Arendt e Blumenfeld. Lettere di un’amicizia politica

Esce oggi Hannah Arendt – Kurt Blumenfeld. Carteggio 1933-1963 (ombre corte, 2015), la raccolta degli scambi epistolari tra la grande filosofa e il leader sionista.
«Battute anacronistiche, aspri commenti, esagerazioni: il carteggio tra Hannah Arendt e Kurt Blumenfeld dovrebbe essere letto come antidoto ai tentativi di ridurre la grande pensatrice a un’icona che mette tutti d’accordo» (dall’Introduzione di Laura Boella).

kurt blumenfeld2 luglio 1951

Carissima Hannah,

non è sempre facile trovare il momento giusto per scrivere una lettera che ti brucia nell’anima. Col pensiero ti sono vicino quasi ogni giorno, e spesso sono vicino anche a Heinrich. Un giorno, nel bel mezzo di un’estate di canicola soffocante, andando da New York a Lake Placid mi hai scritto: “qui le persone hanno l’aria di essere dei frutti avizziti”. Non si può dire lo stesso della gente di Gerusalemme dove, in questi giorni in cui ha soffiato l’Hamsin, il tasso di umidità nell’aria era a 12. Il clima adatto per delle mummie. Anche le idee si seccano! Solo gli uomini politici non si lasciano distrarre dalle loro attività. Ci sono molti modi per torcere il collo alla democrazia, per metterla fuori combattimento e per farle violenza con preparativi elettorali senza fine: ecco quello che ho imparato nelle ultime settimane. A te piace dire che nel frattempo hai seguito un’altra strada. Evidentemente! Fin dove arrivano i miei ricordi, è così che tu hai agito in tutti i momenti della tua vita; e ogni volta che credevo di poterti prendere tra le mie file, tu eri già lontana.

Il tuo libro Le origini del totalitarismo dimostra che non la pensiamo tanto diversamente. Pur percorrendo strade diverse abbiamo raggiunto risultati simili. Sei brava a ricondurre ogni cosa a un solo concetto, e in ogni pagina vedo il tuo sguardo sagace. L’esperienza mi ha insegnato che un regime totalitario può rendere l’uomo capace di tutto, e so per certo che il più acerrimo nemico della vita umana è il totalitarismo. Mi sono reso conto che tutti i popoli si comportano allo stesso modo quando si trovano sotto un regime totalitario. Non possiamo odiare gli uomini, dobbiamo piuttosto superare il sistema che annienta l’essere umano. Si troverebbero più facilmente mille uomini che, a un segnale, sarebbero pronti a sacrificare la loro vita, che dieci decisi ad alzare la testa contro le imposizioni del sistema. Tra gli uomini colti, le riflessioni sulla libertà – per quelli che credono nella libertà – non vanno molto lontano. “Il problema della libertà – e in particolare quello della persona libera – rispetto allo Stato è una materia discussa e controversa”. Così inizia e finisce questa riflessione. Se il tuo libro verrà compreso bene, potrà dare un contributo molto importante alla conoscenza e alla condotta della politica.

Allego una recensione di George Lichtheim. Lui parte da un buon giudizio ma, mi sembra, senza renderti pienamente giustizia. È solo un giornalista che non sa bene di cosa stia parlando. Gli errori storici commessi lo lasciano relativamente indifferente. La parte mancante della recensione, che ti sarebbe piaciuta, è stata cancellata dalla redazione. Richiamava il tuo punto di vista su Disraeli. Anche secondo me, dopo tanti anni, Disraeli non ha perso la sua consistenza. La sua fortuna, tra l’altro, è stata che a quel tempo in Inghilterra la questione ebraica non era d’attualità: egli incarnava un tipo umano la cui rarità, in Inghilterra, non faceva che valorizzarlo.
Ti avevo promesso che ti avrei inviato qualche articolo.

Ho pubblicato poco, perché non riesco mai a trovare una forma che mi soddisfi. Ora, per esempio, il capitolo delle mie memorie dedicato a Einstein è pronto. Volevo mandarne dei pezzi a Philippe Frank. Ma non so se Frank, che adesso ha 74 anni, sarà ancora al mondo quando gli invierò la lettera. Trovi allegato un articolo che la mia segretaria ha copiato per te; forse lo ha fatto inutilmente, perché tu puoi sicuramente procurarti con facilità questo numero di “Mitteilungsblatt” alla biblioteca pubblica. Penso che, prima di essere pubblicato, questo articolo sia stato accorciato dalla redazione, e con poco criterio. Da quanto posso capire per scarsa considerazione di me.
Non aderisco a nessun partito e a nessun gruppo.

Scrivendo questa lettera, sento che devo scendere di più nel dettaglio in merito al tuo libro. Ciò mi risulta molto difficile, perché nel profondo dei nostri animi siamo talmente diversi che le stesse parole non hanno lo stesso significato per entrambi. Leggendo il tuo libro si capisce a cosa ti opponi, e a volte mi sembra che la tua capacità di considerare gli aspetti negativi si sia rafforzata. “Ogni cosa ha due facce oscure”, come diceva un mio vecchio zio. Per me infatti è difficile capire quello che preferisci. Gli ebrei se la passano veramente male. Una critica più profonda potrebbe portare all’odio per se stessi. Da una parte Bernard Lazare si erge su un piedistallo, dall’altra c’è l’ignobile plebe ebraica. Per quanto riguarda la critica all’imperialismo e alla politica coloniale inglese, la tua avversione potrebbe essere messa nero su bianco.

Quanto all’amore per la vita, all’ammirazione che si prova per le belle opere, per le manifestazioni di creatività che sono apparse insieme a tutto il negativo… ecco, non ne ho trovato traccia. Mi piacerebbe averti davanti per dirti tutto questo senza la minima apprensione. Ma è semplicemente una questione di tempo; il fatto che noi non apparteniamo alla stessa generazione non ha importanza. Se vuoi che ti dica di più, mi devi incitare. Ti scriverò ancora, ma sappi che avrò bisogno non solo di tempo, ma anche di tutta la mia testa.

Che peccato che le prospettive di rivedersi siano così scarse. Sarei felice di incontrarti ancora una volta in Europa. In Svizzera, per esempio, o magari a Friburgo, o anche in Italia. In Israele quel che non ti piace peserebbe troppo. L’amor fati non ha smesso di esaltarmi. Mi sento a casa mia qui: mi deprimo per la natura e per gli uomini quando a causa di un viaggio mi devo allontanare. Chiaro che mi fa piacere anche viaggiare. Quando sono stato in Italia, l’anno scorso, ho imparato molto. Mi piace tantissimo il Mediterraneo.

Per me non esistono le razze e l’odio razziale, ma più imparo a conoscere l’Asia e i suoi popoli più sento con forza di essere europeo. Mi mancano certo degli elementi per capire la storia europea, ma in certi momenti la capisco molto bene. Ho conosciuto il mondo cristiano, quello islamico no.

[…]

Ma mi fermo qui. Ne sai abbastanza su di me e su come la penso. In me ci sono molti aspetti e molte mescolanze. Ma non semplicemente possibilità diverse tra cui scegliere, piuttosto una scelta definitiva, il tentativo sempre rinnovato di essere signore, e non schiavo, della mescolanza. Dei legami molto forti ci tengono uniti, e provo sempre l’eros dell’amicizia del quale hai parlato quando ti sei congedata da me. Amo molto anche Heinrich. Credo che non avrei meno bisogno di lui che di te. È in grado di farmi capire quello che conta. Spesso, quando penso a lui, sento nelle orecchie l’accento che mi è familiare. Se tu non avessi avuto lui, non ti saresti liberata così bene dall’aria di Berlino.

Ho letto e riletto il tuo libro e ne ho parlato con altri che lo hanno letto a fondo come me. Chissà se l’antisemitismo cesserà un giorno, i progressi dell’umanità non mi interessano fino a quel punto. Considero i pronostici inattendibili e difficili da distinguere dalle speranze. E mi è totalmente indifferente sapere se gli ebrei, come dice Sartre, sono solo il riflesso dell’odio che si prova per loro; come se fosse soltanto l’odio nei loro confronti a rendere reali gli ebrei. Ogni volta che sono di cattivo umore e che voglio allontanarmi un po’ dal malcontento che mi provoca la nostra situazione, arriva una lettera scritta da qualche intellettuale ebreo degli Stati Uniti, oggi da un medico di Los Angeles. Conosco il tono e quello che mi vuole dire. Frasi vaghe che non servono a nulla, gente che si angoscia perché si sente persa in un universo non americano.

Quando ho imparato che John Dewey contribuisce di più di Platone e Kant alla gioia dell’umanità, che il carattere europeo di Einstein e di Planck impedisce loro di avere influenze in America, rivedo sempre una bella scena della mia giovinezza. Da una spiaggia vicina a Königsberg si ammira un tramonto superbo. Una delle giovani ragazze del nostro gruppo esclama in russo: ”magnifico!” e un membro del Bund replica con disgusto: ”tramonto borghese”.

Tuo,
Kurt

[…]

hannah arendt

Saint-Maurice, 6 agosto 1952

Kurt, oh Kurtchen, ti voglio bene e vorrei trasformarmi subito nella piccola erba su di un piccione arrosto e andarmi a poggiare sul tuo palato. In realtà avevo pensato a un viaggio in Israele solo per rivederti. Poi, quando questo è capitato, ero troppo triste e nervosa per scriverti; prima ero troppo eccitata.

La tua cara cara lettera. Chi lo sa, forse un’altra volta avrò questo fottuto denaro che mi servirebbe per poterti invitare a Zurigo o in qualche altro posto, dove vorrai, e darti tanto da mangiare fino a dovermene preoccupare.
A casa (dunque in America, ormai) si parla spesso di te. Anche Wörmann te lo può confermare. È molto simpatico, sono diventata sua amica.

Qui è magnifico. Jaspers è nella stanza accanto, pieno di allegria e sempre pronto a parlare. Nel mio precedente soggiorno a casa sua, a Basilea, in dieci giorni abbiamo avuto una sola lunga conversazione. Di quelle che non capitano spesso: con incredibile apertura, con chiarezza e con buona volontà, ispirando davvero l’anima intera di un uomo. E io, tu lo sai, contenta di soddisfarlo: come il sogno di una bambina che si realizza.

Siamo appena tornati da una lunga camminata. Per intervallare, io cammino molto, da sola, come amo fare, scalando i sentieri di montagna. Sono ancora brava. Il più bello è Sils-Maria e Chaste, la penisola nel lago di Sils. Nel complesso va tutto bene e, se la storia del mondo [Weltgeschichte] non fosse lo schifo che è, vivere sarebbe una gioia. Ma in ogni caso è così. Ero di questo avviso perfino quando stavo a Gurs, dove la domanda me la sono posta seriamente, e mi sono risposta con una battuta.

Venerdì scendo con la macchina per incontrare Scholem. Sarà bello. Anche Baron sta per arrivare. Quindi avanti con il lavoro. Ma presto sarò libera. Ho ottenuto una borsa, la Guggenheim, e ora Heinrich insegna davvero filosofia. Non ho più la necessità di guadagnare per vivere. Per la prima volta dal 1933 mi dedicherò completamente al lavoro. Ho molti progetti. Pensavo che dopo Le origini del totalitarismo non avrei completato più nulla. Ma era falso. Entro qualche mese ti invierò un lavoro su Ideologia e terrore, la doppia costrizione, che ho estratto da un trattato molto lungo, un po’ sul genere filosofico, in cui vedrai che da una parte assomiglia a Montesquieu e dall’altra al buon vecchio Agostino. Ho tanta voglia di lanciarmi in un vero lavoro, per ora viaggio nella Repubblica, rileggendo Platone in greco.

Per la maggior parte del mio soggiorno in Germania non mi sono divertita. Ho tenuto varie conferenze a Heidelberg; ah! Dov’eri tu, piccolo Kurt? Dove sei? La filosofia è molto richiesta in tutta la Germania; e c’è anche una generazione di giovani di non più di vent’anni con i quali si può parlare senza sotterfugi. Non riuscirebbero a prendere l’iniziativa; e nel suo insieme l’ambiente in cui crescono è così avvelenato che spesso ho l’impressione che tutto sia perduto. Però se ne incontrano ancora molti di individui che hanno una vera umanità.

Nel frattempo ho parlato con Scholem. Aveva un eccellente timbro di voce, e sono contenta di averlo rivisto. Con il suo aiuto farò un pacchetto per te in modo tale che tu, sia pure da lontano, possa apprezzare ed essere fiero di noi.
Caro, non dimenticarlo, mi hai promesso una seconda lettera. La aspetto. E risponderò. Nel caso tu non l’abbia ancora spedita, inviala a New York. Passerò da Parigi, ho un volo il 16 agosto.
Con tutta la mia amicizia
Tua Hannah

[…]

1 febbraio 1959

Carissimo Kurt,

poche frasi in velocità per ringraziarti delle tue lettere. Quest’inverno non ho ancora avuto modo di riposarmi sul serio, ecco perché non ti ho scritto. Non posso vivere in una confusione simile, e questa notorietà mi logora. Sii gentile, non te la prendere. Domani parto per un semestre a Princeton e, come ho potuto constatare nella prima riunione che abbiamo avuto, anche là non si possono fare i miracoli. Ho addirittura le vertigini. La mia sola consolazione: la presenza di Alexander Koyré all’Advance Institute. Non so se tu lo conosca o meno: è un ebreo russo cresciuto in Francia, che è diventato francese fin nel midollo. Però è rimasto integralmente un ebreo russo. Mi piace molto, lo conosco da un’eternità e almeno con lui potrò parlare tranquillamente. Come dice Jaspers sono “recalcitrante”, up on my hindlegs and what not. Tu capirai. In fin dei conti non ho mai voluto fare il professore; ma nessuno, credo, o comunque in pochi lo vogliono. E poi non sono nemmeno professore, è solo per un semestre. Sono i giornali che ingigantiscono la cosa. Rahel avrebbe detto: La corona sbagliata sul mio destino.

Dopo tanti anni abbiamo ricevuto una visita di Martin Rosenblüth. Mi ha fatto molto piacere. Giunto il momento di andarsene (Mitzi non c’era) ha detto: comunque i vecchi amici sono migliori dei nuovi. È diventato il nostro motto. Ma da allora non ho più avuto sue notizie. Era se stesso, scontroso ma caloroso. Anch’io ho il rimpianto di non aver visto Raphael. Al telefono la sua voce mi è piaciuta.

Quali sono i vostri progetti per quest’anno? Io in ottobre sarò sicuramente in Europa: mi hanno conferito il Premio Lessing e devo andare a ritirarlo ad Amburgo. Una buona occasione per organizzare poi altre cose. Questa volta mi piacerebbe andare a Berlino, se Berlino esiste ancora. Qualcuno dall’amministrazione cittadina mi ha chiesto se avrei accettato di parlare con dei giovani operai e con degli studenti di Berlino est e ovest. Cosa che farò molto volentieri. Questo ha un senso, mi pare. Escludo di poter venire in Israele questa volta. E non ti arrabbiare se Gerusalemme mi ignora; è normale. Piuttosto dimmi: andrete ancora una volta in Europa? Quando? E dove?
Continua a scrivermi a New York. Ogni weekend torno a casa per dare ad Heinrich le attenzioni che merita. Sta bene. Ha appena festeggiato i suoi sessant’anni, un po’ stupito. Dato che calcola solo per decadi, l’evento gli è giunto inaspettato.

Non me ne volere per questa stupida lettera. Scrivo in fretta, giusto per scrivere. Forse a Princeton potrò trovare delle occasioni migliori.
Con tutto il cuore.
Tua, Hannah

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