BES, test, punti e pannolini

Una riflessione sui Bisogni Educativi Speciali e sui modelli di finanziamento privato alla progettazione per la scuola pubblica.

La discussione sui Bisogni Educativi Speciali (BES) e relativa Circolare sta scaldando web e collegi docenti: da illustri docenti universitari che osannano via video i Bes come ottimo strumento di “inclusione”, contro le derive dello “specialismo” (dimenticando che proprio le loro università hanno contribuito a formare tanti “specialisti”, guadagnando anche bei soldini) a delibere collegiali che denunciano il rischio di eliminare sostegno e figure specifiche per lasciare il docente curricolare solo a brandire miracolosi piani educativi personalizzati.

Ho già commentato a suo tempo alcune contraddizioni e criticità insite nella circolare in riferimento agli studenti con origini migranti che, insieme ai “variamente svantaggiati”, finiscono nel calderone Bes. Rilevo che il dibattito attuale sulla Circolare e i suoi effetti sembra incentrato sul sostegno e sui tagli al sostegno, elemento importante, certo, ma che può far dimenticare che ad alcuni studenti, gli studenti migranti appunto, mai è stato fornito un piano di supporto sistemico, di qualità, non emergenziale. Non significa certo che se alcuni mai hanno avuto diritti, neanche altri devono averne (logica marchionnesca che ad alcuni piacerebbe), bensì che potrebbe essere una buona occasione per lottare per i diritti degli uni e degli altri. Un ulteriore elemento che sembra mancare nella riflessione riguarda il rapporto Invalsi-Bes. La contraddizione è evidente: se tutta una pletora di studenti può “godere” della personalizzazione di apprendimenti, strumenti e percorsi, come pensare di far loro sostenere una prova unica e standard?

La contraddizione emergeva già in riferimento alle programmazioni individualizzate previste dalla normativa per gli studenti migranti con scarse competenze in lingua italiana che, quand’anche effettivamente predisposte, cozzavano contro prove d’esame finali uguali per tutti. Ora, invece di risolvere il dilemma, i maghi ministeriali l’hanno espanso:

si precisa che gli allievi afferenti “all’area dello svantaggio socioeconomico, linguistico e culturale” [in base alla definizione della circolare MIUR 8/2013] NON sono dispensati dallo svolgimento ordinario delle prove Invalsi. Tali allievi devono svolgere regolarmente le prove senza alcuna variazione né dei tempi, né delle modalità di svolgimento delle stesse[1].

Cos’è, schizofrenia, dimenticanza, o macchinazione? È imbecillità, o c’è un malato disegno? Come può essere “affidabile e attendibile” una prova uguale anche per chi, a dire della Circolare stessa, uguale non è? Qualche mese fa lessi di studenti statunitensi ciechi costretti a prendere parte ai test, benché non sapessero leggere il Braille. Andiamo nella stessa direzione? Magari, verrebbe da dire, perché almeno negli Stati Uniti il dibattito sul sistema dei test standardizzati è approfondito, forse perché le reali motivazioni e gli effetti sono ormai tristemente evidenti. “Negli Stati Uniti i test li stanno abbandonando”, sento talvolta dire anche dagli oppositori agli Invalsi, come se il governo Usa si fosse reso conto degli effetti nefasti dei test standardizzati. In realtà, quello che succede negli Stati Uniti è che sono nati movimenti di massa, composti da insegnanti, studenti, genitori, membri delle comunità, che lottano in modo auto-organizzato contro i test, i loro presupposti teorici e le conseguenze pratiche, vedi la chiusura di innumerevoli scuole nei quartieri ad alta concentrazione di afroamericani e ispanici di città come Chicago, Philadelphia, Seattle[2]. Del resto, pensare che un governo voglia, di sua spontanea volontà, abbandonare la logica del test è tanto utopico quanto pensare che uno Stato, di per sé, voglia liberarsi delle politiche economiche neoliberiste. Negli Stati Uniti è ormai evidente che i test standardizzati, e tutta una serie di politiche educative falsamente a favore di poveri, minoranze e migranti, hanno il solo scopo di scardinare il pubblico per lasciare spazio al privato. Qui, a parlarne, dicono che vedi fantasmi…

Eppure già il privato è entrato nella scuola pubblica italiana, “grazie” ai tagli ai fondi pubblici che costringono a cercar soldi altrove. Sono entrate soprattutto fondazioni bancarie, ma spesso anche vere e proprie aziende. Non abbiamo per ora i manuali di studio direttamente sponsorizzati dalle multinazionali come avviene negli Usa (anche se a leggere un qualsiasi manuale anche solo di geografia qualchedomanda bisognerebbe porsela); si tratta di progetti all’apparenza innocui, come potrebbe esserlo una raccolta punti. Per esempio, il progetto “Insieme per la scuola” promosso da Conad, in collaborazione con il Miur:

Dopo il grande apprezzamento mostrato l’anno scorso torna l’iniziativa Insieme per la Scuola! Anche quest’anno, l’iniziativa si pone l’obiettivo di fornire materiale didattico e attrezzature informatiche e multimediali in forma gratuita alle scuole che si iscriveranno al programma. Il progetto si inserisce nel quadro delle attività di progettazione di reperimento risorse del CO.GE, gruppo di lavoro ministeriale che sviluppa modelli di efficientamento organizzativo e di autofinanziamento per le scuole, supportato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Bambini e ragazzi saranno coinvolti dall’aspetto ludico della raccolta e divertendosi porteranno un beneficio concreto alla propria scuola. Le famiglie e tutta la comunità avranno un’opportunità in più per sostenere la Scuola, semplicemente facendo la spesa.

Ogni famigliola va al supermercato Conad e ogni 10 eurini viene data al bambino una bustina con 4 carte da gioco (della Disney…sorvolo) e un punto da incollare. Il bambino felice il giorno dopo si reca a scuola e consegna alla maestra, sfigurata dal doversi gestire in solitaria quasi 30 bambini (di cui 10 non lo sanno ma saranno Bes), l’agognato punto, essenziale per ottenere materiale informatico di cui la scuola ha assolutamente bisogno. Tutti uniti per il bene della scuola, famiglia consumatrice, maestra sfigurata, Ministero che abdica alle sue funzioni e azienda salvatrice della scuola pubblica.

Perché poi la scuola pubblica dovrebbe sviluppare “modelli di autofinanziamento” non si sa; ma è ovvio che ciò permette inquietanti ingressi di aziende private in un ricco mercato potenziale (e questa forse è la risposta). Inoltre, si approfondisce il legame scuola-comunità accentuandone però il lato malato: se la scuola deve dipendere da queste forme di “autofinanziamento”, è ovvio che l’offerta formativa (in questo caso tecnologica) si basa sulla possibilità delle famiglie di spendere in un supermercato, quindi sulla loro ricchezza. Questo si collega alla funzione distorta dei comitati di genitori, che spesso si limitano a finanziare attività scolastiche altrimenti precluse ma senza poter essere soggetti attivi dal punto di vista decisionale e gestionale dell’istituto. Infine, si inducono le famiglie a pensare che la scuola pubblica italiana abbia bisogno di computer, proiettori e stampanti, mica di insegnanti stabili, classi meno numerose, personale di sostegno!

Questo si colloca nel solco della “innovazione-tecnologica-ad-ogni-costo” della scuola. È luogo comune dire che “ci sono i computer e manca la carta igienica” ma, anche a rischio di essere tacciati di luddismo, le motivazioni della spinta verso la tecnologizzazione sono poi così trasparenti? Nel progetto specifico Conad-Miur, i partner sono tutta un’ovvia serie di multinazionali dell’information technology, e anche tale azienda C2 Group s.r.l., “Partner della scuola italiana per la tecnologia a scopo didattico”, scelta dall’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia per “promuovere e diffondere le tecnologie in ambito didattico”, azienda che commercializza tutte le maggiori marche di LIM ed è partner informatico di oltre 300 Istituti Scolastici. Il responsabile stesso dell’azienda ha le idee chiare su ciò che serve alla scuola pubblica.

Non solo di Bes, dunque, dovremmo parlare: ma anche di diritti per tutti, di vera giustizia o finta uguaglianza, di studi teorici sponsorizzati dalle lobbies, di longa manus del privato che si insinua negli interstizi abbandonati (volutamente) dal pubblico. Poi leggo dell’iscrizione all’asilo coi punti dei pannolini[3] e mi dico che siamo solo all’inizio. Della predazione del pubblico. Ma anche della lotta.

Note

[1] Qui la fonte. E sorvolo sul potere discrezionale dato ai dirigenti di far svolgere o meno le prove Invalsi agli “studenti-Bes”.

[2] Ecco una serie di spunti e due video per chi vuole farsi un’idea delle lotte per la scuola pubblica negli USA:
http://socialistworker.org/2013/05/01/you-cant-just-take-our-school;
http://socialistworker.org/2013/03/20/segregation-by-any-other-name;
http://seattletimes.com/html/opinion/2020158085_jessehagopianopedxml.html;
http://www.commondreams.org/view/2011/04/11;
http://socialistworker.org/2012/10/01/racial-justice-and-chicagoteachers;
http://socialistworker.org/2012/09/18/teachers-and-the-testing-mania;
http://socialistworker.org/2010/09/28/why-testing-fails-our-schools;
http://youtube.com/watch?v=oue9HIOM7xU;
http://youtube.com/watch?v=rB_4Sbt0pRU.

[3] Ringrazio per la segnalazione Marcella Raiola.

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