Bihać: le storie che fanno la Storia

Pubblichiamo il secondo di due articoli dal confine tra Bosnia e Croazia. Qui il primo articolo di Benedetta Zocchi. 

Foto: Benedetta Zocchi e Gabriele Proglio

Sono da poco passate le 15, all’hotel Pavijon. Veniamo qui per decomprimere. Perché la guerra è ancora incarnata nelle persone, a Bihac. Come in tutta la Bosnia. Abbiamo appena finito un’intervista. Una di quelle che ti lasciano l’anima sporca. Non per i contenuti. Non per le persone. Per le immagini evocate che rimangono fuori dal possibile. E vagano, in cerca di meta. Ossia, non esistevano in me, in noi. E non riesco a dar loro un posto, da qualche parte. Tutto è una grande contraddizione, enorme. La guerra, per noi, era quella vista in televisione. Solo quello. Erano, per me, le piazze piene di persone che chiedevano la pace. C’erano i buoni. E c’erano i cattivi. Le bombe e i morti. Sì, vero, anche i grandi discorsi, e la teoria. Dopo sono venuti i libri di storia e le pagine piene di nomi, luoghi e responsabilità. Di interpretazioni. Un succedersi di eventi. Finiti. Conclusi. Passati.

Oltre tutto questo, c’è altro. Qualcosa che vive ancora, carsicamente nella società bosniaca, nascosto sotto la pelle di migliaia di persone. Un tic ripetuto spasmodicamente. Una parola che non si riesce a pronunciare fino in fondo. Uno sguardo perso nel vuoto. Un sorriso come reazione isterica per una domanda non gradita. Perché non se ne deve parlare. Anzi no, è “meglio evitare”. Ossia, sì, non è vietato; è che la guerra genera imbarazzo. È, in alcuni casi, un tabù vero e proprio. Una memoria sospesa e pubblica che si cerca di rimuovere. Di tenere lontana dagli occhi, dal cuore. Ma non va via.  È anche privata. Qui tutti hanno visto qualcuno morire. Qui tutti sanno di amici che hanno tradito. Ti segue sempre, anzi è parte del tuo corpo. È fottutamente in te. Come un braccio, una gamba. Ed esce fuori, quando meno te lo aspetti. Esplode. Forse a casa. Forse nei rapporti personali. È violenza, prima di tutto. Ma anche depressione. È lì, un fuoco che continua a bruciare. È cenere, ma è anche brace.

Dunque, eccomi davanti allo specchio. Sì, ero ignorante. Eppure avevo studiato, prima. Mi ero informato sulla Bosnia. Ho cercato di leggere, un po’ di tutto: libri, giornali, riviste. Ma nulla, davvero nulla, sembra avvicinarsi minimamente al reale. Alla quotidianità che ho visto. Ero ignorante perché non vedevo quello scarto tra le parole e le vite. Bisogna essere qui, per capire come la guerra pulsi ancora, nei silenzi. E se si ha coraggio, ma ne serve parecchio, puoi andare oltre. E chiedere di parlarne, rompendo così quel patto inviolabile basato sull’umanità. Ma attenzione: potresti scoprire che il buon uomo, la donna gentile e affabile, il vecchietto che ti vende la verdura ha ucciso una o dieci persone. E non sapresti come fare. Perché è evidente che non è una questione di ‘colpe’, né di chi ha sparato prima. Ma che la guerra, prima o poi, diventa normale. Come bere e mangiare. Come alzarsi al mattino. È così, si fa così. Tutti. E tutti hanno fatto la guerra, anche chi non l’ha combattuta. Ma oggi tutti vogliono essere umani, per non ricordarsi belve.

Sono storie che ti entrano dentro. E non puoi scappare. Soprattutto perché, prima o poi, devi tornare a casa. A quel punto, ricompaiono. Sono immagini: un volto, una parola, un’emozione. E si riattivano. Sbattono violentemente contro i tuoi confini. Puoi pensare di controllarle. Di fare altro. Vai in palestra e suda. Vedi gli amici e racconta. Se puoi, fai l’amore. Nulla. Prima o poi scoppiano. Sono pericolose, altamente pericolose. Perché il nostro mondo le ha generate, ma non le vuole. Sono il resto di un conflitto che andava bene allora, che faceva comodo a tanti. Un residuo radioattivo che non serve più a nessuno. E va seppellito fuori dall’Europa. Un rimasuglio con il quale non si deve assolutamente fare i conti. Perché, se si guarda con attenzione, si scopre che la guerra era un business. Soldi, politica e interessi personali. Tutto qui. È parte costitutiva di quell’uomo, di quell’umanità che si racconta legata a libertà, democrazia, civiltà. Sono immagini, ancora, che stanno a metà di tutto, si infilano tra le categorie e forzano i significati. Stanno nelle pieghe dei libri e negli spazi bianchi. Sono il non raccontato. Fanno cosa vogliono in te, distruggono e sciolgono ogni punto di riferimento. E ti ritrovi fuori posto nel tuo mondo, che ora non ti appartiene di più. È essere in diaspora, senza un paese, senza una patria. Già bisogna perdersi per ritrovare un senso collettivo. Fa paura. È faticoso. È difficile.

“Acqua and Coca Zero, hvala!” diciamo al cameriere. C’è il sole. Un cinguettio adorabile tutto intorno. Il rumore del fiume, rilassante. Ma tanto lo sappiamo che si va a parare là. È, questa, la storia di un uomo che sembra semplice e buono. Forse lo è. Anzi sicuramente è così. Ci riaccompagna in centro, dopo averci parlato della sua guerra. E dice che se ne andrà dalla Bosnia. La Germania, sì, la Germania. Tutti vogliono andare in Germania, tutti studiano il tedesco, qui. O meglio chi può. L’ansia costante mi perfora la pancia. È la sua, la sento. Ma c’è anche altro: è il senso di abbandono. Il compagno di giochi serbo, allora. Le istituzioni locali, nazionali, internazionali, oggi. Un vuoto di qualcosa che prima c’era, che ora manca. Questo sentimento mi porta a guardarmi attorno, da ogni lato. Qui è finito tutto. Le persone e le memorie di quei giorni. La Bosnia è morta. I giovani vanno via, lontano. Sono gastarbeiter, ossia quei lavoratori che tornano a casa durante le feste o quando sono in pensione. O forse manco quello, perché cosa te ne frega del tuo Paese, che non è più tuo? Senza famiglia, senza amici, senza Stato.

È la storia è di un uomo, semplice e buono. Ma il suo volto non lascia trasparire emozioni. Ci parla di paura come se fosse camminare, andare al supermercato. Di quando è stato chiaro che la guerra sarebbe esplosa subito dopo il bombardamento di Bosanska Krupa, a trenta chilometri. “Eravamo accerchiati” – e con la mano disegna un cerchio nell’aria. Poi sposta la testa a destra e a sinistra. “Ci bombardavano” e poi aggiunge “gli ortodossi… i serbi”. Rimango impietrito. Tre passaggi, tutta guerra. Ma la mia attenzione cade su un particolare. La fronte e le sopracciglia. Vedo che di lì passa la tensione nascosta nel resto del corpo. Le emozioni tendono quei nervi, quei muscoli. “La guerra era diventata normale, una cosa normale” aggiunge. Il volto è come di cera, impassibile. Ma le rughe sulla fronte sembrano piccole onde di ricordi, che preannunciano la marea. Gli chiedo se aveva degli amici serbi. “Sì, certo” mi risponde “ma dopo quanto successo non era più possibile avere rapporti. Nessun rapporto”. Finisce di parlare. Il suo sguardo punta il muro, dietro alle nostre spalle. È fisso, bloccato. E inizia il silenzio. Lunghissimo. Pieno d’angoscia. Sto per romperlo, ma mi fermo. Prendo un sospiro e aspetto. Per Benedetta è troppo e con una domanda, lo riporta al presente.

Foto: Allison Dinner

– Cosa facciamo, allora? – chiedo a Benedetta. Appoggio la tazzina del caffè. E mi tiro su gli occhiali da sole.

– Andiamo all’aeroporto? – mi risponde.

– Sì, perfetto – mi alzo e poi continuo “ma andiamo dentro, ok? Così vediamo cosa succede”.

– Paghiamo e camminiamo in direzione dell’auto. Saliamo e partiamo.

Siamo ritornati sui luoghi che, il giorno prima, ci hanno mostrato Silvia e Greta, della ong Ipsia. Sono state gentilissime e, in qualche ora, abbiamo appreso moltissimo da loro: la storia di quanto accaduto a Bihac dall’estate scorsa. Una storia fatta per luoghi, visitati in auto. Sono persone come loro, disponibili e capaci, intelligenti e attente, che fanno la differenza. Che permettono di rimettere la persona al centro di ogni storia.

– Ti va di accendere la telecamera, che riprendiamo?

– La macchinetta funziona ora? – mi risponde Benedetta.

– Sì, dovrebbe…

Inizia dopo quelle parole un silenzio, lunghissimo. La strada che stiamo percorrendo ci porta all’ex base segreta di Tito, all’aeroporto di Zeljava. Quando ancora c’era la Jugoslavia, quest’area era centrale per il controllo del territorio. Ovviamente era mimetizzata nel territorio: si pensi che la pista di atterraggio finisce in un hangar dentro la montagna che separa, oggi, la Bosnia dalla Croazia. In quei minuti penso ai migranti che fanno, ogni notte, questo percorso. È una delle traiettorie del game, del tentativo di passaggio del confine. Ma anche alle persone che, in fuga dai bombardamenti serbi, durante la guerra, cercarono pace oltre quelle cime. È pazzesco. Sono passati poco più di venticinque anni e la storia si ripete. Anche se molti dei bosniaci che abbiamo intervistato dicono che non è la stessa cosa, che loro, quelli che chiamano ‘migranti’, non fuggono dalla guerra, che sono lì per questioni economiche. È come camminare sulle tracce delle storie, di ieri e di oggi.

Arrivati allo stop, fermiamo la macchina davanti a un cancello. Non si può proseguire oltre. Noi ci andiamo. Passiamo a lato. Tutto attorno a noi, a destra e a sinistra, ci sono rovi. Alti. L’atmosfera è lugubre. Il cielo è plumbeo. Vediamo, in fondo, uno spiazzo. Lo raggiungiamo e poco oltre c’è una casetta con dei blocchi di cemento. “Bisogna andare di là” faccio a Benedetta. “Loro passano per di qui” replica lei. Giriamo alla scoperta di quel posto. Ci sono tracce di passaggi: una giacca, un calzino, una maglia, una bibita energetica. “Andiamo oltre? “ – le chiedo. “Certo, dai!” – mi risponde. E ci ritroviamo al centro della piazzola. Alzo gli occhi e scopro che è la pista di rullaggio, abbandonata. È lunghissima. Mi pare impossibile. Sì, ma è così. Laggiù, in fondo, c’è un’auto che arriva a tutta velocità, verso di noi. Subito capisco cosa sta succedendo. È la polizia. “Non c’è da preoccuparsi, rimaniamo qui” faccio a Benedetta che con un coraggio mai visto prima, mi fa di sì. Arrivano. Ma non sono bosniaci. Sono croati. Croati in territorio bosniaco che controllano il confine. E ora ci intimano di andare via, subito. Dicono che quello è il border, che non si può stare. Ci allontaniamo, guardandoci indietro un paio di volte. La polizia aspetta che siamo scomparsi dalla loro visuale. Poi ritorna sulla pista.

Foto: Benedetta Zocchi e Gabriele Proglio

Mentre torniamo indietro, penso alla Storia. Anzi, alla Storia e alle storie. La mia è qui scritta. E non avrebbe senso senza le altre: quella di chi lavora con me, Benedetta; di voi, che leggete. Quelle dei bosniaci in fuga durante la guerra e di chi ricorda, oggi. Quelle, ancora, di chi cerca di passare il confine oggi, di entrare in Europa. Ma la Storia non è, il più delle volte, fatta di storie. Anzi, semmai avviene il contrario. Ossia che i vissuti vengono fatti convergere, prima classificati e poi risucchiati, verso una medesima traccia. Tutto è riassunto, è come compresso da una cornice. La nazione. L’esercito. Il partito. L’uomo. Il maschile. Tutto finisce in categorie: italiano, bosniaco, serbo, croato; amico e nemico; bianco e nero. Anzi, sbaglio congiunzione: al posto di ‘e’ bisogna usare, il più delle volte, ‘o’, perché non sono ammesse incertezze, tinte opache, indugi, ambiguità. La Storia è contestuale. Sì, vero, ma non basta per capire che l’errore può annidarsi anche nel contesto, e non solo nello studio delle fonti.

Se i contesti sono diversi, gli eventi posso essere comparati solamente per misurare qualcosa che, comunque, rimarrà distinto e separato. Un numero – quanti sono partiti. Un modo di comportarsi – la fuga dal paese che non c’è più. Un sentimento – la perdita, l’abbandono di chi è in diaspora. Ma fatto ciò, tutto sarà poi ricondotto alla differenze, ai due rispettivi contesti. Così operando, la Storia diventa inutile per il mondo dei vivi e quello dei morti. Inutile, perché una patologia dell’accademichese è disquisire dei dettagli quando fuori cadono le bombe. Inutile, ancora, perché scompaiono le storie nella Storia. In altre parole, se ogni fatto è uguale solamente a quelli del proprio contesto, allora la Storia è un selciato di pietre lì da tempo immemore che non sai dove ti possa portare. Non serve a nulla, se non per un dato estetico: è usata per definirsi, per assumere un’identità. Allora forse sarebbe meglio l’ignoranza, abbandonare il passato all’oblio, scordare completamente. Perché la paura, la disperazione, l’odio e la rabbia, perché la fame e il dolore sono medesimi in storie diverse. Perché i bambini, con gli occhi rivolti al futuro, non fanno distinzione tra di loro.

L’unico senso che trovo, nell’essere storico, sta nelle pieghe del sapere, dove si incontrano soggettività e storie. Sta nell’errore, non nel giusto. Sta negli occhi delle persone, nelle loro parole. Sta nell’empatia e nel silenzio. Sta nel decidere di essere, sempre, dalla parte sbagliata. Fuori dal centro, sui margini del mondo. Là dove le storie non diventerebbero mai Storia. Sta nel dubbio che ti porti dietro, tutto il giorno. Nell’incertezza, sì, ma anche nella forza di fare un passo oltre. L’unico senso che trovo è qualcosa che ti sposta, dentro. Storie che diventano la tua, senza mai appartenerti. Riverberano in te e ti fanno perdere. Perché c’è sempre qualcosa di noi, nell’altro. E viceversa. Sta nell’essere stanco: voglio essere io, prima del mio sapere. Sta fuori dai protocolli e dentro la quotidianità. Sta nel comprendere che possono essere le storie a fare la Storia.

 

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