Resistere in comune: il conflitto No Tav nel libro Cattivi e primitivi

Dopo “Un viaggio che non promettiamo breve”, proponiamo un’analisi di Enrico Gargiulo a partire da “Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione” di Alessandro Senaldi (Ombre corte, 2016).

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Rilievo Valle di Susa, clicca sull’immagine per ingrandire.

Cattivi e primitivi entra nel vivo di un conflitto che dura ormai da più di venticinque anni. Questo conflitto, per le sue caratteristiche e per le modalità con cui si è articolato, costituisce di fatto uno dei più inquietanti laboratori contemporanei di repressione istituzionale e, al contempo, una delle più interessanti esperienze di resistenza dal basso alla costruzione di una “grande opera”. Nell’analizzare la vicenda della Val di Susa, l’autore adotta un approccio etnografico ed esplicitamente militante, facendo ricorso alla propria esperienza di attivista nell’analizzare il movimento No Tav.

Cattivi e primitivi è strutturato in due parti. La prima ha come oggetto le pratiche discorsive attraverso cui i mezzi d’informazione e gli attori riconducibili a quella che Senaldi definisce “compagine istituzionale” o “statale” (forze dell’ordine e magistratura) provano, criminalizzandola, a screditare e delegittimare la mobilitazione valsusina. L’autore mostra qui i meccanismi retorici e discorsivi tramite cui questa delegittimazione è portata avanti, focalizzandosi in particolare su alcune strategie. Tra queste, figurano: il “muro di gomma”, ossia il mancato ascolto da parte delle istituzioni e degli attori politici rilevanti; l’attribuzione dell’etichetta di nimby, vale a dire l’accusa di essere soggetti portatori di interessi particolaristici ed egoistici; l’affibiazione dello stereotipo di “montanari primitivi”, cioè di individui arretrati e nemici del progresso.

Foto di Luca Perino
Foto di Luca Perino

La prima parte del volume si focalizza anche sulle contro-narrazioni proposte dalla popolazione locale in opposizione alle diagnosi avanzate dai media e dalle istituzioni. La sottrazione del movimento alle letture ufficiali passa, secondo Senaldi, attraverso il rovesciamento di tre concetti: sapere, progresso e democrazia. Gli aderenti alla mobilitazione contro il Tav: elaborano dati e acquisiscono elementi conoscitivi, e quindi costruiscono un sapere differente; mettono in pratica un modello alternativo di sviluppo e di rapporti sociali, proponendo così un’idea diversa di progresso; portano avanti pratiche di partecipazione dal basso, facendosi sostenitori di una visione non convenzionale della democrazia.

La seconda parte di Cattivi e primitivi si focalizza direttamente sul conflitto, definito come una “guerra”. Particolare attenzione è dedicata nuovamente alle pratiche messe in atto da media, polizia e magistratura, esplicitamente orientate, in questo caso, a costruire il “nemico”. La costruzione dell’avversario passa attraverso dispositivi, simbolici e materiali, di criminalizzazione, che puntano a dividere la popolazione in “buoni” e “cattivi”, stigmatizzando questi ultimi a partire dal loro “stile di vita”.

Secondo l’autore, le forze dell’ordine, sostenute nella loro azione dai media, attuano strategie di “tolleranza zero”, che si configurano come vere e proprie forme di “diritto penale del nemico”. Con questa espressione – introdotta dal giurista tedesco Günther Jakobs tra gli anni Ottanta e i Novanta del XX secolo – Senaldi fa riferimento agli strumenti impiegati dalle istituzioni contro chi, di volta in volta, viene identificato come nemico all’interno di una data società e, dunque, può essere assoggettato e combattuto non secondo le regole giuridiche ma in accordo con quelle della guerra. Il diritto penale del nemico, infatti, è una logica normativa speciale: non distingue tra crimini diversi ma tra categorie differenti di autori, attribuendo ad alcune di queste lo status di nemici. Coloro che ricevono tale status sono privati di diritti basilari e sono considerati “meritevoli” di pene più severe e di trattamenti non ordinari.

Foto di Luca Perino
Foto di Luca Perino

In questa parte del volume, l’autore analizza anche gli effetti delle strategie criminalizzanti messe in campo dagli attori istituzionali. La resistenza attuata dalle popolazioni della Val di Susa contro i dispositivi repressivi emerge come base per la costruzione di un “rapporto di comunità” e innesca meccanismi «di socializzazione, di costruzione collettiva della propria identità e di condivisione di punti di vista politici» (p. 109), così da togliere terreno ai pregiudizi che potrebbero insorgere tra gruppi diversi interni al movimento e da ricomporre le divisioni di genere e di età. I meccanismi di socializzazione che prendono forma tra i No Tav «sembrano riferirsi a una sorta di “pedagogia dell’inimicizia”, nella misura in cui vi è una sorta di educazione delle nuove generazioni al conflitto», e producono una «crescita dell’individuo all’interno di una comunità fortemente coesa a livello culturale, in grado di riprodurre socialmente i militanti» (p. 142). Per mezzo di una socializzazione di questo genere, «il movimento sembra aver stabilito un’egemonia culturale» (p. 105).

La ricerca si conclude con una dichiarazione di incompiutezza: l’indagine realizzata è parziale. Questa incompiutezza, tuttavia, costituisce, a detta dell’autore, una dimensione importante dell’“oggetto” indagato, essendo «un ulteriore segno della diversità del movimento» (p. 183).

Cattivi e primitivi, dunque, tenta l’impresa ambiziosa di analizzare la mobilitazione contro il Tav approfondendone differenti dimensioni.

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Può essere utile allora sviluppare qui alcune considerazioni sui temi trattati all’interno del volume, nel tentativo di stimolare un dibattito che raccolga gli spunti emersi e porti oltre la riflessione sul tema.

Una prima questione è relativa agli strumenti di controllo e repressione. Una parte rilevante di questi strumenti è fatta di pratiche, misure e provvedimenti amministrativi (tra cui il foglio di via, l’avviso orale, l’accompagnamento per identificazione, ecc.), non penali. Di conseguenza, alla categoria di diritto penale, bisognerebbe aggiungere quella di diritto poliziesco-amministrativo del nemico: quest’ultimo, a differenza del primo, non punisce la commissione di reati, e quindi non agisce in via “riparativa” in seguito a fatti, ma lavora in modo “preventivo”, attribuendo uno status – la pericolosità sociale –in maniera molto spesso arbitraria e con l’obiettivo di inibire le capacità espressive e di azione degli attivisti. Per contrastare questo diritto e la sua applicazione, sarebbe necessario elaborare un’analitica delle sue articolazioni, che tenga conto delle specificità delle strategie amministrative rispetto a quelle penali così come degli attori in campo – questure e forze dell’ordine in generale, non magistratura –, delle loro modalità d’agire e del loro sapere professionale.

Un lavoro di questo genere, peraltro, sarebbe utile anche ad altre soggettività sociali – come i movimenti di lotta per la casa, oggetto degli stessi dispositivi repressivi – consentendo di enfatizzare la comune opposizione agli stessi avversari e ai medesimi strumenti di controllo e di evidenziare come, in ambiti diversi, obiettivi altamente politici siano perseguiti attraverso strumenti tecnico-amministrativi di facile e immediato impiego. Analizzare il diritto poliziesco-amministrativo del nemico, inoltre, permetterebbe di mettere in luce come la “compagine istituzionale” o “statale” non sia un’entità monolitica: al suo interno, convivono organizzazioni dotate di specifici modi di agire e saperi professionali, non necessariamente coincidenti e sovrapponibili. La mentalità che contraddistingue i Reparti mobili, ad esempio, può essere differente da quella che caratterizza la Digos. All’interno dei singoli corpi della polizia, poi, sono presenti specifiche subculture, così come vi sono i singoli individui con le loro peculiarità. Tenere conto di queste diversità, dunque, aprirebbe a una migliore comprensione della complessità delle istituzioni statali e dei suoi molteplici apparati.

Una seconda questione riguarda la costruzione della comunità attraverso la mobilitazione politica. Su questo punto, è utile soffermarsi su alcuni lavori che hanno indagato a fondo le dinamiche comunitarie interne al movimento No Tav. Senza dubbio, un contributo importante è dato da Il territorio della politica (FrancoAngeli, 2010) di Loris Caruso, che pone l’accento sulla dimensione territoriale della protesta e, allo stesso tempo, sulla proiezione globale delle istanze anti neoliberiste portate avanti dai movimenti, evidenziando il progetto di partecipazione democratica dal basso che contraddistingue la mobilitazione valsusina. In una direzione in parte simile va “Foucault in the Susa Valley: The No TAV Movement and Struggles for Subjectification” (pubblicato in Capitalism Nature Socialism nel 2013) di Emanuele Leonardi: questo articolo, muovendo dalle categorie foucaultiane di governamentalità e lotte per la soggettivazione, avanza l’ipotesi che il conflitto in Val di Susa esprima un significato politico che va oltre la critica al neoliberismo, dando luogo a nuove forme di socialità basate sull’autogoverno collettivo delle comunità e alla costruzione di una ecologia del comune, ossia di un processo di riappropriazione del territorio nel cui ambito le singole posizioni rivendicative sono incluse in una mobilitazione unitaria senza che una di esse diventi egemone schiacciando le altre.

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Se i due lavori qui richiamati sono basati su attività di campo condotte nel periodo 2005-2007, altri due contributi più recenti portano avanti la riflessione sulla costruzione della comunità in una fase successiva del movimento. In Fuori dal tunnel (Meltemi, 2016), Marco Aime compie un “viaggio antropologico” nella Val di Susa, recuperando il concetto di communitas nell’accezione formulata da Victor Turner per spiegare come il conflitto, un fenomeno endemico della struttura sociale, possa, superata una certa soglia, attraversare tre fasi: la rottura, che interrompe l’andamento pacifico della vita quotidiana; la crisi, che può spaccare la comunità in fazioni contrapposte; la riconciliazione oppure la rottura definitiva. Nella seconda fase, quella liminale, un movimento che agisce in un contesto conflittuale «comincia a configurarsi come una vera e propria comunità alternativa, una communitas» (p. 100). Secondo Aime, il movimento No Tav si trova proprio in questa fase: dà forma a nuove relazioni in assenza di una struttura gerarchico-organizzativa, lasciando spazio alla creatività e originando una morale aperta. Sempre da una prospettiva antropologica, ma più connotata in senso politico, muovono le analisi presenti in Somos todos culpables de resistir. Del megaproyecto Tav al pueblo No Tav (tesi di Master in Antropologia sociale elaborata e discussa presso il CIESAS di Oaxaca, Messico), di Anna Avidano. Applicando al caso della Val di Susa le categorie teoriche impiegate dagli studiosi latinoamericani riconducibili all’approccio del despojo de lo común, Avidano legge il conflitto “locale” sul Tav – che l’autrice, peraltro, a differenza di molti altri studiosi denomina correttamente Tav/Tac – nel quadro “globale” del progetto egemonico neoliberista. All’interno di questo progetto, le “grandi opere” sono una parte, assolutamente strategica, di politiche volte a depredare i territori e le loro risorse ambientali, mercificando beni e sottraendoli a un uso collettivo. Ma, come emerge nitidamente da Somos todos culpables de resistir, le politiche neoliberiste producono anche effetti indesiderati e non previsti dai loro promotori: rafforzano la solidarietà e la collaborazione all’interno delle popolazioni locali, stimolando la costruzione di economie alternative, la diffusione orizzontale dei saperi – che contrasta in maniera lampante con la trasmissione verticale dei saperi di polizia – e l’insorgenza di pratiche “contro-egemoniche”. In altre parole, queste politiche, attaccando proprietà pubbliche e private e provando a distruggere le forme locali di socialità nel perseguire obiettivi predatori, finiscono, involontariamente, per innescare inediti percorsi comunitari.

In questa direzione, dopo Foucault, Turner e gli studiosi della prospettiva del despojo de lo común, sarebbe forse opportuno “portare” in Val di Susa anche Ernesto Laclau[1]: riprendendo le categorie dello studioso argentino, “No Tav” può costituire il “significante vuoto” in grado di agglutinare istanze differenti, verso la costruzione di un nuovo “comune”.

Note

[1] Su questo punto, si rimanda a Adriano Cirulli e Enrico Gargiulo, Costruire il popolo: Ernesto Laclau e le prospettive dei populismi contemporanei, in «Teoria politica», 2014.

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