Bastone Tedesco, l’Italia non doma

A poco più di un mese dall’inizio delle prossime elezioni europee, il marketing elettorale dei cosiddetti partiti euroscettici sta assumendo un tono sempre più marcatamente antitedesco. Di seguito, alcune considerazioni per rintracciare il vecchio mito del “Cattivo Tedesco” dal quale sembra attingere a piene mani la retorica antieuropeista di Lega e Movimento 5 stelle.

Il mito del “cattivo tedesco nella propaganda elettorale per le Europee 2014

1-ottobre-1943-il-combattente-1All’inizio di Ottobre del 1943 usciva il primo numero de Il Combattente, foglio comunista impegnato clandestinamente nella lotta contro la Repubblica Sociale Italiana e il suo protettore politico, il Terzo Reich. Quasi a rimarcare gli storici rovesci del mese precedente, i curatori del foglio avevano posto ad esergo della prima pagina le parole di un noto inno garibaldino: bastone tedesco, l’Italia non doma. Va fuori d’Italia, va fuori stranier. Dopo la disastrosa parentesi rappresentata dalla guerra d’aggressione dell’Asse, il Tedesco tornava dunque a vestire i panni più tradizionali del barbaro invasore, il nemico di lunga data contro cui, in nome di un risorto spirito nazionale, aveva combattuto il glorioso padre del Risorgimento italiano. Al di là della militanza politica dei redattori del foglio, dunque, il richiamo simbolico a Garibaldi intendeva rimarcare una verità largamente condivisa dal Popolo Italiano e da tutte le forze del composito fronte antifascista: il corto armistizio firmato con gli Alleati e proclamato il pomeriggio dell’8 Settembre del ‘43 non aveva fatto altro che riportare il Regno d’Italia alla sua collocazione naturale, dando finalmente seguito ai tradizionali sentimenti antitedeschi da sempre nutriti dalla Nazione. Del resto – sostenevano i redattori del foglio – dopo la capitolazione, l’Italia doveva subito schierarsi in prima linea contro il sanguinario regime tedesco, provvedendo al riscatto dell’onore italiano sulla scena mondiale. Di lì a pochi giorni, infatti, il Regno del Sud avrebbe attivamente dichiarato guerra al Reich e alla Repubblica di Salò, cercando così nel conflitto quella catarsi di popolo che avrebbe inequivocabilmente dimostrato agli Alleati la nobiltà dello spirito Italiano, ormai libero dal ventennale giogo fascista e naturalmente ostile alle alleanze volute da Mussolini e dai gerarchi.

Proprio a partire dagli avvenimenti politici che si rincorsero in quell’estate del ‘43, nel nostro paese iniziò così a formarsi l’immagine certamente auto-assolutoria del “Bravo Italiano”, costruita per differentiam e intrecciata indissolubilmente a quella speculare del “Cattivo Tedesco”. Sulla genealogia di questo duplice mito, il “Cattivo Tedesco” come contraltare del “Bravo Italiano”, si sofferma l’ultimo libro di Filippo Focardi (Il cattivo tedesco e il bravo italiano. Il_cattivo_tedesco_e_il_bravo_italianoLa rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, 2013). Costrutto dialettico e, per così dire, bifronte, il doppio mitologema venne dunque impiegato massicciamente come malta nei cantieri in cui si stava costruendo la nuova coscienza nazionale, risorta più linda e immacolata dalle ceneri del conflitto.

Immediatamente introiettato da una pubblica opinione troppo incline a sbarazzarsi delle pur evidenti responsabilità italiane nella Guerra dell’Asse, questo doppio mitologema ha concorso a plasmare intimamente la memoria storica del nostro paese, anche in virtù della quasi totale trasversalità degli ambienti che contribuirono a diffonderlo. Addossando per intero le colpe della guerra e dei suoi atroci crimini sul Bestiale Tedesco, naturalmente incline alla violenza e geneticamente portato alla sopraffazione, si garantiva una pressoché totale rimozione delle reazioni entusiastiche con le quali il Popolo Italiano aveva accolto sia la rivoluzione fascista sia la Guerra Parallela. Attraverso un processo di esternalizzazione si scaricavano così le reali responsabilità italiane sul partner germanico e, contestualmente, s’iniziava a costruire l’immagine del soldato nostrano quale “portatore sano di occupazione”; uomo naturalmente bonario ed empatico nei confronti di tutte le popolazioni straniere.

Italiani Brava Gente. Italiansky Karaschò. Italiani che, loro malgrado, avevano occupato i territori alleati durante la guerra, spinti dalla velenosa propaganda fascista. Soldati che, al di là delle alleanze, condividevano con le popolazioni occupate un naturale odio verso l’aguzzino tedesco, falso camerata, sempre intento a disprezzarne la natura bonaria e a sfruttarne le risorse economiche.

In questo caso, la plasticità della rappresentazione, che è poi il tratto più caratteristico del mito storico, non poteva essere più esplicita ed evidente. Ma la gramigna del mito, è risaputo, cresce infestante soprattutto grazie alla ripetizione stereotipata delle sue forme; grazie a quella grancassa della propaganda che è il senso comune. Così, laddove attecchisce, il mito diventa molto rapidamente narrazione egemonica e racconto dominante. Ecco individuata una delle ragioni del perché, dal dopoguerra a oggi, il doppio mitologema del Bravo Italiano e del Cattivo Tedesco è stato fatto oggetto di una continua riattualizzazione mediante il ricorso a una molteplicità di forme espressive diverse. Dalla pubblicistica alla memorialistica, dal quotidiano d’informazione al rotocalco, passando per il cinema, i media e le arti figurative, la narrazione tossica del mito ha completamente impregnato la nostra coscienza nazionale, impedendo qualsiasi analisi collettiva rispetto ai crimini di guerra commessi dal nostro paese. Con tutta evidenza, dunque, il processo di esternalizzazione di gran parte delle atrocità nostrane attraverso il ricorso al cliché del Barbaro Invasore Teutonico ha finito per funzionare come lavatoio simbolico della nostra memoria collettiva in cui sono stati sciacquati a più riprese i panni sporchi della Nazione.

Per scoprire quanto duraturo e incessante sia stato il lavorio della macchina mitologica messasi in moto nel ‘43 basta girare metaforicamente su se stessi e volgere lo sguardo dal passato al presente. In questo senso, il 2014 sembra essere iniziato di gran carriera e sotto il segno della familiare endiadi di cui sopra. Un degno esempio di questo modo di fare si è avuto con la pessima sceneggiata propagandistica del MinCulPop sanremese a guida Fazio-Carrà che, in modo davvero patetico, ha riattualizzato la maschera del ‘Bravo Italiano’ per presentare all’opinione pubblica le incresciose vicende dei due fucilieri di Marina agli arresti in India. Se poi si considera il dibattito politico attuale, il caso più conclamato di riutilizzo strumentale del mito storico è sicuramente quello della campagna elettorale per le prossime Europee. Dai toni delle discussioni odierne, infatti, viene legittimamente da pensare che la battaglia per il consenso elettorale in previsione del voto del 25 Maggio si stia combattendo, in larga misura, proprio attraverso la continua rievocazione delle immagini appena descritte, cosa che sembra verificarsi anche al netto delle pur significative differenze in materia di politiche comunitarie. Al di là delle posizioni politiche ed economiche dei vari schieramenti in campo, dunque, non può sfuggire come la declinazione concreta dei punti programmatici proposti dai vari partiti venga sistematicamente filtrata attraverso la riproposizione della solita narrazione dominante.

Se si guarda al discorso che Napolitano ha tenuto in occasione della commemorazione del settantesimo anniversario del massacro delle Fosse Ardeatine, si ottiene una chiara dimostrazione della trasversalità che sta dietro a questo modus comunicandi. A questo proposito, non è un caso che, proprio in un contesto in cui si ricordava uno dei tanti atti di barbarie perpetrati dall’occupazione tedesca in Italia, il Presidente della Repubblica abbia sottolineato con forza il rischio che certi atteggiamenti euroscettici possano attivamente minare l’attuale pace europea. Seppur implicitamente, dunque, il discorso di Napolitano riconosce un certo legame simbolico tra gli eventi della II guerra mondiale e la tornata elettorale del prossimo maggio, proponendo una certa idea dell’integrazione europea attraverso il ricorso alla consueta macchina mitologica. Il significato politico del messaggio di Napolitano emerge ancora con più evidenza se poi si considera che, proprio nel contesto italiano, è soprattutto il fronte del cosiddetto euroscetticismo – Lega Nord e Movimento 5 Stelle – ad aver organizzato una serrata campagna elettorale all’insegna del vecchio mito del Cattivo Tedesco. Sempre più spesso, infatti, la retorica anti-europeista di questi due partiti sembra mirare scientificamente alla sovrapposizione tra Istituzioni europee e Germania, additando la Merkel e il popolo tedesco quali responsabili della crisi economica nazionale. Messaggio, questo, che ha una presa indiscutibile sull’elettorato, anche perché sottolinea il ruolo egemonico giocato dalla Germania nel totale fallimento delle politiche di austerity imposte dalla UE.

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Pur partendo da questo dato di verità, la campagna elettorale che sta conducendo la Lega è un chiaro esempio di quanto il ricorso a dei cliché ben radicati nella memoria nazionale sia funzionale alla trasmissione di legittime istanze politiche. In questo senso, in apertura del memorandum informativo che accompagna il Basta Euro Tour della Lega, i redattori affermano esplicitamente che, nei prossimi anni, ci aspetta un periodo di ricostruzione e rinascita, simile agli anni gloriosi del dopoguerra – considerando che – dipenderà da noi fermare i ‘bombardamenti’ economici per tempo e prima che facciano nuove vittime. Leggendo oltre, si capisce che le vittime di cui si parla sono state causate dalla cessione della sovranità monetaria nazionale, rivelatasi il principale fattore del tracollo produttivo e occupazionale che attanaglia il nostro paese. Uscire dalla moneta unica e rientrare in possesso della leva monetaria rappresenterebbe dunque l’unica soluzione alla Crisi attuale.

La moneta unica europea, secondo questa idea, sarebbe allora troppo pesante rispetto alle effettive esigenze della nostra economia nazionale e sarebbe la causa pressoché unica del calo della competitività internazionale e dell’esplosione vertiginosa della disoccupazione. Detto ciò, al netto del merito delle proposte in questione, è interessante rilevare come il documento non si limiti a comunicare delle idee di politica economica esclusivamente sul piano della semplice informazione, preferendo fare ricorso alla retorica bellicista per rinsaldare la trasmissione delle stesse. Attraverso la rievocazione del contesto storico di cui si è discusso sopra, i redattori del documento propongono allora la totale identificazione di Istituzioni europee e Governo tedesco. D’altronde – come si legge nel documento – nel Ristorante Europa “Da Merkel” tutti stanno male, tranne chi non ha ordinato la pietanza euro o i gestori del ristorante, laddove è molto facile confondere i “gestori del ristorante” di oggi, con quei soldati che ieri presidiavano la linea Gustav.

A differenza del programma economico della Lega Nord, il Movimento 5 Stelle sembra invece essersi attestato su posizioni meno radicali. Apparentemente meno intransigenti nei confronti delle Istituzioni europee, negli ultimi mesi i Grillini stanno portando avanti alcune idee di politica economica che la Lega rifiuta esplicitamente – quali la possibilità di adottare gli Eurobond e di indire un Referendum propositivo sulla possibilità per l’Italia di uscire o meno dall’Euro. Stando alla lettera del programma, la possibilità di ritornare alla vecchia moneta nazionale sarebbe dunque ancora sub iudice, anche se le dichiarazioni dei vertici del Movimento fanno pensare piuttosto ad una volontà di rinegoziazione immediata del Trattato di Maastricht. Inoltre, se si guarda ad alcune misure sinteticamente tratteggiate nei Sette Punti del programma – abolizione del Fiscal Compact e del Vincolo del 3 % – queste presiedono sicuramente ad una visione dell’Europa molto distante dalle politiche di austerity di marca neoliberista, ciecamente riproposte ad oltranza negli ultimi anni.

Tuttavia, nonostante il solidarismo di alcune misure, anche il modus comunicandi utilizzato dal M5S è animato dalla stessa acrimonia verso il tradizionale Invasore Tedesco. Come per la Lega, anche nel caso del Movimento di Grillo si preferisce trasmettere i contenuti di politica economica attraverso il ricorso al solito refrain mitologico. A questo proposito, in una serie di post dai titoli emblematici, il capo politico del M5S sembra aver attinto a piene mani al vecchio mitologema del Cattivo Tedesco, riattualizzandolo in funzione della raccolta del consenso in vista delle elezioni. Non ultimo il tanto discusso intervento dal titolo Se questo è un Paese in cui la cornice semantica che schiaccia la situazione attuale su quella del post 8 settembre ‘43 è spinta al punto da identificare il Popolo con le vittime della Shoah. In questa direzione va poi sicuramente un post – pubblicato sul Blog il 24 Luglio 2013 e dal significativo titolo di Non possiamo morire per Berlino – in cui la Merkel viene descritta nei panni della protettrice politica dei Governi di Monti e Letta, accusati entrambi di tenere un atteggiamento troppo subalterno nei confronti della Germania del Gott mit uns.

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Non è un caso che Grillo abbia citato esplicitamente il vecchio motto teutonico del “Dio è con noi”; frase che, sia i soldati del Reichswehr sia quelli della Wehrmacht usavano incidere sulle fibbie dei loro cinturoni in acciaio. Per chi lo ricorda, subito dopo la guerra, Gott mit uns divenne anche il titolo di una celebre raccolta di disegni di Guttuso, pubblicati un anno prima su L’Unità, che immortalavano il Bestiale Tedesco intento a far strage di vecchi, donne e bambini italiani. Anche in questo caso, allora, per esprimere le legittime idee politiche di un partito si è fatto ricorso a quegli stereotipi che, dal ‘43 in poi, hanno plasmato e continuano a plasmare la nostra coscienza collettiva.

L’informazione politica, in questo modo, quando non viene scientificamente soppressa dal lavorio della macchina, viene comunque costruita a partire dai suoi ingranaggi, dato che, è la forma stessa del discorso mitico a determinare la sostanza del Mondo. Sempre quel Mondo che, per parafrasare un verso di Muriel Rukeyser, sembra ancora fatto di storie più che di atomi. 

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