Banksy e l’acqua alta

Appunti sul presunto graffito veneziano e sul riscaldamento globale.

È comparso all’alba di venerdì 10 maggio. Quelli che vivono a Venezia e passano tutti i giorni sul ponte che unisce Campo Santa Margherita e San Pantalon l’hanno di sicuro notato. Chi era in Laguna per il vernissage della Biennale Arte avrà fatto una deviazione di percorso per andare a vederlo.

È un graffito di circa un metro di altezza e due di larghezza, realizzato sulla parete esterna di un palazzo affacciato sul Rio de Ca’ Foscari. Nessuno lo ha ancora rivendicato, ma è stato attribuito in modo pressoché unanime a Banksy, il mito vivente, lo street artist più anonimo e celebre del mondo.

Rappresenta un bambino o una bambina che indossa un giubbotto di salvataggio e tiene in mano un fumogeno che emana un gas fucsia, come quelli utilizzati per le segnalazioni in mare in caso di naufragio. I capelli sono mossi dal vento, mentre lo sguardo pare fissare qualcuno o qualcosa, forse la nave di un’ONG o un elicottero di pattugliamento.

Ogni opera di Banksy è un evento, suscita dibattiti sull’organizzazione dello spazio pubblico, accende polemiche sulla funzione sociale dell’arte. Tutto questo, a maggior ragione, nella settimana di apertura della kermesse veneziana e nei mesi in cui si susseguono casi di respingimento in mare e mancati soccorsi delle imbarcazioni alla deriva dei migranti per deliberata scelta politica del Governo italiano. Se nei giorni d’inaugurazione della Biennale sono stati molti gli articoli di cronaca e di approfondimento dedicati alla presunta opera dell’artista senza volto, la notizia del graffito con il bambino con il fumogeno in mano ha trovato ampio rilancio anche sui social network di importanti ONG impegnate nel Mediterraneo.

L’inaugurazione della Biennale Arte 2019 sembra aver del resto consacrato l’affermazione di una tendenza umanitaria nell’arte contemporanea. Il riferimento principale è all’opera di Christoph Büchel Barca nostra, che consiste nell’esposizione del peschereccio libico inabissatosi il 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia, provocando settecento vittime. Ma parallelamente al programma della Biennale, l’11 maggio è stato  inaugurato, sempre a Venezia, uno spazio espositivo dell’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) a Palazzo Querini.

Tornando sul ponte di Rio de Ca’ Foscari, quello che nei giorni di apertura della Biennale non si poteva notare a pieno è la sua collocazione spaziale o, meglio, ambientale. Quello che mancava nella settimana della scoperta del graffito e dell’inaugurazione della Mostra era infatti il fenomeno astronomico e metereologico comunemente chiamato “acqua alta”, secondo una gamma che varia da +80 cm a +140 cm. Un fenomeno che sembra offrire due spunti di riflessione sull’opera stessa e, infine, un’ipotesi sulla sua autenticità.

Osservando l’opera del presunto Banksy alle 23.30 del 18 maggio, dopo qualche ora dal suono delle sirene di allertamento – nel momento di massima del ciclo di marea, a +110 cm – si poteva assistere ad alcune trasformazioni riguardanti il graffito. Il bambino non aveva cambiato posizione e il suo volto era ancora impassibile, così come invariata restava la scia del fumogeno. Ma la parte inferiore del suo corpo era adesso sott’acqua. Qualche centimetro ancora – come in occasione della marea di +156 cm dello scorso ottobre – e il fumogeno si sarebbe spento, il bambino affogato.

Non è il caso di andare oltre per questa via: un graffito è un graffito e non affoga. L’utilizzo di un tono patetico per descrivere l’opera è piuttosto funzionale a svelare come anche l’opera di Banksy rischi – se interpretata per questa via – di coincidere con molti dei progetti artistici a tema umanitario degli ultimi mesi che hanno finito per spettacolarizzare i gesti di salvataggio, contribuendo così a rinsaldare le idee di “emergenza” e di “crisi” come chiavi di lettura dei fenomeni migratori nel Mediterraneo. Per questa via, di fronte al bambino di Banksy nei momenti di acqua alta, così come di fronte ai bambini naufragati in mare e mostrati in televisione o sul web, lo spettatore si trova nella posizione di chi freme per la loro condizione di vita. Si sente dapprima chiamato in causa ma subito riconduce, ridimensiona, riconcepisce la forza radicale di tale chiamata nei termini di una “passione umanitaria”: lo spettacolo di una continua quanto lugubre suspense tra la vita e la morte.

Ma osservando l’opera del presunto Banksy nel momento di acqua alta, a balzare agli occhi è un accostamento improvviso e dunque un’altra possibile interpretazione dell’opera. Collocato in quel punto, il bambino diventa esso stesso – con la sua altezza – un metro di misurazione del livello d’“acqua in eccesso”, come è facile trovarne lungo il corso dei fiumi nei centri urbani, oppure nei luoghi sottoposti a una grande escursione di marea.

L’accostamento tra il bambino e lo strumento di misurazione può sembrare una negazione del rapporto emotivo ed empatico con quanti si trovano ad abbandonare le proprie case, in un paese lontano, e segnalano disperatamente ai mezzi di soccorso la loro presenza su imbarcazioni alla deriva.

Al contrario, è proprio nell’accostamento tra l’oggetto tecnico del metro e la figura umana che risiede la forza politica del graffito. Non è il volto dell’infante – da decenni il protagonista di una comunicazione umanitaria che vede ormai esaurita la propria efficacia retorica – a dover suscitare “commozione a distanza”. Piuttosto, è il corpo a pelo d’acqua, precario come precaria è la vita di chi fugge da guerre, carestie e disastri naturali, ma anche – per ora, forse, soltanto potenzialmente – di chi vive in una città sospesa tra la terra e il mare, a rischio di completa inondazione nel corso dei prossimi decenni.

È la condizione di Venezia, sottoposta al progressivo innalzamento del livello dell’acqua e dunque agli effetti più violenti del “cambiamento climatico”. È la condizione di molte altre aree d’Italia e dell’intero pianeta: qualcuno ne fa esperienza prima e qualcuno dopo, ma sempre e comunque qualcuno si è spostato, si sposta o si dovrà spostare da una terra all’altra, di mare in mare.

È allora anche qui, davanti a quest’opera, che le lotte di quanti hanno dapprima combattuto per strappare e difendere la terra dal mare e sono poi dovuti emigrare a causa di allagamenti, siccità, frane, inquinamento, etc. sembrano potersi riconoscere reciprocamente e trovare forme di alleanza su scala internazionale. Sono le figure del “rifugiato climatico” e del “rifugiato ambientale” ad emerge in primo piano, laddove si sappia riconoscere il legame tra i conflitti bellici che sconvolgono alcune aree del pianeta e le forme di sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Vedere nel bambino un metro di misurazione dell’acqua significa, in tal senso, allargare la comprensione dei fenomeni migratori degli ultimi decenni e porre le basi per rigenerare il senso politico dell’impegno umanitario, in una denuncia delle condizioni di schiavitù e sfruttamento alle quali è sottoposto l’uomo non meno dell’ambiente.

Una costante nelle opere di Banksy è l’attenzione nei confronti del posizionamento nello spazio e dunque il significato e l’impatto suscitato dai graffiti su ciò che li circonda. Come mi ha ricordato il mio amico Lorenzo Alunni in uno scambio di idee mentre scrivevo queste righe, Banksy ha già fatto più volte ricorso alla linea dell’acqua per spingerci ad assumere consapevolezza delle cause e degli effetti del cambiamento climatico: I DON’T BELIEVE IN GLOBAL WARMING (2009).

Per quanti aspettano l’autenticazione dell’artista a parlare di arte, ad oggi non è ancora arrivata nessuna conferma. Ma, intanto, possiamo comunque continuare a riflettere sui significati e gli effetti ambientali di un gesto che ci spinge a riconsiderare criticamente l’idea stessa di “distanza” – quale la gittata del fumogeno? – intrecciando i problemi di carattere ambientale/politico che legano il qui (dove è situata) e l’altrove (al quale il tema della migrazione ancora ci illudiamo che rimandi).

 

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