Le ceneri delle ceneri di Gramsci. In memoria dell’Assemblea nazionale del PD

Ieri si è svolta l’Assemblea nazionale del Partito Democratico, lontano discendente della progenie di partiti nati dalla fine del PCI, da Gramsci e Togliatti a Renzi. L’Assemblea è stata il penultimo atto, in attesa dell’atto finale, del congresso, di un dramma tutto interno ad una presunta “sinistra” dell’arco parlamentare italiano. E mentre il dramma si consuma uno spettro si aggira fra i delegati del PD…

Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali,
oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà.

Rossana Rossanda, Messaggio al congresso di Sinistra Italiana, 16 febbraio 2017

Non posso caratterizzare queste somiglianze meglio che con l’espressione «somiglianze di famiglia»;
infatti le varie somiglianze che sussistono tra i membri di una famiglia si sovrappongono
e s’incrociano nello stesso modo: corporatura, tratti del volto, colore degli occhi,
modi di camminare, temperamento, ecc. ecc.

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, § 67

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Ho fatto un sogno. Ho sognato Gramsci, il filosofo, il politico, il comunista Antonio Gramsci ballare al ritmo di una scatenata danza angolana all’Assemblea nazionale del PD. Si dimenava, tarantolato e sgraziato. Ballava Gramsci e il mondo, lentamente, bruciava. Il ritmo scandalizzava il PD con il suo popolo, il popolo del prima l’unità poi tutto il resto, il popolo del dibattito e del congresso, quello che nuota nella corrente e l’altro che si asciuga al caminetto. Tutti dicono il partito, il partito, tutti si scandalizzano dell’urna con le ceneri. E le piadine alle feste dell’Unità abbandonate su piastre troppo calde per riscaldarle bruciano incerte, al ritmo di scissione o sacra unione? Salsiccia o squacquerone? Di voucher, di scuole, di fabbriche sole, di Ilva, di Alcoa, di vertenze e demenze, di treni veloci e trafori feroci, di crisi senza fine e disuguaglianze da colpire, nessuno in quell’ameno consesso si interroga. Elezioni, scadenze, vittorie, governo questo scandiscono i palati congressuati che dall’oscena danza angolana sono scandalizzati. E il mondo, lentamente, brucia. E il bieco nero, subdolo, avanza.

Fare o non fare, non c’è provare, dicono i fremiti di Gramsci. E la sua danza convulsa tutto muove, niente acquieta. Girano impazziti gli asciuga insalata, nel loro moto centrifugo di toleamica annata, bruciano le moderne applicazioni, quelle che esortano a bruciare calorie a milioni. La terza via, la quarta via, l’Ulivo 4.0, tutto s’infuoca. Ma la danza non cessa, il corpo di Gramsci non si placa. Partecipate, amici, dite la vostra – dice guascone il Segretario in quell’ardente confusione – e non nominate cose innominabili, perché superate: classe, conflitto, lavoro, morto e vivo, reddito, cittadinanza, inclusione non sono forse alle spalle? Al Lingotto, al Lingotto! Liquidato Marx adesso è il turno di Gramsci: fuori il Partito dal partito! Cenere alle ceneri!

Il bacino di Gramsci non vuole saperne, bascula osceno in quel consesso ameno. Nessun compromesso sociale, Keynes e Minski non frenano più il disagio di fondo, la nevrosi identitaria, la disuguaglianza primaria. Di contro insiste il Segretario, guascone, partecipate, o amici, dite la vostra, lotta all’evasione fiscale e sgravi alle imprese, il mercato del lavoro è ingessato, ritocchiamo quel vecchio arnese, modelliamo la Costituzione. E sussurrate queste cose per le strade, che tra noi e loro c’è scissione, ma urlatele, voraci, in Parlamento. Al Lingotto, al Lingotto!

Sinistra è direzione, orientamento, metafora topologica. Sinistra indica un luogo e un luogo, nella realtà di Newton e Galileo sta fermo, non si muove. La danza angolana di Gramsci è invece moto sregolato, traslato, subatomico, costantemente alimentato, brusco e sgraziato. Non c’è più intelligenza che sappia veramente cosa quella danza significhi, cosa esprima. Non c’è più partito che organizzi la scuola di danza. E a guardar bene a bruciare ancora, ardenti di sfrenata danza, non sono le ceneri di Gramsci ma quelle del suo partito.

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