Dossier #CharlieHebdo: Dialogo tra un hegeliano e un non so

Luca Illetterati ha immaginato e scritto un dialogo paradossale e satirico fra Hegel e Nietzsche che discutono con toni sopra le righe il senso dell’attacco alla redazione di «Charlie Hebdo».

Questo post appartiene a un dossier di approfondimento sulla strage alla redazione di «Charlie Hebdo». A questo link potete leggere lo Storify #CharlieHebdo: l’ordine del discorso.  

 

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N: E tu adesso avresti magari ancora il coraggio di dire quella puttanata del reale che è razionale e del razionale che è reale?

H: Te l’ho spiegato tante volte: rifletti sulle parole, cerca di capire cosa dico quando dico reale e cosa dico quando dico razionale.

N: Ti prego! Non scassare adesso le palle con quello che sta dietro alle parole, con le disambiguazioni, con i distinguo. L’unica cosa reale, adesso, lo sai, sono i corpi sventrati e trucidati di quella gente, di quei disegnatori anarcoidi e rompicazzo, che se la spassavano, che amavano ridere, bere e scopare. E che avevano una qualche passione per questo reale qui che ci sta intorno. Il reale, cazzo, sono quei corpi cadaveri ammazzati dopo essere stati chiamati per nome fuori dalle loro stanze, sono quegli ebrei sul pavimento di un supermercato kasher, caduti a terra come barattoli dallo scaffale.

H: Perdona, hai ragione, non volevo fare il pedante. In realtà la penso come te. Credo anch’io che in questo momento non ci sia niente di più reale di quei corpi, di quel sangue, delle mogli e delle figlie di quei disegnatori, di quella gente al supermercato. E anche dei poliziotti, magari. Ho notato che non li hai nemmeno citati nella tua rabbiosa invettiva.

N: Non c’è nessuno che riesca a farmi incazzare di più di quanto non riesca tu con i tuoi modi pacati, con la tua voce che non va mai fuori tono, con quella tua correttezza istituzionale.

H: Francamente non mi sembra una questione di correttezza istituzionale. Quei poliziotti erano lì a cercare di salvare la pelle ai quei disegnatori rompicazzo, come li chiami tu. Il fatto è che mi sembra che tu abbia forme diverse di sdegno a seconda di chi è in gioco.

N: Sei uno stronzo e lo sai. Ma non è di questo che voglio discutere. Lo so dove vuoi portarmi e io non ci casco. Non è davvero di questo che ti chiedo di dire una parola. Ti chiedo se oggi hai il coraggio ancora di dire quella cosa del reale e del razionale senza arrampicarti sugli specchi fasulli delle distinzioni tra i livelli di realtà e i livelli di razionalità.

H: So che ti faccio arrabbiare, ma mi viene da dirti che oggi non solo lo dico, ma lo urlo.

N: Già il fatto che lo urli è qualcosa. Ed è solo perché hai detto così, che lo urli, che accetto di continuare a parlare con te.

H: Sì, lo urlo, lo urlo con disperazione e ferocia, come un grido di battaglia, come una cosa a cui siamo chiamati e a cui non possiamo rinunciare.

N: Non cercare di sedurmi. E vai al sodo. Abbi il coraggio di dire esplicitamente e con franchezza che quella schifosa carneficina, messa magari insieme alle migliaia di corpi che guerrieri invasati come questi stanno massacrando in Africa in nome di Allah, è qualcosa di razionale, è qualcosa che ha senso, che magari, anzi, per riprendere i tuoi argomenti, ha una sua intima necessità, per cui da questa merda qui di oggi, persino per merito suo, grazie a essa, domani ne usciremo tutti belli, puliti e profumati, che il negativo è necessario per raggiungere davvero il compimento di noi stessi. Per diventare davvero, finalmente e felicemente, quello che dobbiamo essere.

H: Adesso sei tu che fai arrabbiare me. Perché vuoi ridurre tutto a burletta, a commedia?

N: No davvero, non lo faccio per questo. Cerco di esasperare la cosa solo perché voglio capire. Di fronte a questa cosa qui non si può fare la parte dei quieti, dei riflessivi che guardano con distacco le carte sul tavolo. Tu stesso hai detto che vorresti urlare. Il problema è che quello che tu vuoi urlare non dice niente a nessuno. Anzi, ti dirò di più: quello che dice la cosa che vorresti urlare tu e che non hai il coraggio di urlare è un offesa.

H: Io lo urlo e so che dentro questo mio urlo ci sei anche tu. Me lo stai di fatto sbraitando contro addosso proprio adesso. Me lo stai sputando in faccia. Sei tu che me lo stai dicendo!

N: Che cazzo dici? Io urlo solo la bile. Urlo parole sconnesse per dire che mi fa schifo, che non ce la faccio più, che mi ritiro a vivere in montagna, che non ne voglio sapere niente di niente di questo mondo di merda.

H: Vuoi che ti dica bravo? Vuoi che ti applauda?

N: Quanto sei stronzo!

H: Ascolta, sul serio, non voglio fare lo stronzo. Io in campagna ci vivo già e ti assicuro che lì è anche peggio. Quando apri la finestra e vedi il sole che scioglie la nebbia hai come la sensazione che basterebbe quello per vivere e davvero diventa ancora più difficile sopportare il mondo e sopportare noi. Quello che però volevo dirti è questo: pensaci un attimo, da dove arriva questa rabbia? Da dove viene fuori questa bile? Che altro è, la tua, se non una bestiale e affamata richiesta di ragione? Se non ci fosse qualcosa come la ragione dentro il tuo pensiero, dentro il tuo sguardo spiritato, nella saliva che ti esce dagli angoli della bocca, potresti davvero sbattere i pugni contro i muri come stai facendo?

N: Guarda che se sbatto i pugni e la testa contro i muri è proprio perché non vedo nulla di razionale in questo mondo qui, in quelle immagini lì che passano sulla tua televisione gigante (che in questa casa di campagna chi cazzo te l’ha fatta mettere poi), nel fatto che dei giovani esseri umani, gente che ha la mia età, l’età dei tuoi dottorandi e delle tue dottorande, entrano dentro una stanza e sparano addosso a quel porcone straordinario di Wolinski, che è un uomo di ottant’anni, un vecchio con i nipotini, con la foto dei bambini dentro il portafogli e i profili delle donnine nude incollate sul muro alle spalle della scrivania. Non c’è nessuna ragione nel fanatismo di quella gente lì che grida Allah Akbar, non c’è nessuna ragione in un mondo che si muove dentro a dinamiche di questo tipo. Non c’è niente. Ci illudiamo ogni volta che ci sia ancora qualcosa, che questo dio balordo che tu chiami ragione, ci restituisca qualcosa dei sacrifici che gli abbiamo consacrato. E invece boom. Un mare di sangue e di merda. O il tuo dio è ubriaco spolpo, o quella cosa a cui ti ostini a credere e che chiamiamo ragione è solo un tentativo disperato che abbiamo fatto e che continuiamo a fare noi umani di costruire senso dove senso non c’è, di rinvenire significati dove tutto è opaco e stupido, di tracciare percorsi illudendoci sempre di sapere la direzione che abbiamo preso e trovandoci poi ogni volta nello stesso luogo dove eravamo prima o in un punto disperso nel niente che non sappiamo se è più avanti, più indietro o che. La tua realtà razionale è una piece teatrale oramai senza pubblico, recitata da attori vecchi e patetici con la stessa convinzione con cui quei poveretti che si ostinano ad andare in chiesa recitano le loro preghierine a memoria, meccanicamente, come hanno sempre fatto, senza nemmeno rendersi conto di quello che dicono.

H: Come faccio a non volerti bene? Senza di te rischierei davvero di cadere nel niente a cui dici di credere. Se non ci fossi tu diventerei davvero quello che pensi di essere e non sei. Quello che dici e come lo dici mi commuove. E mi dà la forza, per quanto sia patetico, di resistere, mi dà l’energia, per quanto sia oramai flebile, per insistere. Dove c’è questa disperazione, la tua, la mia, la nostra, c’è senso della ragione. Questa rabbia e questo dolore sono come una Sindone della ragione. È dove c’è indifferenza, dove c’è l’impermeabilità che si crea una pellicola trasparente che anestetizza dal mondo e dai suoi odori. Una indifferenza spesso prodotta dalla convinzione di avere capito tutto, di avere già messo il corso delle cose dentro un percorso già bello e pronto. Davvero, amico mio. Se siamo qui e ci stiamo arrabbiando l’uno con l’altro nel modo in cui ci stiamo arrabbiando è perché avvertiamo il senso, doloroso, fastidioso e pungente, di una ragione che necessita di essere incessantemente praticata, attivata, sentita persino al di là delle nostre parole e dei nostri pensieri. In quella frase che a te suona come offensiva e che dice che il reale è razionale non c’è nessuna accettazione, non c’è nessuna rassegnazione nei confronti di una provvidenza imperscrutabile, non c’è nessun tentativo di offrire una scappatoia all’orrore o di obnubilarlo attraverso un senso posticcio. Pensare che il reale è razionale significa semmai guardare in faccia il delirio riconoscendolo per quello che è, e anzi, non permettergli nemmeno di nascondersi dentro la maschera della follia. Se proprio di follia vuoi parlare, pensa comunque che la follia è una forma della ragione, non il suo contrario. Ed è nostro compito, credo, cercare la ragione anche di quella follia, capirla, capire in che misura quella follia deve cambiarci senza portarci dentro i suoi stessi abissi. Non è questo quello che stiamo facendo io e te adesso davanti alla televisione con il caffè che è diventato freddo dentro queste tazzine? Non è il nostro sguardo, attonito e perso, lo sguardo di chi pensa che esista comunque un senso?

N: Mi spiace, non ci casco: nessun senso. Lo so che sei sincero. Ma non riesco e non voglio seguirti su questa strada. Mi sembra davvero che qui tutti siano convinti di avere un senso da salvare e da proteggere. E per farlo sono disposti ad appendere sulle pareti del mondo con chiodi arrugginiti e infetti qualsiasi senso diverso da quello che li tiene in piedi. Davvero: non ce la faccio più a nutrirmi di questo metadone che in te sembra ancora fare effetto. Credo dovremmo tutti rinunciare all’idea di un senso da difendere e limitarci ad accogliere il mondo per quel che è.

H: Credo che noi si sia molto più vicini di quanto tu voglia. Accogliere il mondo per quel che è significa certo non avere la pretesa di imporglielo noi un senso al mondo, ma, a un tempo, riconoscere comunque, nel mondo, un senso.

N: Io credo che la parola “senso” sia già un’imposizione, sia già una violenza. Penso che esprima la pretesa di poter cogliere e determinare la direzione delle cose. Penso esprima l’illusione di essere, alla fine, noi, il senso. E questo lo pensa ogni “noi” determinato, il “noi” dei disegnatori pazzi di «Charlie Hebdo» e il “noi” dei fanatici islamisti schifosi che tagliano le gole e mandano bambine imbottite di tritolo a farsi esplodere al mercato. E lo fanno, cazzo, perché hanno un senso da difendere, un senso come il mio e come il tuo. Un senso! È lì il problema, capisci? È la pretesa di avere un senso, di aprire la strada al senso che crediamo di essere.

H: Anche adesso, per quanto ti faccia arrabbiare, sono d’accordo con te. E penso che pensare che il reale è razionale, che pensare cioè, con la disperazione addosso, la razionalità del reale, sia ciò che costringe ogni “noi” determinato a uscire fuori dal proprio guscio, a pensare che, se c’è un senso, questo non può essere solo il mio, solo il nostro, ma deve essere un senso che va al di là del “me” e del “noi”, che si costruisce dentro la pratica e il gioco delle differenze, dentro la consapevolezza che il pensiero possa pensarci. Non è un gioco di parole, e non ridere, scemo! Quando dico che il pensiero può pensarci, dico, consapevole della fatica immane che questo implica e consapevole anche della responsabilità abissale e pure della presunzione spaventosa che vengono qui chiamati in causa, che il pensiero non è riducibile a un punto di vista, che il pensiero non può restare sempre prigioniero del gioco del “dipende”, che il pensiero è il tentativo continuamente ferito, ma incessante, di esperire un senso che sia al di là del “secondo me”.

N: A volte mi sembra che quello che dici interpreti qualcosa di ciò che penso, a volte i tuoi discorsi mi sembrano invece quelli dell’animatore parrocchiale con il quadretto di papa Francesco sopra il letto: le differenze, l’incontro, la fusione degli orizzonti. È roba da preti froci. E tu, amico mio, sei il pretino della ragione.

H: A me i preti, se ancora ne esistessero, starebbero anche simpatici, lo sai. Però tu non cucirmi addosso l’abito che ti è più comodo solo per continuare a darmi contro e avere un nemico contro cui scagliarti. Anche se i nemici servono a darci un senso, talvolta. E siccome ne hai bisogno come l’aria che respiri, ti sembra che tutto si possa pur di sopravvivere. Lo so che hai capito cosa intendo, ma te lo dico lo stesso: non c’è nulla di pacifico e rassicurante nella pratica della ragione! Non c’è niente di sereno e immediatamente affratellante nello sforzo del pensiero. La pratica della ragione è anche e soprattutto scontro, è anche e soprattutto lotta; è consapevolezza del limite e della necessità di varcarlo; ed è persino il contrario della ragione stessa, che è la violenza. Lo sforzo della ragione è la capacità di sostenere il peso del male senza accettarlo, ed è, soprattutto, la capacità di farsi carico delle decisioni a cui il male costringe.

N: Non credo di poterlo più sopportare, questo peso.

H: Lo stai già facendo.

N: E poi questa tua ragione al di là delle ragioni mi sembra uno spazio nel quale si vuol dar ragione a tutti. Mi sembra talmente al di là, talmente oltre il mio pensiero e il pensiero degli altri, da risultare del tutto ininfluente e inefficace qui, oggi, adesso, Per me e per te davanti a questa televisione che non riusciamo a spegnere anche se tenerla accesa non serve a niente.

H: No, nessun oltre. L’esercizio della ragione lo puoi praticare solo qui, solo nell’adesso che stiamo vivendo. Fuori dal tempo, questa pratica svanisce come svaniscono i corpi proiettati a velocità impensabili fuori dalle orbite. E non è nemmeno lo spazio che dà ragione a tutte le ragioni. Anzi. È il luogo nel quale le ragioni si svelano per ciò che sono, e cioè appunto punti di vista, sguardi prospettici sul mondo che non possono pretendere, proprio per questo, di essere ragione, di identificarsi con la ragione. Ma soprattutto, se devo dirti, è il luogo che non si ammoscia di fronte al proprio altro considerandolo semplicemente irrazionale, semplicemente un altro. Sai, non c’è categoria più comoda e vigliacca dell’irrazionalità. Dicendo che l’altro dalla ragione è l’irrazionale lo si perpetua, lo si rafforza. Gli si crea un territorio che in realtà non possiede. Lo si incornicia dentro uno spazio di alterità e differenza nel quale prospera fino a mangiarsi un po’ alla volta tutto quello che gli sta intorno.

N: Sai, non so davvero, sinceramente, se ho la forza per assumermi pesi, responsabilità, fatiche. Ogni volta che ci provo ho come la sensazione di cadere dentro il burrone, di sbagliare tutto, di aver preso la parte per il tutto e il tutto per la parte.

H: Anche per me è così. Ma se non ci prendiamo il peso addosso, se restiamo semplicemente fuori dal gioco, se troviamo qualche scusa per non fare questa fatica che non so davvero se abbiamo le forze, quel burrone diventerà la nostra casa.

N: Non lo so. Davvero non lo so.

H:

N: Ti dispiace se rifaccio il caffè? Questa broda tiepida fa schifo!

Nietzsche_Olde_08

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