me è: quante persone potranno vedere questi film? Saranno popolari? Finora chi ha potuto spingere il proprio lavoro è stato chi aveva più soldi. Ci sono film – non solo italiani – che non vengono visti praticamente da nessuno, purtroppo.

C. Z.: Piccola Patria è davvero un case study. In termini di promozione avete saputo stimolare una certa attenzione utilizzando linguaggi e strategie diverse, facendo scelte inusuali per un’opera prima. Dopo aver pubblicato sui social network diversi estratti del vostro diario di viaggio delle riprese, a Venezia ti è venuta l’idea di accompagnarlo con dei concerti. Vuoi parlarne?

M. R.: Al Centro di accoglienza di Gradisca D’Isonzo avevamo conosciuto i richiedenti asilo afghani. Il regista Alessandro Rossetto mi aveva chiesto di cantare di fronte a loro, ma mi ero rifiutata ed ero scoppiata a piangere perché all’epoca per me cantare in pubblico significava davvero mettermi a nudo. Alessandro sapeva di toccare in quel modo certe mie corde, e chiedendolo ugualmente mi aveva fatta soffrire. Ma poi ne abbiamo riparlato e ho iniziato a scrivere, oltre al diario delle riprese, anche delle poesie e dei brani, come li avrebbe scritti il mio personaggio Luisa. In dialetto, quindi. Volevo vincere quella sfida. Cantare nella mia stanza d’albergo dopo una giornata di riprese mi aiutava a far “decantare” il vissuto sul set, che poteva essere davvero pesante.

In seguito Alessandro propose di registrare quelle canzoni. “Io sono il regista, tu l’attrice”. Volevo dimostrare di saper rispondere a quella richiesta, ma mai avrei pensato che sarei diventata autrice di una parte della colonna sonora. Invece al Festival di Venezia mi è stato subito chiaro che cosa avremmo potuto fare con quelle musiche, ossia usarle per portare più persone a conoscere il film.

Il programma radio Hollywood Party mi ha proposto di cantarle insieme al gruppo degli Stag, che non avevo mai incontrato prima. Il film sarebbe uscito alcuni mesi dopo. Ho chiesto al produttore Gianpaolo Smiraglia cosa ne pensasse dell’idea di accompagnare le proiezioni con dei concerti da organizzare attorno a brani della colonna sonora insieme a brani miei e a quelli degli Stag. Abbiamo portato PiccolaPatriaTour in sale tradizionali, nei foyer e nei cinema all’aperto, ma anche nei locali e siamo stati ospiti di festival come il Drodesera o il Bianconiglio, del Teatro Valle, della Libreria del cinema a Roma. Abbiamo potuto scambiare opinioni con il pubblico su diverse tematiche. E tutto questo ha giovato moltissimo al film.

Con il PiccolaPatriaTour ho scoperto ad esempio il Cinema del Carbone, un gruppo di volontari che organizza proiezioni itineranti a Mantova e dintorni. Grazie al loro continuo scambio con una realtà tedesca Piccola Patria è stato proiettato più volte al Centro Culturale di Weingarten e lo scorso novembre abbiamo portato la formula “concerto+film” anche lì.

C. Z.: Il disegno di legge sul cinema tratta anche la questione delle cosiddette “zone cinematograficamente desertificate” [ne abbiamo parlato con Roberto Roversi di Ucca], ossia quelle dove il cinema non c’è. Spesso sono proprio dei volontari ad intervenire dove le istituzioni sono assenti. Qual è la tua esperienza, essendo cresciuta in un piccolo centro?

M. R.: Nel paese di cui sono originaria, Favaro Veneto, non c’è nessuna sala. La più vicina non è nemmeno una sala tradizionale, è una multisala e si trova accanto a un centro commerciale, a Marcon. Mi sono sempre concentrata sullo studio e non ho mai preso in considerazione – direi proprio per un fatto culturale – l’idea di intraprendere questa professione. Ho studiato Fisica all’Università, sicura che quella della ricerca scientifica sarebbe stata la mia strada, senza avere fino a 21 anni alcuna esperienza nel cinema o nel teatro: nella mia famiglia non venivano proprio considerati. Ci sono davvero arrivata per caso.

Ero una scout quando gli assistenti sociali del paese hanno proposto un progetto di teatro sociale insieme agli ospiti di una casa famiglia, persone con storie difficili alle spalle. Ho continuato a seguire le lezioni all’Università, ma ogni fine settimana tornavo per seguire questo corso. Poi un gruppo che faceva le stesse attività a Belluno mi ha chiesto di sostituire una ballerina in uno spettacolo che era stato selezionato ad un festival. Lì ho parlato, per la prima volta, con un ragazzo iscritto al Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC).

Per un anno ci ho pensato. Mi aveva colpito il fatto che nonostante la sua storia fosse entrato al CSC, e comunque continuavo a non sapere di cosa si trattasse, che cosa si facesse lì. Quando ho detto che avrei partecipato alle selezioni tutti chiedevano se fossi impazzita, io per prima mi ripetevo che al contrario di quel ragazzo non avevo il physique du role. Sarà un’idea molto provinciale, ma è così! E capita di continuo che mi venga fatto notare.

Durante le riprese di Questi giorni di Giuseppe Piccioni a Gaeta sono stata accompagnata al supermercato da una runner e, lungo il tragitto, abbiamo incontrato dei suoi amici. La ragazza che mi accompagnava mi ha presentata come l’attrice del film e nessuno ci ha creduto. Tutti pensano che, per via dell’aspetto, io faccia altro, non certo l’attrice. Non è un problema per me, ma voglio dire che da molti questo lavoro è visto come qualcosa di riservato a persone che hanno caratteristiche ben specifiche, forme, altezza, colore degli occhi o capelli di un certo tipo. Un mito da sfatare. Questo forse dipende molto anche da come gran parte della popolazione italiana percepisce il cinema, da come ne fruisce e da cosa vede.

Credo esistano tipologie di cinema differenti, e di conseguenza differenti tipologie di regia, di fotografia, di sceneggiature, e quindi di progetti e proprio per questo anche differenti fisicità. Credo che tutto ciò sia una vera ricchezza, e credo che, per poter conoscere la complessità del cinema, e le sue “ricchezze” sia necessario uno sguardo culturale forse più profondo verso il cinema stesso. Uno sguardo che nel cittadino non potrà essere stimolato unicamente attraverso la presenza sul territorio di grandi multisala. Anche, ma non solo. Si tratta di uno sguardo che può maturare soltanto se s’inizia a parlare di cinema nelle scuole conferendogli dignità e valore artistico e culturale a tutto tondo. Uno sguardo che va stimolato, insegnato, affinato, permettendo ai cittadini di poter visionare cinema di tipo diverso, cinema d’autore, cinema indipendente, d’essai, documentario ad esempio. Cinema del quale si dovrebbe parlare a scuola. E questo vale più in generale per tutti i mestieri del cinema dei quali difficilmente si parla nelle scuole.

Credo che la scuola dovrebbe promuovere tutte le forme di creatività. Ma spesso siamo orientati verso altri studi o altri “mestieri”. Gli insegnanti forse non ne parlano per via del discorso del precariato e della carenza di tutele che si aprirebbe, ma un avvicinamento a discipline come fotografia, costume, suono, scenografia ecc. sarebbe importante. Sarebbe importante anche solo parlarne. Credo che in generale oggigiorno è necessario tornare a parlare di “mestieri”. Credo che il cinema sia insieme un’arte, un mezzo e un meraviglioso mestiere. Meraviglioso come tanti altri mestieri, lavori artigianali e perciò meritevole di attenzione e di conoscenza.

C. Z.: Le maestranze sono spesso escluse persino dai riconoscimenti più importanti, come i tecnici degli effetti speciali scenici, o i tecnici del suono che hanno protestato ai David di Donatello.

Fonte La Repubblica
Fonte «La Repubblica»

M. R. : Esatto […] È pazzesco. Non sopporto che ci siano professioni riconosciute e professioni taciute. Non sopporto esistano degli attori-divi da un lato e degli esclusi dall’altro. Credo che anche il ruolo dell’attore dovrebbe essere ripensato. Nel cinema come ovunque dovrebbe esserci spazio per tutti. Le risorse e i premi a disposizione non dovrebbero mai escludere nessuno. Poi, parlando di cinema internazionale, dovremmo proprio darci l’obiettivo di scommettere su chi non parte dalle stesse nostre condizioni, mentre in Italia si tende a scommettere su chi è già arrivato. Bisognerebbe sostenere la crescita delle nuove leve, ma le nuove leve in questo momento non sanno nemmeno a chi rivolgersi.

Il divismo di alcuni fa sì che, ad esempio, ci siano per contro troppi attori che non riescono a vedere la propria professione come un lavoro vero e proprio, con la conseguenza che nemmeno il pubblico lo considera tale. Il lavoro dell’attore ha bisogno di essere sostenuto, a partire dalla formazione, mentre oggi vedo più interesse per aspetti collaterali a questa scelta. Credo non dovremmo mai smettere di studiare.

C. Z.: Ti capita di ripensare alla mobilitazione contro la gestione Bondi? Nel 2010 in 400 ad occupare la Casa del Cinema, poi in 3000 fino al red carpet della Festa del cinema. Tu avevi da poco iniziato il Centro Sperimentale di Cinematografia. I manifestanti dicevano che quella era finalmente la nascita di un movimento unitario, forte di oltre trenta associazioni che firmavano uno stesso documento.

M. R.: Non posso dire di conoscere nel dettaglio tutto questo perché, come dicevo, studiavo senza pensare veramente a questa come la mia futura professione. Ma, ricordo quei mesi. Poco tempo dopo è iniziata l’occupazione del Teatro Valle, c’era davvero un bel fermento. Con quella manifestazione persone di diverse età ed esperienza si sono unite per la prima volta, ma, come spesso accade, la cosa poi è scemata. Sono sopravvissute alcune realtà come il Valle, è nata Artisti 7607. È stato fatto un gran lavoro. Ma, forse tra noi manifestanti, avrebbe potuto esserci una maggiore comunicazione. Questo è ovviamente un mio personalissimo punto di vista.

C. Z.: Perché si è diffusa una scarsa propensione a lottare? Progetti abbandonati perché non si ha certezza delle risorse, la questione “elitaria” che hai nominato, il rapporto non idilliaco con i sindacati… Non ci sono forse ragioni sufficienti? Nel 2010 ad esempio si faceva costantemente riferimento agli aiuti di Stato che vanno ad aziende come la Fiat e non al comparto culturale.. Non è cambiato poi molto da allora.

M. R.: La mancanza di certezze e di tutele legislative fa sì che ognuno si “arrangi” e finisca per pensare solo per sé. La Riforma ministeriale dovrebbe mirare a conferire dignità a tutte le professioni coinvolte, ma, quello che pretendiamo dallo Stato dovremmo averlo prima condiviso di più tutti insieme attorno ad uno stesso tavolo. E poi la Riforma dovrebbe guardare ai giovani, alle scuole e ai territori. Vorrei si parlasse di cinema a chi non ne sa nulla. Ora che sono da quest’altra parte vorrei poterlo fare anch’io. Avverto la politica come una struttura piramidale, mentre oggi, nel 2016, quello di cui abbiamo bisogno è di una struttura a rete, reti fatte di persone che si confrontano. Spesso ho la sensazione che [come cineasti] si faccia fatica a unirsi per confrontarsi e per poi prendere una posizione. Forse, rispetto a un tempo, oggi si fa più fatica a fare gruppo proprio per paura che, all’interno del gruppo, ci si possa fregare l’uno con l’altro. Paura e sfiducia non aiutano di certo ad alimentare un sano confronto e una reale presa di posizione.

 

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Foto tratta da PiccolaPatriaTour
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