Auctoritas/Actualitas. Pensieri, parole, opere e omissioni

Nella disputa sulla figura dell’intellettuale e il suo destino, l’intervento di Giacomo Tagliani tira in ballo qualcosa che evidentemente ha a che fare con i meccanismi di definizione dell’auctoritas, legata in qualche modo al valore dell’attualità nel discorso pubblico: ci si chiede chi ha il diritto di dire cosa, e su quale base debba essere giudicata opportuna. I commenti stimolati dal suo intervento suggeriscono che la questione debba essere vista in relazione alle tecnologie della rete, come il blog di cui in questo momento stesso ci serviamo.

La rete, moltiplicando le possibilità di accesso al dibattito, ha rimesso in gioco le categorie che definivano i titoli per poter parlare di qualcosa. Salvo che, in poco più dell’ultimo decennio, con la sequela di riforme universitarie e il farsi strada di un nuovo modo di presentare il sapere nei media, le tradizionali condizioni dell’auctoritas erano già state minate negli equilibri accademici: mentre nascevano i blog e le riviste on-line, la figura dell’intellettuale era già cambiata all’interno e all’esterno dell’accademia. La cosa interessante rilevata da Giacomo, e testimoniata dall’aumento annegante delle fonti senza replica, è che l’auctoritas in rete si guadagna sul solo fatto di essere autori. Quindi, chi accede alla rete, accede automaticamente anche al diritto di parlare.

Fatta ammenda agli inquinamenti (attuali?) delle carriere universitarie, prima dell’esplosione della rete, l’intellettuale – ancor prima di ottenere la concessione accademica – vagliava il suo diritto di parola confrontandosi con un numero ristretto di fonti selezionate e ponendosi in relazione ad una grande tradizione del pensiero. Ciò influiva anche sulla scelta degli argomenti da proporre alla discussione. Per porre un oggetto nel dibattito occorreva saperne molto, aver sottoposto la propria visione ad una profonda autocritica, perché la proposta potesse essere ritenuta rilevante non solo dalla cerchia ristretta dei propri interlocutori (con cui si intratteneva solitamente una corrispondenza epistolare, o il rapporto im-mediato dei cenacoli intellettuali), ma che il suo interesse potesse andare oltre il quotidiano, nel tentativo di inserirla nella tradizione del pensiero. Anche nel campo artistico, i compositori per esempio, perfino dopo la recente nascita del “pubblico”, mentre di fatto scrivevano per gli ascoltatori sognavano in cuor loro di ‘comporre musica’.

In ogni caso non si trattava di rientrare nella protezione di una stirpe – obiettivo di natura sociale sufficiente ma non necessario e comunque indotto – ma di contribuire alla vitalità del pensiero, ancor prima che di una scuola. Il rapporto con le fonti, una solitudine da condividere, e la distanza dagli obiettivi ponevano il lavoro intellettuale e dispiegavano il suo agire in una temporalità ben diversa da quella della rete: un tempo in cui le durate dell’ermeneutica dovevano sposarsi con la dura concretezza del quotidiano. Questo paradosso doloroso poteva essere mediato solo attraversando il silenzio tumultuoso del dialogo interiore per mirare alla saggezza, o per raggiungere altrimenti, più modestamente, una coscienza parsimoniosa di parole dette e scritte per gli altri. Oggi invece si tende a produrre molto, sulla spinta della reazione, scrivendo di una attualità la cui notiziabilità è autodeterminata dal solipsismo costitutivo del blog. L’attività di critica è delegata ai commenti, cui ancora una volta tutti si sentono autorizzati, imitando le forme di una conversazione che non è affatto tale. È troppo spesso solo scrivere a voce alta. Non è un caso che la simulazione della chiacchierata ordita dai social networks è solitamente più avvincente. Lì, nel gioco delle finzioni, l’autorità e l’attualità perlomeno si negoziano sull’interesse immediato, e se le chiacchiere si scambiano fra persone educate la loro voce a volte riesce ad essere anche meno assordante.

L’operatore culturale si muove vagliando l’opportunità dei suoi oggetti di lavoro sulla base dei fenomeni che caratterizzano il mercato delle idee. Gli operatori culturali infatti costruiscono progetti sul patrimonio artistico di un territorio, organizzano eventi che possano dimostrare e promuovere il valore tangibile e intangibile della produzione culturale, gestiscono le spinte delle istituzioni amministrative, navigano fra le correnti dei movimenti di opinione. L’opportunità di ciò che fanno è legata principalmente all’oggetto e al contesto del loro operare. Gli operatori intellettuali invece dovrebbero puntare su una azione che scardini l’equilibrio del mercato delle idee e tratti gli interlocutori non come una massa di individui cui regalare l’autorità di parola in differita, accogliendoli nella presenza partecipativa dei blog, ma come soggetti capaci di produrre una riflessione attiva, lontana dai luoghi del chiacchiericcio. L’operatore intellettuale dunque agisce spesso negli stessi canali dell’operatore culturale, ma non ha di fronte un pubblico che sanziona la sua performance, bensì un panorama di soggetti con cui incrociare lo sguardo sugli oggetti, e di lì partire verso direzioni che puntino fuori dalle regole del discorso imposto.

Il difetto delle discussioni in rete resta lo stesso di quelle sviluppate nei mass-media come nei salotti borghesi, ovvero essere centrate su temi posti altrove e rimanere intrappolate in quell’ordine dell’immaginario che sembra ormai senza via di scampo: vedi l’efficacia “spuntata” in partenza della manifestazione sulla condizione femminile che si è ridotta ad una presa di posizione sull’immagine della donna e non ha prodotto altro che un’immagine alternativa di cui già sapevamo, che purtroppo non ha alcun riflesso sui congedi parentali, sulle garanzie contrattuali e il sostegno alla maternità, ma alimenta invece in modo compiaciuto il paradiso delle odalische. Anche quello è un esempio di come si resta ignari dentro la rete, come pesci che si agitano sul ponte del peschereccio. Piuttosto che on-line/off-line, l’opposizione fra gli ambiti in cui il pensiero dell’intellettuale possa operare efficacemente sembra dunque dentro/fuori le maglie dell’immaginario, ovvero “l’ordine del discorso”.

Pintarelli parla di intellettuali che divulgano in rete. A mio parere la divulgazione in rete c’è ed è ben sviluppata: riguarda la reperibilità di fonti la cui auctoritas si basa ancora su criteri antichi, con il privilegio moderno di un accesso slegato dai costi – e purtroppo anche da quei pochi guadagni – materiali. Di sicuro la attuale situazione della rete “post-blog” impone delle difficoltà da esploratori coloniali per cercare e salvare nella giungla elettronica gli intellettuali a rischio di estinzione. Di solito parlano poco, mettono ordine ai materiali digitali o digitalizzati, lavorano ancora alla salvaguardia dell’archivio e alla costruzione della memoria. Come monaci del nuovo millennio ricostruiscono l’auctoritas (a posteriori però!) e fanno emergere l’actualitas dei materiali che circolano in rete. Laddove non ci sono guerre da raccontare, rivolte politiche che tendono alla rivoluzione, laddove non ci sono eventi che si impongono alla riflessione e all’azione diretta degli intellettuali, gli scrittori-autori della rete sembrano tanti giornalisti senza giornale, cui sono stati sottratti anche i fatti. Non gli resta quindi che sguazzare nel chiacchiericcio sociologicistico – i fatticci –, ansiosi di comunicare che stanno comunicando, perché dire qualcosa di attuale significa essere presenti. Personalmente all’attuale preferisco il contemporaneo. Non è snobismo. Perché il contemporaneo impone di stare sui limiti del discorso, per guardare al centro da lontano e poter spingere lo sguardo all’esterno, laddove è necessario agire e le chiacchiere non sono più utili. Che quell’esterno non sia che un’altra proiezione, l’immagine del futuro, non ci sono dubbi. Perlomeno la “bonne distance” la rende più limpida.

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