#CharlieHebdo: “Che cosa può insegnarci la situazione israeliana?”

Pubblichiamo lo scambio tra Xavier Guignard, ricercatore dell’Università Paris Pantheon Sorbonne e docente all’Al Quds Bard College di Gerusalemme, e una giornalista di «Atlantico», all’indomani dell’attacco alla redazione di «Charlie Hebdo». La traduzione è di Maria Teresa Grillo.

 

tag-reuters_130Questo post appartiene a un dossier di approfondimento sulla strage alla redazione di «Charlie Hebdo». A questo link potete leggere lo Storify #CharlieHebdo: l’ordine del discorso.  

Ecco la mail che ho ricevuto da parte di una giornalista di «Atlantico» ieri mattina, nella quale mi chiedeva di fare un confronto tra francesi e israeliani il giorno dopo l’attacco a «Charlie Hebdo». Ovvero, come incitare allo scontro tra civiltà a colpi di domande insidiose.

Domande:

La sua risposta dovrà essere messa a confronto con quella di Frédéric Encel. Dopo l’attacco che ha colpito «Charlie Hebdo» e causato la morte di dodici persone, la minaccia non ha cessato di aleggiare sul Paese. Che cosa può insegnarci la situazione israeliana, dove l’esplosione di violenze può intervenire in qualsiasi momento?

1) In che misura la minaccia governa la vita quotidiana?
2) Quali sono le misure di sicurezza prese dai cittadini?
3) E qual è il rapporto che questi ultimi intrattengono con la violenza e la paura?
4) Quali sono le forze di polizia e militari schierate a questo scopo?
5) Quanto queste disposizioni avrebbero senso per la Francia?
6) Ci sono delle lezioni da trarre anche dalla situazione libanese?

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Risposta:

Gentile signora,
Ho preso conoscenza delle sue domande ieri mattina aprendo la mia mail. Ho avuto l’ingenuità di credere per un istante che la comparazione che mi chiedeva di tracciare tra la Francia e Israele/Palestina fosse di un altro tipo rispetto a quella che le sue domande rivelano. Ma la presenza, in questo scritto, di Frédéric Encel non lascia spazio ad alcun dubbio. Per lei, Parigi dopo questo 7 gennaio 2015 è diventata Tel-Aviv.
In primo luogo mi rifiuto di considerare la Francia come sotto «minaccia permanente» come le sue domande suggeriscono, dietro il pretesto che abbiamo appena assistito a 48 ore di violenza omicida sul nostro suolo nazionale. A volerlo credere sono i peggiori reazionari del nostro paesaggio mediatico, e non mi abbasserò a prendere in prestito da loro i termini di un dibattito che ritengo distorto alla base. No, la Francia non è in guerra. Due cittadini francesi, due «Parigots», come li definiva l’autore anonimo di un bell’articolo, hanno deliberatamente ucciso dei vignettisti, dei poliziotti, un addetto alla portineria e dei clienti di un supermercato. Questa non è una guerra, e neppure una battaglia.

Mi rifiuto ugualmente di considerare Israele come «sotto minaccia permanente». Da chi verrebbe la minaccia? Da milioni di palestinesi che soffrono di un blocco letale a Gaza, vivendo sotto il giogo militare dell’occupazione in Cisgiordania, tenuti senza patria nella loro capitale, Gerusalemme, o da rifugiati cui è vietato tornare nelle proprie terre dal 1948? Non è forse tutto il contrario di ciò che il nostro lavoro, e quello dei suoi colleghi che hanno mantenuto un minimo di senso della realtà e delle proporzioni, tenta di mostrare?

Che l’occupazione e la colonizzazione israeliana brutali, sistematiche, ininterrotte sono una «minaccia che governa la vita quotidiana», per riprendere le sue parole. Che i palestinesi non hanno alcun modo di dotarsi di «misure di sicurezza» per proteggersi e che eventualmente, e a margine, questa violenza coloniale produce delle reazioni di violenza in risposta. Avrei potuto testimoniare di questa violenza coloniale, avendo vissuto gli ultimi tre anni nei territori palestinesi. La paura delle incursioni israeliane di notte, dei posti di blocco degli arresti arbitrari, di vedere i vostri vicini e i suoi colleghi sparire nelle prigioni militari senza altra forma di processo che la loro semplice esistenza, che si facessero uccidere a una manifestazione dove si recavano a mani nude… Testimoniare le devastazioni della distruzione di Gaza la scorsa estate e la sua impossibile ricostruzione, l’umiliazione quotidiana dei palestinesi di Gerusalemme. Se ho conosciuto la paura, o l’ho vista attorno a me, era quella ispirata dagli israeliani, coloni e soldati. Non dai palestinesi.

Troverà una quantità di altri autori contentissimi di prestarsi a questa comparazione iniqua, le lascio due nomi per compensare il mio rifiuto tardivo: Benjamin Netanyahu e Avidgor Liberman, presenti alla marcia di solidarietà di Parigi. Si presteranno con delizia a questa falsificazione della storia e saranno i primi a richiederla, in quanto principali beneficiari. Ma non ricordi loro che il loro governo di estrema destra ha bombardato un palazzo di giornalisti nel 2009, durante l’ennesima distruzione di Gaza: si sentiranno stretti nei nuovi costumi di difensori della stampa e della libertà.

Per la sua comparazione rimarrà solamente l’assenza di riflessione sulle cause della violenza (che permette di comparare l’incomparabile) e la pretesa natura degli autori che prende valore di spiegazione. Arabi, musulmani, la loro violenza qui e altrove non può che essere terrorista, liberticida, capace di tracciare la linea di demarcazione tra un “loro” e un “noi”. Un “noi” nel quale io non mi riconosco, non nelle chimere in cui «Noi siamo Charlie» più che nell’identificazione con una politica coloniale. Lei oggi avrebbe potuto sentirsi libica, tunisina, siriana, irachena, yemenita, libanese… Vittime dimenticate di un terrorismo a volte di Stato che avrebbero potuto illuminarla su cos’è la vita quotidiana quando aleggia la minaccia di una esplosione, di un lancio di bombe da un elicottero o da un drone. Ma volersi sentire israeliani oggi assolve solo a una funzione: prestarsi al gioco di uno scontro di civiltà a scapito di qualsiasi comprensione del mondo che ci circonda.
Lo avrà capito, non saprei rispondere alla sua richiesta di intervista per tutte le ragioni esposte, e mi riservo il diritto di rendere pubblica questa lettera (rispettando il suo anonimato).
Saluti

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